Augusta Stories
quarta edizione
Augusta è energia
Cosa rende ancora necessaria una fiera del vino naturale
Testo di
Greta Contardo
Illustrazione di
Gianluca Cannizzo
In collaborazione con
Augusta
Augusta è energia
11 minuti

Facciamo un sacco di cose senza domandarci se abbiano ancora senso. Festeggiamo compleanni ripetendo riti stanchi, facciamo lunghe spossanti file sotto il sole per un gelato, ci ammassiamo ai concerti per poi guardarli attraverso lo schermo del telefono. Altre cose, invece, ci obbligano a chiederci: serve ancora? Le fiere del vino appartengono a questa seconda categoria. La domanda è tutt’altro che banale. Nel 2026 compriamo bottiglie online, seguiamo i vignaioli sui social, basta un algoritmo appena addestrato e il vino continua a comparirti davanti allo schermo anche quando stavi cercando un paio di scarpe. Insomma, se la filiera è diventata così fluidamente immediata e pervasiva, perché dedicare una intera giornata tra i banchi d’assaggio?

L’8 e il 9 novembre Augusta, la fiera del vino naturale di Torino, tornerà a riempire gli spazi del Bunker per la sua quarta edizione. La biglietteria è già aperta e fino al 2 agosto è possibile acquistare i biglietti in early bird. L’occasione è quella giusta per tornare indietro di tre anni e provare a rispondere a una domanda che riguarda Augusta, ma anche il mondo del vino naturale nel suo complesso: ha ancora senso una fiera?

La cosa curiosa è che questa domanda se l’è posta per primo proprio chi Augusta l’ha immaginata: Piero Crocenzi. Chi organizza una fiera, di solito, parte dalla convinzione granitica che una fiera serva. Piero, invece, è partito dal dubbio opposto. Nell’estate del 2023, circa in questo periodo, quando il progetto era ancora un’idea teorica da verificare sul campo, Piero ha preso la macchina e ha iniziato a macinare chilometri tra le colline del Piemonte e le vallate viticole della Francia. Ha trascorso ore al telefono, ma soprattutto ha fatto una cosa che facciamo sempre meno: presentarsi di persona. Non cercava espositori da inserire in un catalogo con la fredda modulistica d’ingaggio che spesso definisce l’iscrizione a una fiera; cercava risposte.  

“Ho fatto loro domande precise sulla sensibilità del momento: chiedevo se sentissero il bisogno di una fiera e se la ritenessero arricchente per il movimento del vino naturale, specialmente in un mercato che, diventando maturo, ha allungato la filiera allontanando il produttore dal consumatore. Ho riscontrato da subito una grandissima fiducia. Hanno creduto nel fatto che una persona che organizza eventi di mestiere potesse fare qualcosa di davvero bello e utile per il settore, e questo per me è stato un tributo importantissimo”.

Erano due i nuclei principali di quella ricerca: il Piemonte, per naturale vicinanza geografica, e la Francia, soprattutto lo Jura. “È una zona vitivinicola straordinaria, su cui oggi purtroppo esistono anche forti speculazioni legate alla moda delle etichette “instagrammabili”. Augusta, al contrario, vuole raccontare una Francia profonda, che non perde mai di vista la sostanza al di là della foto sui social. Quel nucleo ha fatto sicuramente da traino per l’identità internazionale della fiera”.

Negli ultimi vent’anni, infatti, il paesaggio del vino artigianale è mutato. Dagli esordi pionieristici dei primi anni Duemila fino all’esplosione mediatica degli anni più recenti, la bolla dell’interesse popolare ha portato con sé benefici economici, ma anche una pericolosa dilatazione delle distanze. Tra chi la terra la lavora tutti i giorni e chi quel vino lo versa nel calice si sono frapposti agenti, distributori – pure influencer – e una nebulosità sui prezzi con il rischio di trasformare un prodotto di estrazione popolare in un bene di lusso speculativo. Era proprio questo il contesto che Piero cercava di leggere durante quel viaggio: capire se esistesse ancora il bisogno di un luogo capace di accorciare di nuovo quella distanza. La risposta arrivò pochi mesi dopo.

“Ricordo nitidamente il momento di chiusura della prima edizione. Io sono un perfezionista, uno che non si accontenta mai. Eppure, in quel momento abbiamo raccolto una gratitudine così profonda da parte di tutti i partecipanti che i confini della mia visione si sono improvvisamente allargati. Fino ad allora l’obiettivo era semplicemente mettere la prima pietra miliare. Sentire i produttori – anche quelli meno empatici o con cui non avevo un rapporto stretto – venire da me nei giorni successivi per dirmi è successo qualcosa di diverso dal normale, mi ha fatto capire che Augusta poteva e doveva diventare un progetto a lungo termine”.

