Il team di Augusta, la fiera del vino naturale di Torino, ogni anno seleziona in modo dettagliato e capillare i produttori che parteciperanno alla fiera. Tutti devono naturalmente condividere la visione della manifestazione e il suo approccio al vino indipendente – fatto principalmente in vigna, con fermentazioni spontanee e con il solo impiego di lieviti indigeni – ma la ricerca non si ferma mai ai nomi già conosciuti o alle zone più celebrate.
Capita così che alcuni produttori presenti per diverse edizioni debbano lasciare spazio ad altri. Non per mancanza di interesse o di stima, ma per offrire a nuovi vigneron la possibilità di partecipare e al pubblico l’occasione di incontrare qualcosa di inatteso. Questo elemento di novità, sia chiaro, non ha nulla a che vedere con il ricambio compulsivo del consumo – non è la logica dell’ultimo modello da inseguire come un nuovo iPhone. È invece scoperta. Opportunità di crescita personale, del palato, della conoscenza e della curiosità.
È il desiderio di aprire continuamente nuove geografie, creare nuove connessioni e conoscere territori e modi diversi di intendere il vino.
Nell’ultima edizione di Augusta, a novembre 2025, c’erano anche due territori che in inglese potrebbero essere definiti come “underdog”. Ovvero: quelli da cui nessuno si aspetta davvero qualcosa. I meno quotati, quelli fuori dai radar, che partono in “secondo piano”. Zone ancora poco esplorate e raccontate nel mondo del vino in generale e, soprattutto, in quello del naturale, ma che hanno dimostrato di avere una voce precisa e qualcosa di autentico da dire; zone che non hanno nulla da invidiare alle culle del vino e che hanno grande potenzialità di affermarsi come nuovi fulcri di interesse. Stiamo parlando dell’Ungheria e della Svizzera.
Bence Szilágyi
A rappresentare l’Ungheria è Bence Szilágyi con i suoi Barnag Wines. Si trova sull’altopiano del Lago Balaton – il lago più grande dell’Europa centrale, lungo quasi 80 km – un’area storicamente legata alla viticoltura ma ancora poco conosciuta fuori dai confini nazionali. Qui, tra rilievi vulcanici e suoli calcarei a meno di dieci chilometri dalla sponda nord del lago, Bence porta avanti una produzione profondamente ancorata al territorio a partire dal nome dell’azienda: Barnag è infatti il nome del villaggio dove Bence Szilágyi produce vino in un fienile in pietra di duecento anni.
L’origine del progetto parte dal padre che aveva acquistato una proprietà a Barnag inizialmente come casa di villeggiatura e aveva iniziato a coltivare un piccolo vigneto per passione, producendo ogni anno qualche barrique senza alcuna ambizione commerciale. È Bence a trasformarlo in un vero progetto vitivinicolo. Dopo gli studi di enologia tra Budapest e la Germania, e gli anni passati tra wine bar naturali e visitando produttori, Bence inizia a costruire una propria idea di vino. La prima annata “non ufficiale” arriva nel 2017 con un esperimento da appena 400 bottiglie prodotto insieme ad amici. Nel 2018 nasce ufficialmente Barnag Wines e, da allora, il progetto cresce lentamente, sostenendosi esclusivamente attraverso ciò che il vino riesce a generare.



Foto dal profilo Instagram @barnagwines
Oggi Bence coltiva vitigni autocnoti e internazionali come Furmint, Riesling, Kékfrankos, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. La viticoltura della zona ha attraversato anni difficili tra il periodo socialista e la transizione successiva, quando molti vigneti vennero abbandonati o reimpiantati con varietà più produttive ma prive di reale identità. Solo negli ultimi anni alcuni giovani produttori hanno iniziato a recuperare il patrimonio viticolo storico del territorio e a valorizzare nuovamente uve autoctone come il Furmint – conosciuto più che altro per essere il vitigno principale nella produzione del Tokaj, il vino ungherese per eccellenza considerato uno dei vini più antichi e famosi al mondo. Bence appartiene proprio a questa generazione: vignaioli che hanno scelto di ripartire dalla memoria agricola del Balaton invece di uniformarsi a modelli internazionali. In cantina il lavoro segue la stessa filosofia essenziale: fermentazioni spontanee, affinamenti in legno, nessuna chiarifica o filtrazione e interventi ridotti al minimo.
