“In Brasile i ristoranti sono abbandonati al proprio destino”

Testo originale in portoghese di Miguel Pires

Traduzione di Flora Misitano

Quando all’inizio del 2020 avevo proposto come titolo per l’articolo di Cook_inc. 26 sul Corrutela la citazione da Joker, il film di Todd Phillips “Is it just me, or is it getting crazier out there?” eravamo lontani dall’immaginare che un virus che stava colpendo gravemente una città in Cina si sarebbe tragicamente diffuso in tutto il mondo. La scelta, illustrata allora da un’immagine in cui, con un’espressione demoniaca, lo chef Chef César Costa saltava su un carrello di supermercato, voleva sottolineare il lavoro portato avanti nel ristorante in difesa della sostenibilità – come una protesta contro l’eccesso di consumi e lo spreco alimentare. Ma quando è uscita la rivista, nel marzo 2020, quale profezia di Nostradamus, il titolo avrebbe assunto tutt’altro significato. Un po’ come nel resto del pianeta, in quel periodo anche in Brasile i ristoranti iniziavano a chiudere provvisoriamente a causa della pandemia. Per quasi cinque mesi il Corrutela ha sopravvissuto con qualche sussidio del governo e grazie alla consegna a domicilio dei suoi piatti e dei prodotti dei suoi fornitori.

Il ristorante apriva in agosto e, pochi mesi dopo, la sua entrata al 50º posto nella lista dei Latin America’s 50 Best Restaurants gli regalava un prezioso “boost” in termini di affluenza di pubblico e di fatturato. Più di recente, tuttavia, esattamente il 6 aprile, a poco più di un anno dall’inizio del primo lockdown, il Corrutela torna ad annunciare (su Instagram) una nuova chiusura “a tempo indeterminato”. Al telefono, César Costa ci conferma la notizia dicendo che si è trattato di una decisione razionale. “Il proprietario di un ristorante mette una forte carica di emozione, molto della propria vita nel suo locale, ed è difficile vederlo come business. È unanime, era in perdita, con una chiusura si riduce l’emorragia”, spiega. E stavolta non ci sarà servizio di consegna a domicilio. “Il Corrutela non si adatta bene a un modello da asporto. I miei piatti non sono fatti per viaggiare”, afferma.

Trent’anni appena compiuti e a due mesi dall’essere diventato padre per la prima volta, César Costa non sa ancora per quanto tempo rimarrà chiuso, dipenderà dall’evoluzione della pandemia a São Paulo. Ma non intende gettare la spugna, anche perché manterrà il locale in cui ha investito molto – tra una compostiera all’ingresso, i pannelli fotovoltaici e altri armamentari destinati a ridurre al massimo l’impronta ecologica. César Costa dice di voler provare a fare qualcosa in questo periodo e ammette di sentirsi “un privilegiato” nel poter assumere, seppure a caro prezzo, una tale decisione. Tra l’altro richiama anche il “danno psicologico” dato dal trovarsi a operare in una congiuntura estremamente avversa come quella attuale. “Un fattore che non si misura troppo spesso”, afferma. Concludendo, lo chef brasiliano dice di non voler più confrontarsi con questa “roulette russa” di apri e chiudi in base all’inasprimento o allentamento delle restrizioni – il Brasile attraversa il peggior momento di questa crisi sanitaria, con una media di oltre 3.000 morti al giorno e con una polarizzazione esasperata in termini politici, con molti Stati che vanno contro il governo federale anti-lockdown, guidato da Jair Bolsonaro, un polemico ex-militare di estrema destra, che ha tenuto un comportamento incoerente e negazionista durante la pandemia. E come se non bastasse, per quanto riguarda il settore della ristorazione, stavolta non sono previsti neanche contributi da parte del governo. “I ristoranti sono stati abbandonati al proprio destino”, conclude infine César Costa.