Riavvolgendo il nastro, quell’esordio ha gettato le fondamenta di un’architettura umana che in Italia forse mancava ed era invece molto presente nei saloni del vino naturale d’Oltralpe, dove la dimensione conviviale e il piacere della condivisione prevalevano sulla rigidità e sul formalismo espositivo tipico di molti saloni nostrani. “C’è stata una forte spinta emotiva legata alle fiere che ho iniziato a frequentare in Francia dopo il 2015. Frequentarle da organizzatore di eventi e da appassionato mi ha fatto rendere conto che in Italia mancasse un evento con quel tipo di atmosfera. Mentre le fiere italiane mi sembravano a tratti poco stimolanti, andare oltre il confine ha fatto scattare qualcosa: la visione di un ambiente che mancava, unita alla voglia di costruirlo”.

L’idea di radicare la fiera sotto la Mole, superando anche qualche tentazione progettuale di renderla un format itinerante con un secondo appuntamento nella Capitale, si è rivelata l’intuizione vincente. Come ammette Piero con esplicita candidezza: “Una cosa che non rifarei è ripensare all’evento come a una doppia edizione. Forse proprio perché questa scelta era sbagliata non si è concretizzata”. Per capire davvero cos’è Augusta, bisogna partire dalle sue radici, non solo geografiche. Augusta è la fiera del vino naturale di Torino, e già il nome lo rivendica, recuperando quello romano della città: Augusta Taurinorum. È un progetto nato dall’idea di Piero Crocenzi sviluppato con Lucia Telori, project manager, Gianluca Cannizzo (My Poster Sucks) come art director e un gruppo di lavoro con un obiettivo preciso: non costruire un altro mercato del vino, ma un luogo in cui il vino fosse, prima di essere un prodotto,  un incontro.

L’errore che commettiamo più spesso davanti a un banco d’assaggio è trasformare la conversazione con il produttore in un esame di enologia applicata. Chiediamo giorni di macerazione, fermentazioni, barrique, percentuali. Annuiamo con aria competente, come se fosse quello il modo migliore per capire un vino. Ma lo è davvero? Chiedo a Piero: qual è la domanda che il pubblico dovrebbe fare e che quasi nessuno fa?

“Spesso chi si avvicina allo stand fa domande strettamente tecniche. Mi piacerebbe invece che le domande si spostassero sulla vita quotidiana, sulla ciclicità annuale del lavoro del viticoltore, sulle ragioni intime per cui quel vino viene fatto in quel modo in relazione a quel determinato territorio. Capire l’uomo e la terra ti fa comprendere perché due scelte enologiche completamente antitetiche, fatte in due contesti diversi, siano comunque la scelta giusta per ciascuno di essi. Bisognerebbe andare oltre il liquido nel bicchiere e chiedere della vita”.

La vita dei produttori. È questa, forse, la cosa che si assaggia ad Augusta e che abbiamo raccontato nella nostra rubrica Augusta Stories. L’agricoltura che rifiuta scorciatoie è un mestiere totalizzante, che difficilmente concede pause. Piero ricorda una frase che Ezio Cerruti gli disse durante uno dei loro incontri: “Io non vado in vacanza d’estate come fai tu. Posso prendermi qualche weekend, ma non posso lasciare le vigne per troppi giorni di fila, perché devo essere qui a vedere cosa succede”. In quella frase c’è tutta l’idea di agricoltura che Augusta prova a riunire. “I nostri produttori sono accumunati dall’intersezione totale tra la loro vita e la loro attività di produttori. Per loro la produzione del vino è parte integrante dell’esistenza. A differenza di altre fiere, noi abbiamo messo al centro del concept l’aspetto prettamente agricolo e la capacità di affrontare la vinificazione in totale autonomia. I nostri produttori non si affidano a enologi: sono vignaioli che seguono sia la terra sia la trasformazione in cantina. Sono accomunati dalla scelta radicale di fare a meno della chimica in vigna, di non utilizzare lieviti selezionati per le fermentazioni e di evitare le stabilizzazioni forzate. Parliamo di pratiche che renderebbero la vita del produttore molto più facile. Loro, invece, scelgono consapevolmente il percorso più lungo, impervio e ricco di imprevisti. Anche di fronte a un’annata difficile o a una gestione complessa delle fermentazioni, scelgono di non scendere a compromessi”. Da qui nasce anche il desiderio di raccogliere questi principi in un manifesto. Senza dover delimitare un recinto identitario, ma per dichiarare con trasparenza ciò che Augusta vuole essere e continuare a costruire.

È una visione che si è costruita anche guardando alla Francia, attraverso figure come Bruno Schueller e Patrick Meyer. “Vedono il vino come un elemento di consumo quotidiano, al pari del pane. Quando la filiera si allunga eccessivamente e i passaggi aumentano, il prezzo finale rischia di snaturare il posizionamento che il viticoltore voleva dare alla sua bottiglia. Produttori esperti come Patrick e Bruno si interrogano molto su questo: per loro è fondamentale che il vino rimanga quotidiano e accessibile”. Far incontrare i produttori con il pubblico finale ad Augusta serve a togliere anche quella patina di lusso o di nebulosità sui prezzi che a volte si crea attorno al vino naturale.

