Backstage di un essential business a NYC

Testo e foto Gloria Feurra

Illustrazioni & Art Work di Leonardo Martinelli

Sono tornata appena prima della chiusura delle frontiere, aggirando l’usuale MXP-JFK con rocamboleschi scali; addosso, ancora le ceneri del carnevale sardo. A fine febbraio avevo preso qualche giorno per tornare a casa, a Seneghe, mille e una manciata di anime effervescenti ai piedi del Montiferru. Con me, parte del famigerato Gusti Team. Spedizione in parte nostalgica in parte antropologica, diluita da carrambate con gli storici produttori e intervalli di scouting – perché la famiglia può allargarsi ancora.

Ogni tanto, ma non abbastanza spesso, riavvolgere il nastro tornando a qualche settimana fa lenisce. Da quando nello stato di New York vige la quarantena io, come una rockstar in pensione, rintraccio ancora le note gloriose del martedì grasso, diventato occhiaie e stoccaggi di pecorini sottovuoto.

Abito a Williamsburg, Brooklyn, che è un quartiere raggiante e gentrificato dove generalmente la voce grossa si faceva per l’impennata degli affitti, per il singhiozzare della linea L nel weekend, o perché tutti gli affezionati negozi su Bedford Avenue vengono rimpiazzati da grandi catene. Triste, sociologicamente rilevante, ma, se la dobbiamo dire tutta, proprio non ci si può lamentare. Williamsburg è un quartiere da weekend. Ci si pellegrina per street food festival e mercati delle pulci, si va a fare il brunch o a bere cocktail sui tetti dei grattacieli vista fiume. Un posto dove di tanto in tanto appare un pop-up store e serpentine di ragazzini cool fanno le code. Anche oggi le code si vedono, le più lunghe per entrare da Whole Foods, il supermercato fighetto di Amazon.

Tutto il resto è ormai solo delivery. Corazzati in loungewear ad aspettare le consegne, i nuovi cuor di leone s’infervorano contro gli inermi centralinisti dei corrieri. Ogni tanto pure io mi unisco al coro. Impreco, io che i pacchi più che riceverli li spedisco. Al 1715 di West Farms Road, nel Bronx, dal lunedì al venerdì (dal 1999) si evadono scatole di cartone con etichette FRAGILE sigillate di nastro adesivo bianco, con scritto in font typewriter nero e rosso il logo aziendale. Vanno verso l’intero continente nordamericano e periodicamente, allo stesso indirizzo, arrivano furgoni stipati di latte di San Marzano veri, porosissima pasta a lenta essicazione, mandorle e pistacchi selezionati da Corrado Assenza, aceti di uva fatti da Sirk, o quelli tradizionali invecchiati nelle soffitte in batterie per almeno 12 anni. Arrivano sottoli che sono bijoux, Panettoni e Colombe stellari e tanti, tanti (poli)fenomenali oli extravergine d’oliva. Di cosa sono pieni i pacchi che partono si capisce. Gustiamo, Italy’s best food.

Quindi, quello che Gustiamo in estrema sintesi fa è importare dall’Italia e distribuire negli Stati Uniti. Potrei poi sbrodolare ben oltre le massimo 800 parole richieste, a dirvi che oltre la vendita c’è ben altro. Ricerca maniacale, educazione, decennale battaglia contro il bistrattato Italian sounding, e tante, un sacco, di cose belle. Come le cene in magazzino in mezzo ai pallet dove Rula Jebrael chiacchiera fitta con Joe Beddia, o di come quando il console italiano a momenti batteva sul tavolo da a ping-pong Pierre Serrao dei Ghetto Gastro. Spesso, in occasioni del genere, la colonna sonora è quella di uno stonato karaoke italiano. Ma l’obiettivo di questo post, credo, è quello di spiegare come sia diventato un servizio essenziale quello che agli occhi dei più non somiglia granché a un essential business. Cercherò anche di riportare come nelle ultime settimane la nostra vita sia cambiata, tessendosi su patchwork discordanti fatti di stress, routine e alienazione, buoni propositi, scorpacciate di supporto e mal di schiena.

