Duecentocinquanta grammi è il minimo sindacabile di pastasciutta che Alberto Razzetti (detto il Razzo) mangia a pranzo e pure a cena, tutti i giorni. “Per comodità, mezzo pacchetto, perché ne mangerei anche di più”. Lo racconta all’ora dell’aperitivo mentre il sole scende sui tavolini in un cocktail bar lungo i Fossi di Livorno. È qui che Alberto, atleta di Sestri Levante (GE), si è trasferito dal 2020 per allenarsi nel Centro Federale FIN della città labronica. Una delle cose che più colpisce è la normalità con cui racconta una vita che normale non è per niente. Guardandolo seduto lì, cocktail in mano, viene quasi difficile collegare quel ragazzo sorridente all’atleta che poche ore prima era in vasca a macinare quattordici chilometri di bracciate. Eppure, il nuoto ce l’ha addosso in tutto: nelle spalle larghe, nella postura, nel modo pacato con cui parla. Ha l’energia calma di chi è abituato alla fatica continua.
Dietro questa apparente tranquillità si nasconde una delle stelle più luminose del nuoto italiano. Nato nel 1999, il Razzo ha contribuito a trasformare l’Italia del nuoto da nazionale interessante a presenza stabile ai massimi livelli internazionali.
È un mistista, specialista dei 200 e 400 misti (e pure nei 200 delfino), ha una collezione di record italiani, di medaglie mondiali ed europee da vero fuoriclasse – tra cui una bella serie di ori, certo – ha partecipato alle Olimpiadi di Tokyo nel 2021 e di Parigi nel 2024 guadagnandosi in entrambe le occasioni le finali. Dietro ai suoi successi c’è una routine scandita da allenamenti, recupero e disciplina. Alberto è cresciuto in acqua:
AR: “Mia mamma ricorda spesso che la prima volta che mi ha portato in piscina avevo pochi mesi, non ne sono praticamente più uscito”.
Il mare di Sestri Levante, la piscina di Lavagna, poi quella di Sestri Levante, di nuovo Lavagna e poi La Sciorba di Genova. Le scuole superiori all’Istituto Nautico di Camogli rendono l’alternanza scuola/piscina una partita a tetris, ma Alberto non molla di un centimetro e la sua vita si organizza inesorabilmente intorno all’acqua, molto prima che esistesse l’idea concreta di diventare un professionista.
AR: “Ho iniziato a realizzare di poter fare qualcosa di importante quando sono arrivati i primi risultati ai campionati italiani giovanili. Ma il vero salto è stato nel 2018-2019, quando ho conquistato la mia prima medaglia agli Assoluti. Lì sono entrato nelle Fiamme Gialle e ho capito che il nuoto sarebbe diventato il mio lavoro”.
Razzo però lo è da sempre. Un destino in un soprannome che non è solo il troncamento del cognome (che era già un nickname affibbiato al padre) ma una profezia. Chi lo osserva da vicino durante le gare sa che il momento in cui quel soprannome prende vita è la virata: lì Alberto diventa un proiettile idrodinamico. È una dote che lo rende micidiale soprattutto in vasca corta (25 metri), dove le pareti più ravvicinate fanno sì che il ritmo sia più frenetico e la gara si giochi anche in subacquea; basta pensare che si possono percorrere fino a 15 metri sott’acqua con la spinta della virata, rendendo l’azione micidiale. La musica cambia però nella vasca lunga, quella regina dei 50 metri: lì, con la metà delle virate a disposizione, il Razzo ha imparato a gestire la sofferenza pura, specialmente nei 400 misti. È la gara più spietata in cui non solo devi essere poliedrico con la perfetta padronanza di tutti gli stili – delfino, dorso, rana, stile libero – ma devi anche avere tenacia e solidità psicologica.
AR: “Sono gare durissime, sia fisicamente che mentalmente. Nei misti devi saper gestire tutto: ritmo, cambi di stile, strategia e testa. Può succedere di partire forte e poi vedere gli altri recuperarti in un altro stile, ma devi restare lucido perché sai che puoi rifarti più avanti”.
