Lo sport, la fatica, il respiro, l’aria pura, il cibo, il silenzio. In Trentino tutto questo appartiene alla quotidianità, modellata da un paesaggio naturale che cambia continuamente volto. Sul Lago di Garda sono l’acqua e il vento a scandire le giornate. Più a nord, tra la Val Rendena e Madonna di Campiglio, subentrano le foreste fitte, i sentieri che si arrampicano verso le quote più alte, le pareti alpine e il silenzio della montagna. Qui il rapporto con la natura rallenta, diventando quasi meditativo.


Due paesaggi differenti, due modi di vivere il territorio, ma una stessa connessione profonda con ciò che li circonda. E anche due modi di nutrirsi. Perché dopo ore trascorse in acqua, sui sentieri o appesi a una parete, il cibo non è mai soltanto un contorno, ma energia, ristoro e rituale di condivisione. La tavola racconta il territorio quanto i suoi paesaggi. Canederli, polenta, strangolapreti, formaggio alla piastra, carne salada: una cucina nata per sostenere giornate lunghe e fisiche, ma anche profondamente legata all’ospitalità di montagna e al senso di comunità. Dal lago alle montagne, siamo andate a incontrare due ragazze che dell’outdoor hanno fatto una professione. Hanno viaggiato per il mondo, ma sono sempre tornate, richiamate da un legame profondo con il proprio territorio.
Chiara Benini Floriani, la velista
Giovanissima, sorridente e disinvolta, Chiara Benini Floriani possiede quella naturalezza rara capace di mettere subito a proprio agio. A soli 24 anni è una velista professionista delle Fiamme Gialle e ha già conquistato risultati importanti nelle categorie under 21. Concreta e appassionata, smentisce con semplicità molti dei racconti catastrofici sulle nuove generazioni. Lavora duro, con leggerezza, e guarda al futuro con entusiasmo, senza lasciarsi travolgere nemmeno dalle difficoltà, come un recente infortunio alla spalla. Operazione, riabilitazione e poi di nuovo in barca: perfino una pausa forzata può trasformarsi in qualcosa da attraversare con equilibrio e positività.

Nata e cresciuta a Riva del Garda, Chiara è stata inevitabilmente plasmata da questo territorio. Qui, all’estremità settentrionale del lago, il paesaggio si allontana dall’immaginario più glamour del Garda, fatto di hotel di lusso e ville frequentate da celebrità internazionali. La natura torna al centro della scena, come spesso accade in Trentino: le montagne a picco sul lago creano un microclima unico, attraversato quasi costantemente dal vento. E dove c’è vento, ci sono i velisti. Le giornate seguono il ritmo quasi perfetto dei venti locali: al mattino soffia il Peler, che scende da nord, mentre nel pomeriggio arriva l’Ora, il vento che risale da sud. Una regolarità che, per chi cresce qui, finisce per diventare normalità.
C: “Per noi saltare un allenamento perché manca vento è quasi impensabile, il vento c’è sempre. Solo viaggiando e vedendo che non è così dappertutto ho capito quanto sono fortunata ad essere cresciuta qui”.
In barca Chiara ci sale da quando ha sei anni. Inizia con l’Optimist, il classico monoscafo a vela singola con cui crescono generazioni di velisti, per poi passare, circa dieci anni dopo, al Laser (oggi noto come ILCA), categoria olimpica e una delle imbarcazioni più diffuse e competitive al mondo, con oltre 220 mila barche in circolazione. Ed è proprio questa enorme diffusione a rendere il livello agonistico così alto.
Parlando di allenamento, Chiara arriva al tema dell’alimentazione ancora prima che riusciamo a formulare la domanda, con la rapidità di una raffica improvvisa. Per competere ad alto livello, racconta, ha dovuto prendere circa otto chili per raggiungere il peso ideale, intorno ai 70 kg. La vela, infatti, è uno sport estremamente fisico: il corpo deve continuamente contrastare la forza del vento e dell’imbarcazione e, nel Laser, il peso diventa un elemento decisivo. Non esistono categorie di peso come in altri sport, ma avere la giusta struttura fisica permette di gestire meglio la barca e di essere davvero competitivi in regata. Il resto, naturalmente, è tutta tattica.
