Testo di Fabio Pracchia

Foto di Simone Tomei per Cook_inc. 16

Fabio Pracchia ha intervistato Beppe Ferrua, proprietario dell’azienda agricola Fabbrica di San Martino sulle colline lucchesi La Fabbrica della Biodinamica raccontata su Cook_inc. 16. Scarica qui l’articolo in PDF.

Ciao Beppe, come stai? Finalmente si è tornati a una certa normalità. Come hai vissuto questo periodo inedito?

Ciao, lo abbiamo passato, credo, come tutti; con le stesse ansie e preoccupazioni. La nostra fortuna però è abitare in luoghi meravigliosi. La campagna ha assorbito tutto il nostro tempo; ci siamo potuti dedicare a mettere in ordine le cose che normalmente non avevamo nemmeno il tempo di considerare perché presi dagli altri aspetti che un tempo, vicino e remoto insieme, consideravamo normali. All’inizio della pandemia ci siamo subito fermati in casa e abbiamo seguito la vicenda soltanto da un punto di vista sanitario. Poi sono arrivati i contraccolpi economici causati dal blocco degli ordini da parte degli importatori e l’annullamento delle prenotazioni in agriturismo. Con la fine dell’emergenza nazionale qualcosa si sta finalmente muovendo.

Parlando con Elena Pantaleoni (La Stoppa) ed Elisabetta Foradori mi pare che, all’interno del movimento dei vignaioli naturali, si stia diffondendo l’esigenza di affiancare alla viticoltura specializzata altre forme di agricoltura in modo da realizzare una sorta di organismo agricolo complesso.

Sono assolutamente concorde. Uno degli obiettivi dell’agricoltura biodinamica è proprio quello, giocando con l’espressione organismo complesso, della complessità organica. Penso che per tutti noi la viticoltura abbia a che fare con una visione complessa del sistema agricolo di cui il vino è solo un aspetto, molto importante certamente, ma che deve essere posto in relazione con altre attività. Qui da noi l’ulivo, l’allevamento di vacche così come la presenza degli asini sono attività da sempre svolte e che permettono, tra l’altro, di intrecciare relazioni tra uomo, piante e animali molto stimolanti.

Cosa hai pensato in questi mesi a contatto “solo” con la vigna?

Devo dire che mai come in questo periodo, forse in modo paradossale, le piante dimostrano una salute esplosiva. Uva e olive sono lì a ringraziarci della continua attenzione; speriamo si mantenga per la vegetazione questa condizione. Sicuramente ho avuto modo di pensare; la sintesi dei miei pensieri è raffigurata da immagini sporadiche e contrapposte della quarantena. La reazione delle famiglie italiane all’isolamento è stata quella di comprare, lievito, farina, uova oppure di realizzare orti; quella degli americani era al polo opposto: le loro file erano davanti ai negozi di armi. Al di là della generalizzazione a me pare che la nostra cultura alimentare raffiguri un tratto ancestrale capace di donare speranza e calore domestico anche nei momenti più cupi.

Questa immagine è molto bella. Credi che il gesto ancestrale e a misura d’uomo di coltivare e cucinare con le proprie mani possa indirizzare verso una maggiore consapevolezza del consumo?

Sicuramente ciò che è autoprodotto indirizza verso una consapevolezza del sapore. Spero che il consumo futuro sia, in qualche modo, più critico. Ciò potrebbe davvero segnare una svolta per i prodotti alimentari del territorio e suggerire alle persone il corretto modo di approcciarsi al cibo e al vino in una chiave che tenga conto di sostenibilità ecologica ed economica. Per un cambiamento sensibile ci vorrebbe una seria intenzione istituzionale e scelte politiche radicali. Da questo punto di vista, purtroppo, mi aspetto poco o nulla.