I giorni di novembre di Augusta sono uno degli appuntamenti annuali più attesi da tutti gli appassionati di vino naturale. Giunta alla sua terza edizione la fiera torinese ha accolto tantissimi visitatori, italiani e internazionali, accomunati da un’idea di vino fondata su valori ormai diffusi in tutto il mondo quali l’ecologia del processo produttivo, l’esaltazione nei vini del terroir di origine e la centralità della figura del vignaiolo.
Oltre a tutto ciò, reperibile anche in altre fiere mosse dalle medesime prospettive, Augusta possiede un’ulteriore, essenziale, ambizione quella di creare una comunità intorno all’agricoltura sostenibile, una comunità che applichi nella vita quotidiana un’etica del consumo il più possibile coerente con i principi della viticoltura presente in fiera. In questa prospettiva, con il passare delle edizioni, il vino naturale – vero polo attrattivo della manifestazione – è servito per stringere attorno al piacere della degustazione, la scoperta di altre realtà imprenditoriali caratterizzate dall’artigianalità, la birra, il cioccolato, il caffè e la più varia ristorazione.
Augusta quindi sta trasformando l’idea di fiera – intesa appunto come luogo fisico di un evento annuale, centripeto e circoscritto – in un movimento culturale alla cui base vi è un manifesto programmatico fondato sull’approccio al vino ma destinato a irradiare di linfa la relazione con il mondo.
Non è un caso che nell’edizione di quest’anno vi fossero tanti appuntamenti sparsi nella città di Torino, in luoghi affini ai principi della manifestazione, luoghi aperti al pubblico generale, non solo appassionati di vino, nella convinzione ostinata che bere vino naturale possa cambiare il pensiero sull’alimentazione e sulle scelte dei consumatori. Il ciclo di due incontri dal titolo Pensare il vino, ideato con il giornalista Eugenio Signoroni, ha visto alcuni protagonisti del mondo del vino naturale confrontarsi su temi inerenti al consumo di vino in tempi di crisi, sulla filosofia della produzione sensibile e quindi sul perché bere un certo tipo di vino porti a una visione complessa sulle dinamiche produttive come ingranaggi nel meccanismo che trasforma il rispetto della natura e dei suoi cicli in una forza economica in grado di contrastare la serialità del metodo industriale di produzione.
Nel primo incontro si sono confrontati Gian Marco Antonuzi, vignaiolo di Gradoli, tra i primi in Italia a sovvertire il pensiero convenzionale sul vino, Rachel Signer autrice e fondatrice di Pipette Magazine e Anika Foster della piattaforma di vendita online More Natural Wine. I temi affrontati dai relatori hanno riguardato il cambiamento di prospettiva, rispetto alle prime esperienze, del vino naturale e quale possa essere il suo futuro soprattutto in una situazione restrittiva, anche a livello di mercato, quale è quella che sta affrontando in generale il vino nel nostro continente. Per Gian Marco che con la sua azienda Le Coste ha educato molti appassionati al pensiero del vino naturale, essere un vignaiolo è occupare una precisa zona del mondo.
“Noi abitiamo la vigna che a sua volta è posta in un delicato sistema ecologico – racconta – in equilibrio tra il lavoro dell’uomo e la natura. Vivere la vigna significa esserne parte; sento parlare di crisi del vino e di possibili espianti per abbassare la produzione. Tali soluzioni sono praticabili laddove non esiste viticoltura artigianale. Espiantare la mia vigna significherebbe togliere le mie radici da un luogo. Il significato di vino naturale è anche questo, va oltre il bicchiere, concerne i luoghi, i sistemi naturali, gli uomini e le donne, in buona sostanza la vita intera”.
Per Rachel, che vive in Australia ma frequenta sovente l’Italia e parla un ottimo italiano, affrontare la crisi mondiale del consumo significa ripensare il linguaggio con il quale si parla di vino.
“Con Pipette – afferma – ho raccontato il vino naturale attraverso il valore dell’umanità che ne è all’origine. Come dice Gianmarco vi è una sostanziale differenza tra la figura del vignaiolo o della vignaiola naturale e la filiera del vino industriale. Tale differenza credo risiede nella relazione con le piante. Adesso sto scrivendo un libro che insegni alle persone a bere vino naturale e a parlarne con un lessico appropriato, i vini naturali hanno sostanzialmente cambiato il mio gusto e quindi la mia relazione alimentare con la nutrizione”.