C: “Ero molto magra perché ho fatto danza classica per undici anni. All’inizio prendere tutti questi chili è stato impegnativo. Tutti dicono che sia difficile perdere peso, ma per dimagrire devi “solo” andare in deficit calorico, ed è soprattutto una questione mentale. Per prendere peso, invece, devi continuare a mangiare anche quando non vorresti più vedere il cibo. E lì, a volte, è stata dura”.
Chiara tocca un punto importante: nello sport il corpo è uno strumento di performance e resistenza. Va allenato, ascoltato, curato e portato nella condizione migliore possibile per esprimersi ad alto livello. E l’alimentazione, inevitabilmente, è alla base di tutto. Per lei, però, il cibo non è soltanto benzina, ma anche piacere e lo racconta con un sorriso che le illumina il viso.
C: “Ho pensato di essere la persona giusta per questa intervista, perché a me piace davvero mangiare. Anche quando devo cucinarmi qualcosa, cerco sempre di prepararmi qualcosa di buono, non il classico petto di pollo triste”.
La cucina trentina, per Chiara, è casa. Tra i suoi piatti preferiti ci sono la polenta con il coniglio e gli gnocchi di patate al pomodoro (preferibilmente quelli della zia). E poi ci sono i rifugi, dove ama andare con gli amici, naturalmente in bici. Ci parla di Malga Grassi, a 1.056 metri di altitudine, non lontano dal lago. Dopo l’intervista seguiamo il suo consiglio e andiamo a pranzo proprio lì, in macchina però, trovando immediatamente quel senso di magia che aveva cercato di raccontarci.
Una piccola oasi nel bosco, immersa nel verde. Una casa gialla dalle persiane bianche e blu che spicca tra gli alberi, accogliente e autentica, e che racconta bene il ruolo dei rifugi in questa provincia. Qui il cibo di montagna non è soltanto tradizione, ma parte integrante della vita outdoor: piatti pensati per scaldare, nutrire e rimettere in moto il corpo dopo ore trascorse all’aperto. Ma i rifugi sono molto più che semplici punti di ristoro. Conservano ancora oggi il significato più profondo della parola stessa (dal latino refugĕre, “fuggire per trovare protezione”) e basta entrarci per percepire immediatamente quel senso di comunità e responsabilità reciproca che appartiene alla cultura della montagna.

A Malga Grassi chiediamo l’origine degli strangolapreti, antica ricetta a base di pane raffermo ed erbe spontanee – spinaci, ortica, portulaca, bietole o altre varietà raccolte nei campi – condita con burro e salvia. Pare che il piatto nasca nel XVI secolo, durante il Concilio di Trento, come variazione locale degli strozzapreti toscani, adattata agli ingredienti del territorio. La leggenda racconta che vescovi e cardinali presenti al Concilio ne fossero così golosi da mangiarne fino quasi a “strangolarsi”.
Chiara ama vivere a Riva del Garda ed è qui che ha scelto di costruire la propria vita. Quella dell’atleta, però, è tutt’altro che un’esistenza sedentaria. Gare e allenamenti la portano continuamente in giro per il mondo. Quando le competizioni si svolgono in Europa, carica il Laser sul tettuccio della macchina e parte, anche se questo significa affrontare nove ore di viaggio, a volte anche da sola. E in mezzo a tutti questi spostamenti cerca comunque di mantenere una routine alimentare equilibrata, cosa non sempre semplice.
C: “Quando possiamo prendiamo appartamenti, così riusciamo a cucinarci le nostre cose, anche solo un piatto di pasta. E spesso mi porto dietro pasta o altri alimenti che so che magari non troverò”.


Non manca poi l’amica siciliana che riempie la valigia più di cibo che di vestiti, quasi fosse una missione collettiva di sopravvivenza gastronomica. E quando cucinare non è possibile, la ricerca del ristorante giusto in una nuova città diventa immediatamente una priorità. Così, parlando di regate e allenamenti tra Maiorca e Livorno, Chiara finisce inevitabilmente per nominare ristoranti sparsi in mezzo mondo, diventati piccoli punti fermi durante le trasferte.
