Ludwik Lejzer Zamenhof è un oculista. È nato nella seconda metà dell’Ottocento a Białystok, nell’est della Polonia. Nel 1887 pubblica un libro, Unua Libro e lo firma con lo pseudonimo Doctoro Esperanto. Il libro ha l’ambizione di descrivere una nuova lingua internazionale, che sarà poi conosciuta come, per l’appunto, Esperanto. Zamenhof, che conosceva più o meno bene diverse lingue, aveva dedicato gli anni precedenti alla pubblicazione a scrivere le regole di un nuovo linguaggio che, unendo elementi degli idiomi indoeuropei, nordici, slavi con il latino e il greco, facilitasse il dialogo internazionale e diventasse il fondamento di una nuova, pacifica, umanità. Per permettere al più elevato numero di persone di poter utilizzare l’Esperanto, le regole sono piuttosto semplici e tendono a eliminare ogni possibile ambiguità tra il segno grafico e la sua pronuncia. “Ĉi tiu plado estas tre bongusta”.
“Questo piatto è buonissimo”, lo penso da Tante care cose, un locale aperto a giugno 2025 a Roma, nella manciata di chilometri che dividono il Pigneto da Torpignattara. Ho appena spalmato una ‘nduja di carota su un pezzetto di pane caldo: l’insaccato calabrese riproposto in chiave vegetariana con una pasta di carote al posto della carne di maiale, una ricetta appuntata da uno dei ragazzi del locale durante il lavoro in un ristorante sudamericano di Berlino.
Una dichiarazione di intenti esperantista: usare ingredienti e preparazioni internazionali cercando di costruire una nuova grammatica.
Un gioco divertente, per chi cucina e per chi si trova dall’altra parte del bancone di mattonelle bianche.


“Nel post lockdown eravamo tutti un po’ straniti, tutti un po’ bloccati, era tutto fermo e non sapevamo bene cosa sarebbe successo. Durante una chiacchierata abbiamo iniziato a dire certo mi piacerebbe aprire un locale, un ristorante – ma sai anche a me. E così è partito tutto”. Andrea Lazazzera lavora come capo-brigata nel ristorante stellato di un hotel, il fratello più piccolo, Marco Lazazzera ha da poco concluso un’esperienza in cucina a Berlino, Stefano De Marco lavora nel cinema come montatore, poi ci sono Daniele Gargasole e Giulia Iannucci che hanno esperienze professionali in banca e all’università: nel cercare la strada di un nuovo capitolo di vita post-Covid-19, iniziano a ripercorrere i sentieri delle cose che, semplicemente, gli piacciono. Tra le tante care cose di buonissimo gusto ci sono le cañas spagnole, il gochugaru, il chimichurri, il vino naturale sfuso, i vermouth freddi, i limoni fermentati.
I “piattini” pescano da rotte diverse, come se fosse un gioco con chi si siede a tavola nel riconoscere un sapore messo in un cassetto dopo un viaggio: la pizza bianca scrocchiarella con l’insalata di pollo, il sandwich con i funghi, gli spinaci e il chimichurri sudamericano, i cavolfiori con la salsa ssamjang coreana, la bruschetta al gazpacho con il peperoncino essiccato turco isot biber, l’olio al prezzemolo con l’harissa magrebina, la frutta di stagione tagliata a pezzetti con le spezie tajin e il sumach.



La ricerca del posto dura quattro anni, con le sfighe annesse che chi si mette in testa di aprire un locale conosce bene – contratti che saltano, beghe con i condomini – poi Tante care cose si manifesta in un piccolo locale in un pezzetto di Roma che cerca di resistere alla saturazione dei locali e alla massificazione degli aperitivi con i taglieri che ha divorato buona parte delle zone circostanti. “Ci fa piacere che ci sia una clientela anche di quartiere. Avevamo in testa una proposta identitaria, non solo nel menu, ma anche nella zona, perché una certa zona identifica una certa clientela. È bello che vengano persone con cui ci sederemmo a tavola a bere qualcosa”.
Una proposta che proprio nel miscuglio culturale spizzicato da diverse latitudini, invece di liquefarsi, diventa identitaria.
“Sentivo che il fine dining non era più il mio. Così ho provato a fare una sintesi di tutto quello che sapevo e di tutto quello che avevo imparato, ma cercando di dare un taglio inclusivo, provando accostamenti anche un po’ più strani ma in una veste da bar, più easy.” Ad Andrea, e ai soci, l’idea del tapas bar è sempre piaciuta: è come se nei viaggi fuori dall’Italia e nei posticini salvati su Instagram avessero iniziato a prendere una serie di appunti che si sono concretizzati nell’idea di Tante care cose.


Andrea, Marco, Stefano, Daniele e Giulia sono quelle persone che quando viaggiano partono con una lista di locali da provare, e fanno parte di quella nuova generazione che sta aprendo ristoranti, bar, pasticcerie in cui mettere in discussione la trattoria, l’aperitivo e la caffetteria italiani, di fare le cose, provando a rompere un certo immobilismo dei “formati” a cui siamo ci siamo anche un po’ fiaccamente abituati.
Un nuovo linguaggio senza frontiere in cui la tradizione locale sfuma nelle tendenze internazionali, in cui la grammatica è fatta di segni con cui si può parlare a Barcellona come a Tokyo, a Marsiglia come a Seoul, a Buenos Aires come a Berlino, a Copenaghen come a Portland. E anche a Roma.