Ma Bence non è soltanto un vigneron. È uno di quei personaggi che attraversa il mondo del vino da più direzioni contemporaneamente. Curioso, dinamico, sempre in movimento. Oltre a Barnag Wines porta avanti anche una piccola distribuzione chiamata Disco Wines, con cui importa e distribuisce in Ungheria – “Liquid pleasures. Distributing favourites in Hungary” si legge sul profilo Instagram.
Per qualche anno ha aperto anche il Bizarre Bar a Budapest: uno spazio sotterraneo, illuminato di rosso, quasi sacrale nella sua atmosfera decadente. Un luogo fatto di bottiglie condivise, musica, serate tra amici, vignaioli e appassionati. Il locale ha chiuso per problemi legati al vicinato, ma sembra destinato a riaprire presto in una nuova forma.
Nel frattempo, nel 2024, insieme ad alcuni soci ha aperto Cabrio, bistrot nel centro di Budapest. Un posto che respira un’aria a metà tra Berlino e Parigi: pareti grezze, luci soffuse, dettagli rossi, tavolini da bistrot francese e una tenda da macelleria in plastica rossa che separa la cucina dalla sala. In un angolo, quasi invisibile, una vecchia TV vintage trasmette in live stream un piccolo scorcio della cucina, come una finestra discreta sul dietro le quinte del locale.





Foto di Claudia van den Berg Morelli
Sul menu compaiono piatti stagionali da condividere, tra influenze europee e ingredienti locali, come la Terrina di maiale Mangalica o le Carote cotte lentamente al forno con miso, radicchio julienne, semi di lino e arachidi. Nel 2025, a meno di un anno dall’apertura, Cabrio ha ricevuto il riconoscimento Bib Gourmand: un risultato inaspettato e non necessariamente ricercato, ma che racconta la qualità e la cura del progetto. Anche la carta dei vini segue la stessa filosofia, mescolando produttori locali a una selezione ampia e rappresentativa del panorama europeo, tra Francia, Germania, Austria e qualche presenza spagnola e italiana.
Insomma, da Cabrio si sta bene. È uno di quei posti che diventano facilmente un riferimento del quartiere, soprattutto in una zona centrale dove realtà così – autentiche, accessibili e prive di formalismi – non sono poi così comuni. E Bence è una persona aperta e accogliente, che vive il mondo dell’enogastronomia da ogni lato possibile: dalla terra alla bottiglia, dalla distribuzione al servizio in sala. Ed è forse proprio questa visione ampia, concreta e quotidiana del vino a rendere il progetto Barnag così interessante oggi.
Matthias Orsett
Matthias Orsett, francese cresciuto nella periferia parigina, ha scelto di fare vino in un altro luogo non storicamente associato al grande racconto enologico contemporaneo: la Svizzera.
Anche lì, negli ultimi anni il movimento del vino naturale sta vivendo una crescita piccola, ma significativa. La scena resta ancora contenuta, ma sempre più produttori stanno sperimentando vinificazioni a basso intervento, fermentazioni spontanee e recupero di vitigni storici locali. Tra Ginevra e il Canton Vaud sta crescendo una scena sempre più attenta a cuvée non filtrate, macerazioni e interpretazioni più libere del Chasselas. Anche la Svizzera tedesca e il Ticino stanno contribuendo alla crescita del movimento, ciascuna con sensibilità differenti ma accomunate da un approccio più artigianale e meno interventista al vino. Dal Vallese, invece, arrivano vini alpini e minerali da varietà autoctone come Cornalin, Humagne o Petite Arvine.