C: “La trasferta più complicata è stata in Cina. I sapori erano talmente diversi dai nostri che l’ho sofferta un po’. E quando non riesci a mangiare abbastanza, inevitabilmente lo senti anche in acqua. Alla fine, è una questione di adattamento: capire come nutrirti bene ovunque ti trovi è fondamentale, perché tutto influisce sulla performance”.
Ed è forse proprio qui che si coglie il legame profondo, per Chiara, tra sport, territorio e cibo. Allenarsi, mangiare bene, adattarsi a luoghi diversi, stare all’aria aperta, condividere un pranzo in rifugio: tutto sembra appartenere allo stesso equilibrio. Chiara non vive lo sport ad alto livello come una pressione costante, ma come qualcosa che ama profondamente. La bici, lo sci, la vela: attività diverse, ma tutte modellate dal territorio in cui è cresciuta e dal rapporto quotidiano con la natura che la circonda.
“Tanti parlano di sacrifici, ma io non la vedo così. Non sceglierei una vita diversa da quella che faccio”.

Ci lasciamo alle spalle il lago e saliamo verso nord, in Val Rendena, stretta tra l’Adamello a ovest e le Dolomiti di Brenta a est. Il paesaggio cambia radicalmente. Basta voltarsi in qualsiasi direzione per vedere alberi ovunque: foreste fitte e profonde, attraversate da migliaia di sfumature di verde, quasi fossero un quadro puntinista. In Trentino i boschi coprono oltre il 60% del territorio, impariamo presto. Si prendono spazio, regalano aria, impongono un ritmo più lento. E modellano anche il modo in cui le persone vivono e mangiano.
Qui montagne e foreste dettano i tempi della natura. Crescono fragoline di bosco, mirtilli, maroni, asparagi selvatici, radicchio dell’orso, erbe spontanee di ogni tipo. Basta parlare con qualcuno del posto perché inizi a raccontarti, anche se i punti più preziosi restano custoditi con la stessa gelosia dei trifulai.
A Spiazzo vive Eleonora Cunaccia, detta Noris, pioniera del foraging ben prima che il termine entrasse nel lessico comune nei primi anni Duemila. Raccoglie erbe in alta montagna e con il suo brand Primitivizia (neologismo nato dall’unione di “primitivo” e “delizia”) realizza prodotti territoriali e naturali, richiesti da chef di tutto il mondo. Ma attenzione: la lista d’attesa per ottenerli è lunga e il criterio più importante per riceverne un’assegnazione è, prima di tutto, essere una buona persona. A stabilirlo, naturalmente, è lei.
Laboriosa, sapiente e profondamente legata alla sua terra, Noris custodisce e salvaguarda questo territorio come se fosse un figlio, perché ha capito, come pochi, quanto sia importante prendersi cura della natura che ci circonda.
Ed è proprio attraverso Noris che abbiamo incontrato Nicolle Boroni.
Nicolle Boroni, l’aplinista
Radiosa ed energica, Nicolle Boroni emana una presenza difficile da spiegare a parole: una forza contagiosa, luminosa e profondamente sincera. Viene da qui, dalla Val Rendena, ed è anche lei una sportiva poliedrica, intimamente legata al territorio che chiama casa.

Nicolle, classe ’93, è un’alpinista. Ha scalato pareti e cime che, anche solo a guardarle, fanno venire le vertigini. Ma trascorrere del tempo con lei significa soprattutto ascoltare, assorbire, comprendere. Perché Nicolle porta con sé una storia che inevitabilmente l’ha segnata e l’ha resa la persona che è oggi. Una storia che avrebbe potuto trascinarla altrove, verso direzioni molto diverse, ma che ora, pur appartenendole, non la definisce.
La sua vita cambiò drasticamente ad appena quattro anni, quando un incidente nella macelleria di famiglia le fece perdere la mano destra. Un evento traumatico che, almeno inizialmente, non sembrò davvero sfiorarla. Da bambina continuò semplicemente a vivere, giocare, sciare – persino gareggiare con ottimi risultati – e a fare tutto ciò che faceva prima, anche grazie a una famiglia che, dopo l’incidente, non la frenò mai.