Augusta è riuscita a trasformarsi in punto di riferimento per il vino naturale in Italia – con oltre 70 produttori da tutta Europa presenti lo scorso anno e altrettanti attesi quest’anno – e questo lo si deve alla sua straordinaria capacità di generare comunità in un’atmosfera informale, festosa e inclusiva. “Augusta è un momento in cui il vino sta al centro di tutto, ma in modo orizzontale. Portiamo in fieri viticoltori storici e giovani emergenti che condividono la stessa filosofia, e cerchiamo di trasmetterla sia ai consumatori privati sia ai professionisti del settore. Al contempo, creiamo un ambiente accogliente per gli agricoltori stessi, un momento di scambio informale tra vecchie e nuove generazioni. Per un produttore, stare in uno stand a versare vino tutto il giorno può essere faticoso, ma ad Augusta l’atmosfera è così distesa che tutti lo fanno con naturalezza, entusiasmo e felicità”.

L’identità di Augusta si riflette in modo inequivocabile nella composizione del suo pubblico: oltre la metà dei visitatori è under 40. Per molti di loro il biglietto non è semplicemente il prezzo da pagare per assaggiare centinaia di vini, ma l’occasione per parlare direttamente con chi quei vini li produce, senza intermediari. È la stessa idea che guida molte delle scelte organizzative della manifestazione. C’è Augustina, lo spazio dedicato ai bambini, nato per permettere alle famiglie di vivere la fiera senza dover scegliere tra la passione e la cura dei figli. C’è il lunedì interamente riservato agli operatori, per offrire un contesto più raccolto a ristoratori, enotecari e distributori. C’è la possibilità di acquistare le bottiglie direttamente dai produttori, accorciando concretamente quella filiera di cui per tutto il tempo abbiamo parlato. E c’è il programma culturale in ampiamento rispetto allo scorso anno così come il comparto food.

Se la prima edizione è stata un atto di fiducia e quelle successive hanno consolidato un’identità, il 2026 forse rappresenta il passaggio alla maturità consapevole della fiera. E come ogni anno anche il visual cambia pelle per accentuare la narrazione. Dopo il giallo, il rosso e il verde, Augusta quest’anno sceglie il rosa. Un colore espressivo e libero, come i vini che ama, come il futuro che immagina.

“Oggi siamo in un momento di necessaria riorganizzazione della bolla del vino naturale scoppiata negli ultimi anni. La filiera si è allungata, la distanza corta tra produttore e consumatore si è persa. In questo contesto, Augusta sente la responsabilità di puntellare la filiera, unendo i puntini e ristabilendo relazioni dirette tra tutti i soggetti coinvolti: i viticoltori, i distributori, gli esercenti (ristoratori ed enotecari) e, infine, il pubblico. Il 2026 deve essere l’anno del consolidamento di questo tessuto”.

Non aspettiamoci una crescita dell’evento in termini di numero di produttori – “c’è un limite dimensionale e identitario che vogliamo preservare” – che comunque si possono già sbirciare online e che arriveranno, ancora, da tutta Europa. La crescita di Augusta è qualitativa, e si misura nella consapevolezza del consumatore e nell’evoluzione culturale di tutto il comparto del vino naturale mantenendo quel senso di comunità costruito negli anni.

Chiedo a Piero se ci sia una parola che, più di tutte, racconta Augusta 2026.

“Faccio sempre fatica a trovarne una sola, ma quest’anno direi energia. L’energia che il vino trasmette nel momento della bevuta è l’elemento chiave della nostra selezione ed è il motivo per cui mi sono innamorato del vino naturale vent’anni fa. Spesso se ne parla come di una moda o di una scelta residuale. In realtà scegliere di non usare chimica o lieviti selezionati è un percorso molto più difficile, che ha un obiettivo preciso: restituire al vino un’energia diversa, vibrante. In quella forza convivono anche delle fragilità. I tecnici le chiamano difetti. Io preferisco chiamarle fragilità, perché se un vignaiolo decide di mettere comunque quella bottiglia sul mercato significa che quella caratteristica fa parte della sua identità. E quando quelle fragilità non ci sono, o se ci sono trovano il loro equilibrio, succede qualcosa di sorprendente. Nel mondo del vino naturale ce ne dimentichiamo troppo spesso. Per questo voglio che il 2026 rimetta l’energia al centro”.

Non so se oggi serva ancora una fiera del vino naturale, so però che serve Augusta. Perché di saloni e mercati abbiamo ormai pieni i calici. Di energia, invece, continuiamo ad avere una sete enorme.


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