Prima di Augusta abbiamo chiesto al suo ideatore, Piero Crocenzi, cosa non ci sarebbe stato quest’anno. Ci ha risposto: “Lo vedremo solo dopo la fiera”. Ora che Augusta 2025 si è conclusa, possiamo dirlo: non è mancato nulla.
Alla sua terza edizione, Augusta si conferma fiera, festa e incontro. Una manifestazione che ha accolto 3500 visitatori e 920 operatori del settore, capace di unire professionalità e leggerezza, contenuto e convivialità. Perché Augusta è sì una fiera del vino naturale con banchi, calici e casse che si svuotano, ma è anche un momento di comunità, in cui si torna a riconoscersi tra persone prima che tra etichette. Due giornate in cui Torino diventa capitale di un movimento che continua a crescere, fatto di vignaioli, curiosi, osti, cuochi, appassionati e amici: un pubblico eterogeneo ma unito da un’idea semplice e potente di vino naturale come scambio, cultura e relazione. È uno spazio di dialogo, una piattaforma di confronto anche tra chi produce, dove si scopre e si impara dal contatto diretto in un ascolto reciproco.
Si è tenuta il 9 e il 10 Novembre al Bunker di Torino: ex area industriale rigenerata, spoglia e concreta, con pareti grezze e luci basse, che sembra fatta apposta per accogliere una fiera che vive di autenticità. Questa cornice ideale si è trasformata in un vero laboratorio di conoscenze e relazioni dove professionisti, appassionati e curiosi hanno convissuto con naturalezza, condividendo la stessa passione autentica che ha animato ogni banco e ogni calice.


Quest’anno Augusta ha accolto circa 78 produttori di vino provenienti da otto Paesi europei, dimostrando un approccio inclusivo e coerente con la visione che portano avanti. Non solo Italia e Francia, quindi, ma anche Spagna, Svizzera, Germania, Austria, Slovenia e Ungheria. Una rete ampia ed eterogenea, a testimoniare come il vino sia ormai un linguaggio comune, capace di superare confini geografici e culturali, unendo realtà agricole differenti per territorio, clima e visione.
Dalle pietre miliari del movimento del vino naturale – quei produttori che, prima ancora che esistesse il termine, hanno creduto con ostinazione in un modo diverso di fare vino, quasi anarchico ai tempi – alle nuove generazioni che oggi ne raccolgono l’eredità, reinterpretandola e portandola avanti con nuovi strumenti. Come racconta Herbert Koenig, vignaiolo in Stiria, nel sud dell’Austria al confine con la Slovenia: “Loro hanno percorso la strada sterrata, e noi ora siamo fortunati perché abbiamo un’autostrada su cui viaggiare”. Un’immagine che vale ben oltre l’Austria: descrive lo spirito di molti dei territori presenti in fiera, dal Piemonte all’Alsazia, dove il lavoro dei pionieri ha aperto la via a una generazione consapevole, curiosa e profondamente connessa alla terra.
Poi c’era la Catalonia di Nuria Renom (Les Canterelles), che si è innamorata del vino durante un Erasmus a Pisa, mentre studiava per diventare veterinaria. O l’Alsazia di Anaïs Fanti, che da infermiera è diventata enologa, riprendendo in mano le viti della nonna. Oppure ancora il duo sportivo Franco-Tedesco di Domaine de Bichery in Champagne e i loro amici e vicini di banco in fiera, Talloulah e Hugo di Domaine de Cassiopée in Borgogna che hanno iniziato il loro percorso a soli 25 anni. Storie diverse ma accomunate da un filo: quello di chi sceglie il vino come forma di espressione, di ricerca e di libertà. E tutte storie che vi racconteremo meglio presto, in una rubrica speciale dedicata ad Augusta.


Eppure, Augusta non si ferma al vino: allarga lo sguardo con una piccola selezione curata di maestri birrai, spaziando dalla Cantina Errante in Toscana a Grugg og Makk arrivato dall’Islanda, che hanno portato la stessa attenzione al territorio e alla fermentazione che muove i vignaioli naturali. In dialogo con loro, specialty coffee, bevande analcoliche, cioccolato artigianale e due librerie indipendenti hanno completato un panorama che, pur spaziando in ambiti diversi, condivide la medesima attitudine: cura, rispetto, e consapevolezza. Una tendenza dichiaratamente antindustriale e artigianale, dove il valore sta nel gesto e nella coerenza, che sia nel calice, nel libro, o nel panino. Non di meno, infatti, tutta l’area del mercato agricolo e lo street food con la presenza di nomi rilevanti nel panorama gastronomico italiano come Tipografia Alimentare o Reis – cucina libera di montagna.
Tra i momenti più significativi del programma culturale, i talk hanno offerto uno sguardo interno e lucido sul significato contemporaneo del vino naturale. Con il talk della domenica, Il senso del vino si è raccontato come il vino e la sua comunicazione siano percepiti da chi lo produce: Stefano Pescarmona di Podere Magia ed Elio Sandri di Cascina Disa si sono aperti al pubblico, condividendo la propria storia e le proprie unicità, moderati da Fabio Pracchia.
Un dialogo che ha riportato il vino alla sua essenza sociale: quella di mediatore tra storie e comunità, tra lavoro e passione.
Invece, nel talk del lunedì, Fuori di vino, si è aperta una riflessione trasversale: cosa hanno in comune vino, birra, caffè e cioccolato? Parlando con Gabriela Montañez di Santaromero Coffee (Torrefazione torinese di specialty coffee colombiani), Stefano Botto di Cantina Errante e Manlio La Rotonda di Cacao Disidente (brand colombiano di cioccolato che seleziona materie prime locali eccellenti lavorando fianco a fianco di produttori), e Bouche Kombucha (realtà berlinese che ha trasformato una galleria d’arte in una fermenteria urbana), sono emerse le basi che accomunano questi mondi ai principi del vino naturale. Un confronto che ha mostrato come rispetto della materia prima, trasparenza e artigianalità possano unire realtà apparentemente distanti. L’idea comune è quella di tornare all’origine del prodotto, prima della sua trasformazione industriale, e di restituirgli dignità culturale oltre che economica.



Queste conversazioni, come gli assaggi, hanno reso evidente che Augusta è più di una fiera: è una rete in continua costruzione, dove il vino diventa veicolo di idee, confronto e appartenenza. Ma anche dove si ride, si scherza, si mangia, e si balla tutti insieme.
Come recita il manifesto della fiera: “il vino naturale è relazione, cura e fiducia nel tempo”, e in queste due giornate torinesi, questa filosofia si è tradotta in un’esperienza viva, concreta, condivisa.





