I video social anti-tendenza di Matias Perdomo per tutelare la verità in quarantena

Testo di Lorenzo Sandano

“Mati ti chiamo al volo. Facciamo una chiacchierata breve in chat”. Quando contatto Matias Perdomo in video-call su WhatsApp, non realizzo bene che ore sono. Penso sia un aspetto comune in queste giornate, scandite da tempi striminziti e dilatati all’unisono. So solo che c’è un sole feroce a sfilare tra le tapparelle di casa mia e che affetta il volto del cuoco nel suo micro-appartamento di Milano; mettendo in risalto l’occhio azzurro e la scritta sulla maglia che recita “Non è buona perché è strana. È buona perché è parmigiana”. Mi vien da ridere. Ma ride prima a lui, additandomi come pazzo. Perché inizio la chiamata con la mascherina anti contagio infilata sul muso. Non sono avvezzo a questi dialoghi virtuali, che mi generano un disappunto artefatto e un timbro espressivo alquanto goffo. Allora penso che folleggiarci sopra possa risultare un buon metodo per rompere gli indugi. Con Matias si può. D’altronde questa call deriva proprio da un suo modo ironicamente geniale di vivere e comunicare quest’alienante condizione umana. Unica nel suo genere e forse nella nostra storia moderna. Trovo affinità a sverginarmi così nelle video-chiamate, perché proprio con Perdomo abbiamo di recente realizzato una doppietta di articoli su Cook_inc. 25 & web. Ma soprattutto – insieme al fotografo Alberto Blasetti – abbiamo vissuto a stretto contatto l’intimità accecante del luogo in cui lo chef si trova rinchiuso in questi giorni. Poco più di un mono-locale da sempre accostato all’animo più scapigliato, caotico e crudo di Matias. Spesso il luogo di ritrovo d’emergenza da condividere con la sua bambina, tra giocattoli infantili, merendine e utensili salva-pasto. Una tana urbana organizzata agli antipodi del contesto che ha rifinito nel suo celebre ristorante meneghino: il Contraste.

Sembrano dettagli, ma per me sono importanti. E lo sono anche per lui che – gradualmente – dal 10 Marzo ha visto sfumare ed evaporare le prenotazioni dall’allarme Covid-19 fino alla forzata (e necessaria) chiusura del locale. Ritrovandosi a fronteggiare quel profilo arrabattato e casalingo, fino a poco prima relegato a ritagli di tempo nel dis-ordine di impegni professionali. Lo stesso che ora è improvvisamente il nuovo protagonista di una routine e quotidianità inaspettata. Il tema della chiamata – a questo punto sorge necessario ribadirlo – è proprio dovuto al mezzo che Perdomo sta utilizzando per tradurre questa istantanea vitale: una batteria di short-video autoprodotti con il suo smartphone, in cui esorcizza con humor affilato sullo stato di quarantena e su una lunga serie di luoghi comuni che inevitabilmente si sono andati a creare nella comunità social (e nel mondo reale).

Le prime battute tra noi però, sono dirottate su tutt’altro percorso. Perché dietro quell’ilarità pungente e quelle clip ad alto tasso di risate, c’è una persona dalla profondità umana/filosofica monumentale. “La cosa di cui sono più felice e orgoglioso al momento, non è solo che siamo riusciti a fare i conti in modo da consentire stipendi e autonomia a tutti i membri della squadra per oltre tre mesi” dice, “ma che ci siamo lasciati con un dialogo di comunicazione interna incredibilmente allineata. Quello che bramavo più di ogni altra cosa, dopo periodi turbolenti nella definizione dei ruoli. Siamo tornati a casa senza dittatori, padroni, gelosie o competizioni inutili. Abbiamo messo in pausa l’attività con un grado di equilibrio che mi infonde sicurezza e mi fa ben sperare per il futuro. Quando riapriranno le gabbie”. Sorride e sorseggia il suo bicchierozzo di mate. La bevanda che – tra l’altro – ha proposto in chiave dissacrante/provocatoria in una delle sue uniche non-video-ricette online: “Mettete a bollire l’acqua, versate l’erba nel bicchiere, aggiungete l’acqua, mescolate e poi bevete”. L’altra era “Vi faccio vedere un piatto”. Esibendo la stoviglia vuota con la spavalderia di una freddura tramutata in battuta brillante. Sì, perché mentre raffiche di ricette domestiche, video-dirette, tutorial e challenge imperversano nella rete Perdomo si è trovato proiettato in uno spazio in cui tutto questo risultava per lui incoerente da riportare all’esterno: “Se c’è qualcosa di buono che questo periodo può insegnarci è che forse non avremo mai più così tanto tempo continuativo per stare da soli con noi stessi e capire chi siamo e chi vogliamo essere. Di ascoltarci e forse, se lo vogliamo, di imparare a non fingere con noi e con chi abbiamo di fronte. Di dare valore a quel che davvero conta per noi, soprattutto quando il contatto umano e fisico ci manca così tanto. Riscoprire nella solitudine nuovi stimoli, anche se nell’apparenza forzata in cui siamo abituati normalmente a galleggiare possono sembrarci inutili. Anche cambiando qualcosa per poi scegliere di accudirla dentro di noi o di cestinarla una volta usciti da qui”. Spiega con un sorriso magnetico in viso.