Fu durante l’adolescenza che qualcosa cambiò. Arrivò la consapevolezza dello sguardo degli altri: “oddio, mi manca un pezzo” – e con essa il desiderio di nascondere quella mancanza. Quando arrivò il momento di scegliere il proprio percorso di studi, Nicolle capì di voler frequentare un indirizzo sportivo legato alla montagna, con l’obiettivo di diventare maestra di sci e accompagnatrice di media montagna. Ma un professore la fermò. Le disse che non sarebbe stato possibile, che la sua disabilità rappresentava un limite invalicabile, soprattutto per discipline come l’arrampicata, prevista tra gli esami del secondo anno. Erano circa sedici anni fa, in un periodo in cui questi temi venivano affrontati molto meno di oggi. Eppure, resta un promemoria potente di quanto le parole possano influenzare la traiettoria di una vita. Nicolle si sentì sconfitta. Accantonò quel sogno, smise di frequentare la montagna e si trasferì ad Arco per studiare all’Istituto Tecnico per il Turismo.
N: “Alla fine la vita ti porta sempre dove devi essere. Col senno di poi, quella scelta è andata benissimo, perché oggi non vorrei assolutamente fare la maestra di sci”.
Colpisce il modo in cui Nicolle riesce oggi a rileggere quel momento con leggerezza, trasformandolo quasi in qualcosa di positivo. Ricorda un po’ Pollyanna, la protagonista del romanzo di Eleanor H. Porter (1913), capace di cercare ostinatamente qualcosa di buono in ogni situazione. Finite le superiori iniziò a lavorare in un’agenzia di viaggi e a spostarsi molto. Viaggiare le aprì il mondo, ma fu soprattutto un’esperienza in Ecuador, a diciotto anni, a cambiarle profondamente prospettiva. Faceva volontariato in un centro per ragazzi con disabilità quando si rese conto che, per anni, la sua vita era stata limitata molto più dalla paura del giudizio degli altri che dalla mancanza di una mano.
N: “Lì ho capito che non potevo continuare a nascondermi. Mi rendevo conto che evitavo persino di stare in spiaggia senza coprirmi, per paura dello sguardo degli altri. E invece quei ragazzi vivevano una vita pienissima pur senza famiglia, casa, istruzione o cibo. Io avevo tutto, eppure mi stavo privando di vivere davvero per delle fissazioni mentali. È stata una specie di rinascita”.
Tornata in Italia, pubblicò per la prima volta una foto sui social senza nascondersi. Nel frattempo, alcune amiche – proprio quelle che avevano frequentato il percorso sportivo che a lei era stato negato – iniziarono a portarla ad arrampicare. Nicolle scoprì quasi subito di sentirsi perfettamente a suo agio sulla roccia, e soprattutto di amarla profondamente.
N: “È forse proprio questo uno degli aspetti più affascinanti dell’arrampicata: non esiste un solo modo di salire. Ognuno trova il proprio equilibrio, il proprio movimento. C’è chi lavora di più con le braccia e chi con le gambe”.

Oggi Nicolle può definirsi a tutti gli effetti un’alpinista. Ha raggiunto la cima del Campanile Basso, una delle vette più iconiche delle Dolomiti di Brenta, alta 2.877 metri e meta di scalatori provenienti da tutto il mondo.
N: “Io non mi definisco una super sportiva, però vivendo in un territorio così mi piace tantissimo sciare, camminare, arrampicare. E poi godermi quel momento, vivere la montagna sia nell’aspetto sportivo sia in quello più contemplativo: arrivare in cima, rilassarmi, entrare in sintonia con quello che mi circonda, apprezzare la natura. E ci capita spesso anche di cucinare lassù. Una volta mi sono portata il fornellino, della coppa, zucchine e formaggio da fondere per fare un panino… altro che panino al prosciutto”.