Il suo punto debole è il dorso, ma a giudicare dall’ultima performance internazionale in vasca corta (medaglia d’oro agli Europei in Polonia e quasi una vasca di distacco dagli avversari) non possiamo considerarlo un tallone d’Achille. Non racconta del suo talento come qualcosa di magico, non c’è romanticismo nella sua idea di sport. C’è lavoro, tantissimo lavoro. E poi c’è la componente divertimento, perché per lui nuotare vuol dire ancora trovare il sorriso, nonostante il peso della professionalità. Per non smettere di stimolarsi, quando può si cimenta nelle gare che non gli appartengono, per tirare fuori la grinta che esce solo quando sai di non essere tra i più forti in vasca, ma vuoi dimostrare che puoi esserlo. La ricerca di questa serenità è anche uno dei motivi per cui Alberto oggi vive a Livorno. Spiega che nonostante il nuoto sia uno sport individuale non è individualista e la squadra con cui condividi la routine natatoria è essenziale, più di tutto il resto.
AR: “Qui c’è un bel gruppo di ragazzi come me e in tanti vengono da fuori. Trovare questa sintonia è fondamentale, ci si sprona in acqua durante gli allenamenti, ma anche nella vita di tutti i giorni. A Livorno ci alleniamo dieci volte a settimana: quattro doppi allenamenti, due singoli, più palestra”.
Nel nuoto non esistono scorciatoie, per questo anche l’alimentazione è centrale. Alberto non è uno di quegli atleti ossessionati dal cibo. Sa benissimo quanto sia un elemento cardine della performance, ma allo stesso tempo gli piace mangiare, e pure tanto. Ha semplicemente capito che il corpo, per reggere certi livelli, va trattato come il motore di una Formula 1 e si regola di conseguenza, senza trasformare il cibo in una prigione mentale, senza rinunciare al piacere. Ha un rapporto intelligente con l’alimentazione: niente estremismi, niente privazioni inutili, solo conoscenza del proprio corpo e integratori giusti per il recupero.
AR: “Mangio tantissimo. Con i carichi che facciamo consumiamo una quantità enorme di energia. Io non seguo una dieta rigidissima, ma cerco di mangiare bene”.
La giornata del Razzo comincia presto, ma non troppo presto. In vasca alle 8:30. E la colazione? Fette biscottate e marmellata, o biscotti, insomma quello che consente di passare qualche minuto in più a letto. Poi due ore di allenamento e merenda: una piadina o un toast, qualcosa di questo genere. Poi il pranzo, con i duecentocinquanta grammi di pasta (“meno non li sento nemmeno”) e un secondo, bresaola o pollo ad esempio. Funzionale, riempitivo. Poi pisolino e si torna in vasca, per altre due ore. Di nuovo merenda, come sopra, relax e poi è ora di cena. Di nuovo quel quantitativo di pasta ma questa volta senza nessuna remora sul condimento, un secondo proteico, le verdure.
Dopotutto chi nuota lo sa: senza carboidrati non si va da nessuna parte. Pasta, riso e pane sono la benzina che permette ai muscoli di non cedere. Ma la nutrizione nel nuoto è un’arte complessa: bisogna educare lo stomaco a digerire grandi volumi di cibo e curare il recupero nei minimi dettagli. È una questione di equilibrio, specialmente quando si passa dalle durissime fasi di carico allo “scarico” pre-gara, in cui si riducono il volume chilometrico e la densità degli allenamenti. La frequenza delle sedute però rimane invariata:
AR: “Perché bastano tre giorni fuori dalla vasca per perdere la sensibilità dell’acqua, quel feeling magico che senti sulle mani, difficile da spiegare”.
In teoria questo calcolo energetico ridurrebbe il senso di fame, un principio che tuttavia si scontra con l’appetito del Razzo. Una vita calibrata al dettaglio non significa vita monastica. Anzi: “Se una cosa ti fa stare bene mentalmente magari ti dà più di quello che ti toglie fisicamente”. Che detta da uno sportivo come lui pesa parecchio. Perché il Razzo non dà mai l’impressione di essere divorato dalla performance. È competitivo, ossessivo il giusto, precisissimo nel lavoro. Però sembra aver capito una cosa che molti atleti scoprono troppo tardi: se trasformi la disciplina nell’unica cosa che hai, alla lunga quel rigore ti mangia vivo. Alberto racconta il nuoto per quello che è: uno sport di ripetizione infinita.
AR: “Ci sono mattine in cui piuttosto che buttarmi in acqua mi sparerei. Perché alla fine il nuoto è sempre la stessa corsia, la stessa linea nera sul fondo, lo stesso gesto ripetuto migliaia di volte. Mentalmente è pesante”.