Il nostro e-commerce è stato preso d’assalto. Centelliniamo i prodotti ma prosciughiamo gli stock, monitorando compulsivamente i giorni che ci separano dai container in rotta verso la sponda Est dell’Atlantico. Non è mai stato nel DNA aziendale quello dei grandi numeri, un po’ perché la materia prima che ci piace, ci piace anche perché è limitata, un po’ perché i volumi della domanda per un pacco di pasta a $10 sono quelli che sono. Quantità ridotte e prezzi vertiginosi, con orgoglio. Eppure, siamo cozzati in un fenomeno nuovo e paradossale: i privati accalcati online per ammassare carrelli virtuali di prodotti a lunga conservazione; i ristoranti, la nostra colonna vertebrale, che hanno ridotto all’osso, al midollo, gli ordini. Abbiamo in poche ore rivoluzionato un modello consolidato, mettendo in catalogo formati bulk riservati ai clienti all’ingrosso, e riposizionando l’intero team in arena per imparare in tempi record a imballare e impacchettare ordini da 50 kg, lasciando incustodite le scrivanie. Lavoriamo con guanti e mascherine, mantenendo le raccomandate distanze di sicurezza, ad agevolare.

È trascorso quasi un mese. Accusiamo gli acciacchi, ma ci ringalluzziscono le email e i messaggi in segretaria dei clienti. Ringraziano candidamente per il cibo di altissimo valore recapitato a casa, chiedendo pazientemente raccomandazioni e informazioni sugli ingredienti. In questi strani tempi di pandemia, il confine tra lusso, eccezione, trasgressione e necessità si è fatto più labile, discutibile, specie per il cibo. L’americano stereotipico, tutto fast food e cibo preconfezionato, ha trovato tutto il tempo del mondo per mettersi ai fornelli, sperimentare con farine di grani antichi siciliani, leggere e seguire procedimenti per preparazioni elaborate, godendosi una delle poche gioie rimaste tra le mura domestiche: cucinare, mangiare. Credo, magari sbagliando: non è forse davvero rilevante tutto questo, ora più che mai?

Nel frattempo i ristoranti, debilitati ma caparbi, rafforzano e ripensano formule per le consegne a domicilio e, timidamente, nuovi ordini wholesale riaffiorano. Sull’altro fronte, cerchiamo oggi di supportare ancora più fervidamente la rete di eroici contadini e artigiani italiani che rappresentiamo, la cui stima, affetto e riconoscenza va ben oltre l’ambito professionale. Non siamo eroi, ma procediamo certi di essere dalla parte del giusto.

Quando mi chiedono quale sia l’umore di New York in questa fase, io faccio riferimento al Coronavirus Briefing del NYTimes. La mia presa diretta sulla città si limita ai due isolati per una passeggiata sull’East River nel fine settimana, più la quotidiana tratta sul FDR nei giorni feriali, quando sbircio la città più pulsante che conoscevo dal finestrino posteriore della macchina di Danielle, la mia ardita collega che 5/7 marcia da Harlem verso Brooklyn per risalire su, nel Bronx, andata + ritorno. La metropolitana, il mio termometro dei tempi preferito e ricettacolo del Zeitgeist, è però pure collettore virale. Sono ormai settimane che non la prendo. Placida e sfigurata, la città che non dorme mai.

E allora come sarà, quando sarà finita? Io non lo so, ma l’ottimista risposta rilasciata all’HuffPost da Beatrice Ughi, la donna che in quel 1999 fondò Gustiamo, rincuora: “Credo che quando tutto questo sarà superato, molte più persone avranno finalmente realizzato l’importanza che il cibo ha nelle nostre vite – e che ci dovremmo prendere più cura di noi stessi”.