di Keti Mazzi Founder & Managing Director di CERTA

Vi scrivo da Hong Kong, dal lusso concretissimo dei miei sessanta metri quadrati di appartamento sull’isola, nel centro della città, sessanta metri, moltiplicabili a piacere grazie ai due terrazzini, di cui uno, quello sul retro, trasformato in palestra dopo che il Covid 19 ha chiuso i centri yoga. Un peccato, perché scandivano l’inizio della mia mattinata che parte presto, alle 6, prima che il sole passi l’orizzonte. Ora mi adatto a saltare con molta applicazione sul trampolino elastico e un po’ mi sento Jane Fonda che eseguiva gli esercizi in tv sulla base di Can You Feel It dei Jackson 5…  Con gli anni dormo meno e le ore del mattino sono quelle che dedico a me stessa senza eccezioni, aspettando l’arrivo gentile di Dina, la governante filippina che resterà padrona di casa fino alle 20, quando la mia giornata ha ancora una coda di telefonate, mail o cene. Moltissimo è cambiato in dieci anni, quando Thomas Bohrer, grande collezionista e mercante di vini, mi spinse a mettere radici a Hong Kong. Sono arrivata nel 2011, due anni dopo la fine dell’epidemia di Sars, nella piena effervescenza della rinascita. Allora iniziavano ad arrivare i grandi ristoranti spagnoli e gli italiani, come Otto e Mezzo Bombana che in due anni prenderà la terza stella. Venivo a parlare di vini, lanciandomi in un salto mortale geografico e culturale. Non è stato semplice, trovare un posto in tutta questa verticalità, superando la vertigine del cambiamento. Il nostro mondo mediterraneo conserva una parte sentimentale, una morbidezza nei rapporti umani, mediando quando è possibile, tra sensibilità e interesse. A Hong Kong, invece, il business tiranneggia lo spazio e il tempo di ognuno. La città, spinta in alto per l’esiguità del territorio, simboleggia bene quale sia la prospettiva dominante.

Lo sguardo orientale

Ho imparato velocemente ad arrivare dieci minuti prima piuttosto che cinque minuti dopo, mi sono abituata a scrivere tutto, a non perdere una virgola delle cose dette, a fare le “riverenze” con la giusta intonazione in cantonese, a sfruttare ogni quarto d’ora, adattandomi alla mentalità matematica dell’orientale, fissa sullo scopo e pronta a cogliere ogni increspatura della realtà, volgendola al proprio interesse.

Questa forza di concentrazione si esprime nello sguardo. Lo sguardo orientale ti affascina per un certo languore, ma è difficile da decifrare. Dietro, i cuori restano segretissimi e le menti quasi inaccessibili. In un certo senso, lo sguardo orientale è come la loro scrittura, basata su gli ideogrammi, segni complessi che dipingono cose, situazioni, azioni, un livello di complessità e di sintesi estraneo al nostro alfabeto che “scorre” con tutt’altra immediatezza. Per questo, ad esempio, gli orientali possono essere così affascinati e penetrati da un colore e da un sapore. Nel vino come nel cibo. Quella dell’attimo rivelatore è la via da battere per sorprenderli, necessaria come la capacità di raccontare storie: dire il vero in forma piacevole, confidenziale. Capirete che per una toscana estroversa c’era da rimboccarsi le maniche. Hong Kong mi ha indurito dal punto di vista del lavoro, ma al tempo stesso mi ha spinto a riprendermi tutta la grazia femminile. Cosa che le donne orientali, dalla postura al trucco, all’abbigliamento, non sacrificano mai all’efficacia negli affari. Perciò, oggi, il mix tra cultura latina (curiosità, rispetto, consapevolezza dei limiti, convivialità) grande storia toscana e senso orientale per gli affari, mi appaga totalmente. In certi giorni, cosa mi manca? Mettere i piedi su un prato, attraversare Piazza Grande ad Arezzo, lì sono nata, entrare nella pasticceria dove mi chiamano per nome e passeggiare tra le botteghe. E poi, come sogno nel cassetto, sistemare il capanno nell’uliveto, ospitare le api, un ciuchino e fare il barbecue con mio fratello.

