L’Alsazia è una terra che ha imparato a convivere con il cambiamento.
A lungo contesa, ha attraversato continui passaggi di sovranità tra Germania e Francia, a cui oggi appartiene. Ma i confini amministrativi raccontano solo una parte della storia. L’identità della regione si è costruita soprattutto attraverso chi ci è nato e cresciuto, chi ha abitato e lavorato queste terre generazione dopo generazione, plasmando uno spirito prima di tutto umano, non burocratico. L’Alsazia, oggi, conserva questa doppia anima culturale e linguistica, un equilibrio sottile tra rigore e sensibilità, tra ordine e intuizione. Un blend che tiene insieme due Paesi e due culture profondamente diverse, riuscendo però a farne emergere il meglio. Almeno, quando si parla di vino.
La vite, in Alsazia, è sempre stata una presenza costante. Coltivata già prima dell’epoca romana e poi allevata nei secoli dai monasteri medievali, ha attraversato guerre, confini e ricostruzioni senza mai scomparire. Incastonata tra il maestoso Reno e il massiccio protettivo dei Vosgi, la regione vinicola si estende per circa 170 km in lunghezza e gode di diversi microclimi, mentre il suo sottosuolo racconta una grande complessità: si alternano calcare, marne, arenarie, graniti e anche suoli vulcanici (dai Vosgi), offrendo una straordinaria ricchezza di terroir. I vitigni storicamente coltivati sono prevalentemente a bacca bianca: Riesling, Gewürztraminer, Pinot Gris, Pinot Blanc, Muscat e Sylvaner, mentre il Pinot Noir rappresenta l’unica grande varietà a bacca rossa della regione, oggi sempre più centrale. È in questo equilibrio tra protezione naturale, diversità dei suoli e precisione climatica che l’Alsazia ha trovato le condizioni ideali per esprimere vini di forte identità, capaci di raccontare il luogo con chiarezza e senza mediazioni. Un contesto che, non a caso, ha favorito l’emergere di una delle scene di vino naturale più interessanti d’Europa – prima ancora che il termine “naturale” entrasse nel lessico comune.

Foto di Benoit Cortet
Sono in quattro i pionieri che hanno dato forma al movimento naturale in Alsazia: Bruno Schueller, Patrick Meyer, Jean-Pierre Frick e Christian Binner.
Maestri che, sul finire degli anni Novanta, in tempi non sospetti, hanno deciso di invertire rotta, ascoltare le proprie terre e coltivare con consapevolezza.
In una regione sempre più orientata verso la standardizzazione e le grandi produzioni, hanno scelto di rompere gli schemi, ribaltando le regole quando farlo non era né semplice né di moda, imboccando consapevolmente la strada più lenta e incerta.
“Lungo i miei filari crescevano piante spontanee, io lasciavo che la natura facesse il suo. Oggi lo fanno in tanti, ma in quegli anni mi davano del pazzo”, racconta Meyer. È da intuizioni come le loro che è nata questa visione nuova della viticoltura alsaziana: agricola prima che tecnica, radicale senza proclami, capace di restituire centralità al vignaiolo e al territorio. Un solco profondo, destinato a essere attraversato, e trasformato, dalle generazioni successive.
Oggi, lungo quel solco, cresce una New Wave Alsaziana.
Sono produttori che hanno assorbito la lezione dei maestri – il rispetto del luogo, la centralità del gesto agricolo, la fiducia nel tempo – e l’hanno tradotta in un linguaggio personale, libero.
In questo panorama si inserisce Anaïs Fanti, giovane e indipendente, una delle voci femminili più interessanti di una scena ancora prevalentemente maschile – come accade, del resto, in gran parte del mondo del vino.
Anaïs proviene da una famiglia che coltiva vigneti da generazioni e, dal 2020, lavora circa 1,6 ettari suddivisi in piccoli appezzamenti nei dintorni di Ammerschwihr. Una piccola produzione che nasce da un gesto di ritorno: le vigne erano della nonna e, da anni, non venivano vinificate direttamente, ma destinate alla vendita dell’uva. La scelta di Anaïs è stata quella di riprenderle in mano, assumendosi l’intero gesto agricolo e produttivo. Un ritorno che è anche un atto di autonomia, capace di ricostruire un legame familiare e di ridare voce a parcelle rimaste in silenzio troppo a lungo.
Prima di diventare vignaiola, Anaïs era infermiera. Dopo gli studi, ha fatto esperienze anche in Georgia, che hanno avuto un ruolo importante nel formare il suo sguardo sul vino e sul gesto agricolo. Per un anno intero ha portato avanti un doppio lavoro – infermiera di notte e vignaiola di giorno, alla Batman – fino alla decisione di dedicarsi completamente alla terra. L’organizzazione, la precisione e l’attenzione alla pulizia in cantina fanno parte del suo approccio, eredità diretta della vita precedente. Ma è soprattutto durante la vendemmia – racconta – che quella esperienza emerge con maggiore chiarezza: il lavoro si trasforma in un momento profondamente umano, la vigna diventa spazio collettivo, ambiente cooperativo, vero lavoro di squadra.
Il suo è un approccio minimale, che non penalizza mai l’espressività del vino: al contrario, ne esalta il terroir, lasciando emergere senza filtri il suolo, l’esposizione, l’andamento dell’annata. Nei vini di Anaïs – luminosi, sottili, mai forzati – si ritrova una sensibilità misurata e attenta. La stessa attitudine si riflette nelle etichette, essenziali e aperte, giocate su colori chiari e campiture leggere, che non vogliono spiegare il vino ma accompagnarlo. Immagini che restano volutamente sospese, luminose e libere.