Essere campioni significa sopportare la monotonia senza perdere fame. La fame vera di migliorarsi. E di gareggiare, che è la cosa che ama di più insieme a tutto quello che c’è intorno: i viaggi, le persone, le esperienze.
AR: “Il nuoto mi ha permesso di vedere posti incredibili: Australia, Giappone, Egitto. L’esperienza più bella è stata allenarmi tre mesi in Australia insieme a Léon Marchand (l’imbattibile della nazionale francese, colui che ha frantumato il record mondiale di Michael Phelps nei 400 misti nel 2023 e si è messo al collo quattro ori alle Olimpiadi di Parigi 2024, ndr). Era quasi una vacanza travestita da lavoro”.
La rivalità in vasca fa nascere amicizie internazionali, come in questo caso. In quel soggiorno Down Under, dove gli allenamenti sono molto ibridi e comprendono sessioni di corsa e bici oltre a vasca e palestra, non sono mancati i momenti ironici:
AR: “Ho fatto un solo allenamento di corsa e mi facevano talmente male i piedi che sono passato alla bici. È proprio vero che i nuotatori sono pesci fuor d’acqua appena provano a fare sport non acquatici”.

Va da sé che, nel tempo libero fuori dalla piscina, sia nata in lui anche una passione per il surf. E il capitolo Olimpiadi?
AR: “Entrare in una finale olimpica è qualcosa di indescrivibile. Già qualificarsi sembrava assurdo, poi vivere quell’atmosfera è stato incredibile. Tokyo però è stata particolare per via del Covid-19: test tutti i giorni, mascherine, paura di risultare positivi e perdere tutto. Parigi invece è stata completamente diversa: pubblico, tifo, un’energia pazzesca”.
Al di là delle gare, dei risultati, è il villaggio olimpico che ti rimane più addosso.
AR: “Ti siedi a tavola con atleti di tutto il mondo, mescoli culture, fai amicizie”.
Inevitabilmente, si parla anche della cucina. Nei villaggi olimpici non ci si può aspettare la perfezione nell’esecuzione: la mensa sfama oltre diecimila persone al giorno, ma la varietà di cucine garantisce a tutti di soddisfare il proprio fabbisogno energetico. Servono cose semplici, altamente digeribili e a minimo rischio di sorprese intestinali, motivo per cui è meglio evitare il consumo di spezie per chi non è troppo abituato.
AR: “A Tokyo c’era sempre una zuppa di pesce invitante, ma ho preferito non azzardare”.
Nei giorni prima della gara (di qualsiasi gara) non puoi rischiare di sgarrare a tavola; quindi, pasta, preferibilmente in bianco, o riso, e petto di pollo alla griglia. Da italiano è difficile abituarsi a quella pasta scotta incollata ma:
AR: “Sai che per qualche giorno devi stringere i denti e che ti rifarai appena finita l’ultima gara. Ad esempio con pollo fritto e hamburger negli Stati Uniti o barche di sushi in Giappone. Lì mi sono fermato dieci giorni dopo le gare, ho assaggiato qualsiasi cosa e non ho toccato un piatto di pasta”.
Oggi, tra un allenamento a Livorno e una trasferta internazionale, il focus è già proiettato verso le prossime sfide: gli Europei in vasca lunga a Parigi (agosto 2026) per cui si è già classificato. E ovviamente, le prossime Olimpiadi nel 2028. Il ciclo olimpico non concede pause e la fame di vittorie, proprio come quella per la pastasciutta, non si placa facilmente.
Il soprannome Razzo gli calza perfettamente, perché quando entra in acqua esplode. Ma fuori dalla piscina è quasi disarmante la naturalezza con cui racconta sacrifici enormi senza perdere il gusto delle cose semplici. È un campione con i piedi per terra, abituato a volare sull’acqua, il sorriso timido e il motore di un razzo pronto a scattare alla prossima partenza.
Il discorso finisce inevitabilmente sulla pasta al pesto. Perché puoi anche diventare uno dei nuotatori più forti d’Italia ma se sei ligure certe cose ti rimangono geneticamente dentro. E il Razzo quando si parla di pesto si illumina. La benzina per le gare sarà anche la pasta in bianco, ma la vera ricompensa è un’altra.
AR: “Quando torno a casa la prima cosa che voglio mangiare è il pesto. Lasagne o trofie, non importa: mia nonna ormai lo sa. Fuori dalla Liguria lo fanno, ma non è la stessa cosa”.
D’altronde i liguri sul pesto non sono tifosi, sono integralisti.