Gianmarco annuisce a queste frasi e interviene: “Il gusto dei nostri vini è vivo e pieno di energia, non è comparabile con le bevande dell’industria. Si parla di un’economia diversa. Non posso paragonare la mia scala di produzione con quella di un’azienda che ha migliaia di ettari piantati in zone sfavorevoli ma che attraverso la chimica in vigna e in cantina arriva a gettare sul mercato ciò che, solo per parametri tecnici, può essere chiamato vino”.
Anika Foster è la più giovane dei relatori; probabilmente la sua esperienza nel vino non ha dovuto smarcarsi da un passato di vino convenzionale, per lei, che insieme al compagno Chris, gestisce un’enoteca a Berlino e un portale di vendita tra i più seguiti in Europa, il cui wineclub è autodefinito the best fucking natural wine club in the world, il vino è soltanto naturale.
“Ci rivolgiamo a un pubblico specifico la cui età media è abbastanza bassa – afferma Anika – credo che per il nostro settore la crisi economica possa essere affrontata attraverso la fidelizzazione dei clienti e una proposta facile, immediata fatta di vini naturali realizzati da vignaioli capaci e dinamici; accedere al vino naturale significa per molti dei nostri clienti entrare a far parte di un mondo nel quale ci si riconosce e di cui si mutuano i codici di relazione”.
Ad Augusta il termine vino naturale è uno di questi codici condivisi; tutti danno per acquisito cosa sia il vino naturale e la sua definizione è stata oggetto del secondo incontro di Pensare il vino, rivolto a tutti i partecipanti della manifestazione ma con un intento particolare a studenti e persone che per la prima volta si affacciano in questo mondo. Protagonisti di questo dibattito, quasi filosofico, sono stati due eccellenti vignaioli: Elio Sandri di Cascina Disa a Perno di Monforte d’Alba, cuore delle Langhe, e Stefano Pescarmona di Podere Magia in Emilia tra Parma e Reggio Emilia. Per quest’ultimo il vino naturale ha a che fare con l’essenza del luogo e l’osservazione. “Fare biodinamica – afferma quest’ultimo – è per me il miglior modo di entrare nelle minute relazioni tra il suolo, la pianta e l’influenza celeste che insieme trasmettono le energie del posto in un calice di vino. Osservare ogni giorno fa parte delle competenze ancestrali degli agricoltori, che la viticoltura convenzionale ha cercato di sostituire con l’intervento protocollato. Attenzione naturale però non vuol dire anarchia. Occorre una certificazione biologica che decreti a livello comunitario e istituzionale la differenza tra chi opera in convenzionale e chi in biologico. Tale differenza deve essere comunicata bene ai consumatori in modo chiaro. Il biologico è frutto di battaglie politiche che sono state condotte in nome della salute alimentare”.


Se per Stefano “naturale” è un ponte che collega i saperi ancestrali e una battaglia ecopolitica contemporanea per il biologico, Elio Sandri interviene parlando di tempo. “Il tempo per un viticoltore è un bene prezioso i miei vini maturano secondo un processo di autoformazione senza interventi da parte mia. Sono al lavoro da quando avevo 16 anni; la mia esperienza mi ha portato a un rapporto di profondo ascolto delle stagioni e della vigna. Ogni cosa ha il suo tempo e così il vino. Non è possibile intervenire secondo ricette come fanno intendere molti consulenti enologi. Ogni vendemmia è diversa e il vino a seconda della sua natura ha un comportamento dettato da tale diversità. Io accompagno ma non intervengo; casomai lo aspetto. Da questo atteggiamento prendono forma vini cangianti che ogni anno raccontano in modo coerente ma unico il territorio di provenienza”.
I giovani in sala ascoltano questi vignaioli a bocca aperta non credendo che un calice potesse portare valori ed emozioni così elevate e profonde. Torneranno fuori e saranno nuovi membri di una comunità che Augusta sta formando intorno ai valori più sani dell’agricoltura.