È proprio nel Vallese, a Fully, nella parte sud-occidentale del Paese, che Matthias porta avanti il suo progetto. Lavora circa un ettaro e mezzo di vigne distribuite tra i 460 e gli 870 metri di altitudine lungo il tratto svizzero del Rodano che scende verso il Lago di Ginevra. L’azienda che porta il suo nome nasce ufficialmente nel 2021 e fin dall’inizio si sviluppa con un approccio profondamente artigianale: tutto viene fatto a mano, dalla vigna alla cantina. I terreni poggiano su sottosuoli granitici, mentre la coltivazione segue pratiche biologiche certificate. Anche in cantina la filosofia resta minimale: fermentazioni spontanee con soli lieviti indigeni, nessuna chiarifica o filtrazione e soltanto minime aggiunte di solforosa quando necessario.



Foto dal profilo Instagram @matthias.orsett
Ogni cuvée proviene da una singola parcella ed è vinificata separatamente per valorizzare al massimo l’identità del vitigno e del terroir. In totale Matthias produce circa quindici vini diversi: tra i bianchi Chardonnay, Chasselas e Petite Arvine – varietà autoctona del Vallese – mentre tra i rossi lavora Pinot Noir, Syrah, Gamay e diversi assemblaggi. Presenti anche Gamaret e Garanoir, due varietà create in Svizzera negli anni 70 dall’incrocio tra Gamay e Reichensteiner, sviluppate per la loro elevata resistenza alla muffa grigia.
Nei rossi le estrazioni sono leggere, pensate per preservare tensione e freschezza, mentre i bianchi sostano a lungo sulle fecce fini in vecchie botti di legno. Gli affinamenti possono durare dai due ai quattro anni in vecchie botti borgognone, con alcune cuvée che usciranno per la prima volta soltanto quest’anno: una scelta sempre più rara oggi, in una generazione spesso costretta a mettere i vini sul mercato rapidamente.
Eppure, Matthias non arriva al vino da un percorso tradizionale. Prima di diventare vignaiolo ha fatto altro. Per sette anni ha lavorato nel settore sanitario, ed è proprio questo che lo portato inizialmente a vivere in Svizzera. A un certo punto però decide di fermarsi, prendersi del tempo e viaggiare. Al ritorno si dedica completamente alla musica: per circa tre anni lavora come DJ e fonda una propria etichetta discografica, fino a quando il Covid-19 interrompe tutto.
È lì che il vino, presenza costante ma fino a quel momento rimasta laterale nella sua vita, prende uno spazio diverso. Matthias va in Jura da amici per partecipare a una vendemmia e capisce immediatamente quanto quel mondo lo attragga. “Usi la testa, usi le mani, usi il corpo, usi i sensi”, racconta. Da quel momento la direzione diventa chiara. Studia enologia in Jura e poi decide di tornare in Svizzera: un territorio meno celebrato, ma con altitudine, sole, paesaggi e condizioni che sente vicine alla propria idea di vino.


Foto dal profilo Instagram @matthias.orsett
E sente anche che qualcosa si sta muovendo. Per anni il vino svizzero è rimasto quasi interamente confinato al consumo interno; oggi invece l’interesse internazionale sta crescendo rapidamente. Matthias, per esempio, vende soltanto circa il 25% delle bottiglie in Svizzera, esportando tutto il resto. Essere un Paese ancora poco conosciuto nel panorama del vino naturale, per lui, non è un limite ma quasi un vantaggio: la curiosità verso questi territori esiste già, ed è in crescita.
Forse è proprio questo intreccio di esperienze diverse a rendere il suo approccio al vino così personale, lucido e orientato sul lungo periodo. Quando gli chiedo cosa si sia portato dietro dalle vite precedenti, racconta che dall’esperienza in ambito sanitario ha mantenuto il rigore amministrativo e organizzativo. Dal mondo della musica, invece, si porta dietro una sensibilità particolare per il suono: ascolta le fermentazioni e conosce il rumore di ogni botte nella sua cantina.
Le storie di Bence e Matthias raccontano che stare fuori dai radar del vino contemporaneo non significa essere marginali, ma avere lo spazio per costruire un’identità propria, libera da modelli già scritti.