Nel suo repertorio di esperienze outdoor non mancano infatti momenti quasi “gourmet”: una giornata in montagna con Alfio Ghezzi, chef trentino e grande appassionato di sport, oppure un aperitivo in alta quota al Lago Nero con le amiche, circondate dalla vista delle Dolomiti. Sono momenti speciali che non si scordano più.

Il legame di Nicolle con il cibo e il territorio nasce in famiglia. I genitori hanno avuto prima una macelleria, poi un supermercato e oggi gestiscono un negozio di prodotti tipici. È cresciuta in questo ambiente, e si percepisce subito dal modo in cui parla degli ingredienti, della montagna e di ciò che significa davvero nutrirsi di un luogo. La famiglia alleva mucche Highlander in modo completamente naturale, portandole in alpeggio e preparando il fieno in primavera per garantire una qualità altissima della carne. La madre, invece, è quella che Nicolle definisce “una classica mamma di montagna”: raccoglie asparagi selvatici, cicoria, funghi e radicchio dell’orso seguendo le stagioni e ciò che il territorio offre. Un rapporto con la natura che probabilmente nasce da una necessità antica, ma che oggi, altrove, sembra diventare sempre più raro.
Anche per questo Nicolle ci porta a pranzo da Pra de la Casa, uno dei suoi luoghi del cuore. Una struttura a gestione familiare immersa nella natura della Val Brenta, nata dal recupero di un antico insediamento del Quattrocento nel cuore del Parco Naturale Adamello Brenta. Matteo e Doriana Ciaghi ti invitano persino a toglierti le scarpe all’ingresso, come se stessi entrando davvero in casa loro. E in fondo è esattamente così.
N: “Da noi hai tantissima scelta: ristoranti stellati, posti gourmet, ma anche luoghi molto veri come questo. Io adoro Pra de la Casa e penso che mi rispecchi molto. È un posto un po’ particolare, come me. Infatti qui ho anche festeggiato i miei trent’anni”.
E in effetti, seduti lì, ci si sente davvero accolti, come a casa. Matteo, lo chef, si siede al tavolo insieme a noi e racconta storie del territorio e delle antiche forme di vita collettiva che definiscono ancora il rapporto tra le comunità e la terra, come le “Regole”: sistemi secolari attraverso cui le famiglie gestivano insieme boschi, pascoli e legna, condividendo responsabilità, risorse e cura del territorio.
La cucina di Matteo è autentica e stagionale, profondamente radicata nella tradizione locale e costruita attorno a prodotti biologici e a chilometro zero: dai formaggi di malga ai salumi della Val Rendena, fino alla pasta fatta in casa, alle erbe di montagna e ai pesci d’acqua dolce del territorio. Racconta con naturalezza il rapporto con i produttori locali – “sono incredibili, sarebbe stupido non usarli” – e quella stessa calma, quella stessa sensibilità, sembrano ritrovarsi anche nei suoi piatti. Come nei canederli, emblema della cucina alpina di recupero: pane raffermo, latte, uova e speck serviti in un brodo caldo. Morbidi, delicati, avvolgenti, arrivano come un abbraccio mentre fuori continua a piovere.
Chiudiamo con il dolce preferito di Nicolle: tortino di castagne con gelato alla panna, biscotti alle mandorle e sciroppo di resine alle gemme di pino mugo della Noris – conferma definitiva che Matteo è stato giudicato una “persona buona”. Seduti davanti a un tavolo così, circondati dalla montagna, dal silenzio del bosco e da quel senso di familiarità che può nascere anche tra persone appena conosciute, si capisce come da queste parti il vero lusso non abbia nulla a che fare con l’eccesso, ma piuttosto con il tempo, la cura e la presenza.
N: “Tante volte gli sportivi, soprattutto gli alpinisti, vivono la montagna come una conquista, sono molto legati alla grande impresa. Per me invece è quasi il contrario: non conta tanto arrivare in cima, quanto il percorso che fai per arrivarci. È lì che ti confronti con te stesso, con le tue paure, con le difficoltà attraversate, con l’emozione e l’adrenalina. Alla fine, il vero viaggio non è la cima. È tutto quello che accade lungo la salita”.