Reagire al cambiamento

Beh, se vi siete annoiati con la prima parte di questa lettera, la prossima sarà più operativa. Tuttavia, vorrei iniziarla con una citazione del Buddha: Il cambiamento non è mai doloroso. Solo la resistenza al cambiamento lo è. Concetto che si chiarisce ancora meglio con quest’altra: Tutto quello che siamo sorge dai nostri pensieri. I nostri pensieri costruiscono il mondo. È così che posso raccontarvi i miei cambiamenti a Hong Kong. Dicevamo della Sars, ma, qui, i primi vent’anni del secolo sono stati segnati da altre due crisi, ravvicinatissime, ambedue iniziate nel 2019: le proteste di piazza per l’indipendenza dalla Cina e la pandemia di Covid 19. Quattro anni dopo che, grazie alla lungimiranza di Alberto Tasca d’Almerita e di Federico Ceretto, avevamo dato vita a CERTA – certa nel senso di cosa chiara, sicura e come acronimo dei due illustri cognomi – ufficio export di brand di famiglia per Medio Oriente, Asia, Indocina e Australia. Proprio nel 2019, oltre alle tensioni politiche intervengono anche dei problemi interni. Le difficoltà e i costi elevatissimi di Hong Kong mettono in crisi il modello lavorativo, basato su l’assunzione di dipendenti fissi. Dobbiamo ripensare il rapporto costo-efficacia delle risorse umane. Togliere la certezza di uno stipendio fisso e aprire l’orizzonte personale. Garantire un salario minimo, spingendo tutti a fare risultati e a guadagnare di conseguenza.

Creare, insomma, una comunità di menti brillanti, uno studio associato di persone che siano preparate e aperte al confronto. Le due cose insieme producono responsabilità, il che significa dare risposte in tempo utile. Questo è il senso di #certapeople, l’unione di professionisti che lavorano l’uno con l’altro per gli obiettivi dei clienti.

Come comunicare

La trasformazione ha portato con sé anche un modo diverso di comunicare che, parafrasando certe specialità locali, potremmo chiamare dim sum, trad. toccare il cuore.

Il ruolo di CERTA è quello di uno specchio in cui il cliente e il consumatore ritrovano il volto dell’azienda, la volontà, il sorriso e anche la ruga, la storia cioè di un prodotto, di una tradizione.  Il nostro scopo è, in due parole, fare cultura, condividere un’emozione tra pensiero e meraviglia, tra ricordi e progetti. Pensare positivo, direbbe qualcuno. Ricordarsi che la comunicazione è labile se non si basa sull’informazione, sottolineo io.

Narrare, narrare, narrare in modo che anche a migliaia di chilometri di distanza si colga il sapore, il profumo, la voce di un’esperienza originale. Un esempio recente è stata la campagna Instagram virale che abbiamo montato in pochissimo tempo, aiutando i ristoranti di Hong Kong e risvegliando i followers. Chiedendo a tutti di compilare un elenco di momenti, luoghi, ricette che potevano stuzzicare il ritorno alla normalità. Contemporaneamente, usando la nostra piattaforma, spiegavamo anche dove e come ordinare a casa lo spaghetto alla carbonara che non è la stessa cosa di gustarlo al ristorante, ma è meglio di niente.

Per concludere, la ricetta, oggi, è andare in profondità, coinvolgere e coinvolgerci. Tutti hanno da dire qualcosa, basta mettersi nelle migliori condizioni per ascoltare. Qualche giorno fa, Junice, una mia collaboratrice, portandomi in dono una egg tart, sfoglia con crema, tra il dolce il salato che adoro, mi ha detto: “Loban, boss, hai ancora più forza di prima”. Le ho sorriso, annuendo con la testa.