Il dopopranzo eterno
I bambini, finalmente liberi, giocano nell’aia mentre il sole del dopo pranzo comincia a inclinare la luce e le ombre. A tavola gli adulti continuano a parlare; qualcuno, portandosi dietro il bicchiere di vino, ha occupato la sedia lasciata dai piccoli per discutere a bassa voce con un commensale. Il disordine del fine pasto reca qualcosa di nostalgico e compiuto in mezzo al profumo del caffè e alla leggera nebbia riccioluta di sigaretta mischiati alla soffice ovatta della sazietà; i rumori di fondo, gli schiamazzi, il tintinnare dei bicchieri e il clangore metallico delle stoviglie si perdono lontani nell’etere condiviso del pomeriggio festivo nazionale. La dimensione eterna del “dopopranzo” italiano è un sentimento culturale che trapassa le generazioni, un’esperienza collettiva e verticale pregnante qualsiasi rango della cucina del Belpaese, dall’osteria al grande ristorante, definendo un carattere antropologico capace di edificare una comunità, una nazione. Quei bambini nel cortile sono gli adulti di oggi, uno di loro si chiama Francesco Cury che a Collebrunacchi, tra le colline di San Miniato in provincia di Pisa, è tornato dopo tanti anni per proporre un profondo modello di ristorazione italiana, nei sapori e nel paesaggio sociale, arricchita al contempo di tratti che aiutano a comporre quel mosaico, definito oggi, osteria contemporanea.
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