Come per Anaïs, anche per Pierre Weber la vigna non è stata un punto di partenza, ma un ritorno.
Un secondo capitolo, maturato nel tempo, nato dal desiderio di cambiare vita e mestiere. Prima di dedicarsi al vino, Pierre lavorava a Parigi, occupandosi di strategie climatiche e sostenibilità urbana. Un ambiente fatto di politiche, progetti e buone intenzioni che, col passare del tempo, ha iniziato a stargli stretto. “Si parlava molto di cambiamento – racconta – ma poi mancavano sempre i mezzi, i finanziamenti, la possibilità di fare davvero qualcosa”.
La decisione di tornare alla terra nasce da questa distanza tra teoria e pratica. Non come rifiuto della sostenibilità, ma come tentativo di riportarla su un piano diretto, concreto, umano. Pierre si definisce un contadino moderno: qualcuno che lavora la terra con consapevolezza, assumendosi responsabilità quotidiane invece di delegarle a un sistema troppo grande per muoversi davvero. È una scelta anche controcorrente: “Oggi nessuno vuole più le vigne di famiglia – racconta – troppa pressione, dimensioni troppo grandi”. Suo padre, infatti, coltivava la vite, ma non in modo naturale e, per anni, non c’erano ottimi rapporti con alcuni dei maestri alsaziani del movimento. Oggi, la situazione si è ribaltata: il dialogo è aperto, fatto di curiosità e rispetto reciproco, di convergenza generazionale. E dietro a questa visione di contadino moderno, c’è anche un obiettivo molto concreto: costruire anche una vita sostenibile, oltre che un “vino sostenibile”, cosa un tempo astrusa per il lavoro agricolo. Lavorare quindi dal lunedì al venerdì, avere del tempo libero e spazio per crescere una famiglia. Fare il contadino non come sacrificio eroico, ma come scelta possibile.



Pierre conduce oggi un Domaine di circa quattro ettari nei pressi di Husseren-les-Châteaux (non lontanto dalle vigne di Schueller), una delle zone più elevate della Route des Vins d’Alsace. Le vigne si arrampicano su pendii ripidi e poggiano su un mosaico di suoli che va da argilla a calcare a marna. Nei suoi vini – delicati, vibranti, e ricchi di carattere – si avverte un rapporto diretto con il territorio. Piuttosto che esibire titoli o gerarchie in etichetta, Pierre preferisce lasciare che sia il vino a parlare da sé.
Più a nord, a circa cinquanta chilometri dalle parcelle di Weber, il paesaggio cambia ancora una volta. A Dambach-la-Ville, uno dei villaggi più settentrionali lavora Léo Dirringer. Il suo Domaine affonda le radici in una storia familiare che attraversa quattro generazioni, ma Léo non si limita a custodirla. Dopo gli studi di enologia a Montpellier e alcune esperienze all’estero, è tornato in Alsazia per reinterpretare quell’eredità con uno sguardo contemporaneo, avviando la conversione biologica e biodinamica dei 14 ettari di vigneti, in gran parte su suoli granitici, molto sabbiosi in collina e limosi in pianura. I suoi vini lavorano sulla misura. Riesling, Gewürztraminer e Pinot Noir, tra le varietà coltivate, diventano strumenti di un linguaggio fatto di equilibrio e ascolto. Vini come Métisse o Pur Jus richiedono tempo, si aprono lentamente, perdurano.



In Alsazia il cambiamento non è mai stato una frattura netta, ma un processo graduale e di convergenza. Oggi, in quello spazio, si muove questa New Wave che ha molto da raccontare: giovani vignaioli e vignaiole che lavorano con fatica e determinazione, ma anche con grande lucidità e senso del futuro.
In quella luce sospesa, tra nebbie mattutine familiari ai filari, l’Alsazia esprime la forza della sua doppia appartenenza: una regione dove culture si incontrano e si contaminano, dando vita a un carattere unico, fresco, in continuo movimento. Un equilibrio che trova slancio proprio nella sua capacità di adattarsi e trasformarsi, sempre.