 “Io raramente mi mostravo in pubblico con questa prospettiva del mio intimo. È davvero difficile conoscermi davvero, per quello che sono qui. Anche al ristorante, di rado uscivo in sala, perché abbiamo modulato con Thommy e Simon un rapporto con i clienti che non incentra tutto sulla figura dello chef. Voltare la camera del telefono verso di me in questi giorni e ironizzare su questo inedito Way of Life, è stato il primo passo per cambiare un modo di vedermi e di farmi vedere dagli altri. Una valvola di sfogo, uno stratagemma per accorciare le distanze e per descrivere quello che realmente sto vivendo. Giocando con auto-ironia su quella che è una condizione veritiera della mia quarantena. Che ci accomuna tutti, ma che non deve essere uguale per tutti. C’è chi mi dice che sono un cazzone e chi mi addita come un genio. Colleghi che ci scherzano su o altri – come Niko Romito con cui ho parlato poco fa – che danno origine a profonde conversazioni sul nostro mestiere partendo da questi siparietti che metto su Instagram. Perché mai come prima di questo difficoltoso intervallo prendiamo atto di quanto “parole assolute” come giusto o sbagliato, siano relative da affibbiare ai comportamenti individuali che ci troviamo a ricucirci addosso. Perché non esistono più stelle, riconoscimenti, classifiche o punteggi su cui orientarci. Tutelare la propria autenticità diviene una forma di sopravvivenza necessaria”.

Ho la pelle d’oca dalle emozioni mentre impappino alcuni miei intrecci-emotivi che vi evito di sorbirvi. Ma l’opportunità che Perdomo mette in luce con la comunicazione indiretta e diretta dei suoi video – tratteggiati da un umorismo dirompente – è proprio quella di poter pensare di più, coltivando una vampata di ego sano e non viziato dalle dinamiche esterne e spesso scandite dalla consuetudine. L’indefinibile e immenso valore del tempo che ora ci sembra così ingestibile nella sua incombenza relegata nelle nostre 4 mura di isolamento domestico. “Qualche giorno fa pensavo agli operai che sono abituati a lavorare 10-12 ore al giorno per una produzione effettiva che rispecchia quel lasso di attività” ruota il discorso con aderenza Matias “In cucina ci siamo abituati per condizione mai realmente motivata a lavorare 16 ore per una produzione effettiva di 8 ore circa. Incrementando numero di dipendenti, aperture collaterali e mille altre attività parallele che comprimono la nostra vita di persone, ma non portano tutto questo beneficio effettivo. Io sono contento della mia vita e del mio lavoro. Non rimpiango un solo istante di quel che ho fatto o che sto facendo, ma sono convinto che anche pensieri ruvidi come questo mi potranno tornare utili quando si tornerà al lavoro”. Ne sono quasi certo anche io. E mi auguro fortemente che questo slancio di positività introspettiva si rovesci a pioggia sul settore dell’intera ristorazione italiana durante un’auspicale ripresa da questa criticità globale. Ma anche l’incognita, il dubbio stesso, è una parentesi da contemplare con rispetto e da lasciare aperta con considerazione meno giudicante. Ascoltando e osservando piuttosto. Scherzandoci su come sta facendo Matias e come abbiamo continuato a fare noi per un numero indecifrabile di ore di questa chiamata che doveva essere una robetta a tirar via. Che per fortuna non è stata così. E quando sollevo gli occhi verso la vetrata del mio balcone noto che quel sole prepotente non c’è più e quasi potrebbe essere orario di aperitivo-cena. Chi può dirlo. “Cosa ti prepari Mati” provoco io “Ecco, io non sto cucinando perché davvero non ho mai cucinato qui” risponde scattante. “Per me la cucina è convivio o con i ragazzi del ristorante o con mia figlia quando svuoto un barattolo di ottimo ragù di Zavoli sulla pasta o riscaldo gli avanzi dello staff meal. Mi incavolo anche solo per mettere al bollire un uovo che troppo spesso mi si cuoce anche troppo. Quanto mi disturba l’odore di quell’uovo stracotto non hai idea. Eppure è la verità. Che senso avrebbe far apparire il contrario sui Social. Meglio riderci su, che poi è quel che faccio anche quando toppo le uova”.

Mi alzo insolitamente più felice e incurante degli sgoccioli di giornata che ho davanti. Ma con un’insensata e goliardica voglia di uovo alla coque. Sbagliato naturalmente. E scrollare il feed di @mpchef il giorno dopo per instagrammarmi un sorrisone in faccia diventa il mio nuovo buon proposito in quarantena per scoprire chi sono e chi non voglio essere. Provateci anche voi. Grazie Gordo.