“Due non è il doppio
ma il contrario di uno,
della sua solitudine.
Due è alleanza,
filo doppio che non è spezzato”.
Erri De Luca
Ci vogliono due pietre focaie per accendere un fuoco, ma fare cose insieme non è mai scontato. Non lo è perché non riguarda solo il risultato (che poi è la parte più raccontabile) ma tutto ciò che ci sta in mezzo: quella materia irregolare fatta di gioie e dolori, di decisioni condivise che funzionano e altre che si inceppano, di compromessi che a volte tengono e altre volte no. Fare vino insieme, in questo senso, è una specie di acceleratore: porta tutto a galla, spesso anche prima del previsto, senza lasciare molto spazio alle semplificazioni.
Gironzolando per la terza edizione di Augusta, la fiera del vino naturale di Torino, questa cosa a un certo punto diventa evidente. Non subito, ma emerge parlando, ascoltando. Tra un assaggio e l’altro, tra conversazioni che partono dalla vigna e finiscono inevitabilmente sulla vita, affiora una quantità sorprendente di storie di coppia. Non tanto nel senso del “lavorate insieme che bello”, che è sempre la prima reazione, ma come se quella configurazione fosse una specie di costante, una struttura ricorrente. E più si ascolta, meno sembra una coincidenza.
Nel vino, del resto, c’è sempre questa cosa un po’ sospetta (che a forza di ripeterla sembra quasi vera) per cui gli si affida il ruolo di Cupido, come se bastasse una bottiglia giusta per far succedere qualcosa. E in effetti succede attraverso tavole condivise, bicchieri che si riempiono e si svuotano, incontri che prendono una piega imprevista. Ma se il vino può essere un buon intermediario per far nascere una relazione, quando quella relazione decide di diventare vino la faccenda si complica parecchio. Perché non si tratta più di condividere momenti, ma di condividere processi. È qui che la vigna entra in gioco per quello che è, senza troppi filtri: è un sistema esigente, ciclico, a tratti anche crudele. Non si interessa alle dinamiche relazionali, non le asseconda e non le ostacola, ma proprio per questo le mette in evidenza in modo piuttosto diretto.
Lavorare fianco a fianco in questo contesto significa esporsi costantemente, alle condizioni esterne ma anche all’altro, senza la possibilità di nascondersi dietro una divisione netta tra lavoro e vita privata. Tutto si mescola, inevitabilmente, e la vigna funziona quasi come un terzo elemento nella coppia: qualcosa che impone un ritmo, che costringe a sincronizzarsi, che rende necessaria una rinegoziazione continua del modo in cui si sta insieme in un sistema instabile, dove il margine di controllo è sempre parziale e l’intimità nasce anche non dal dirsi tutto, ma dal condividere lo stesso pezzo di realtà ostinata.
La vita di coppia in vigna, insomma, è meno una storia d’amore e più un addestramento alla complessità: di un terreno, di un ciclo, e soprattutto di due esseri umani che scoprono, stagione dopo stagione, che crescere insieme non è affatto naturale, ma può essere sorprendentemente fertile.
Mataburro
Il Roussillon, nel sud della Francia, è una zona di confine dal paesaggio duro con il vento come una presenza costante. È chiamata la Catalogna del Nord, perché culturalmente si sente più catalana che francese. È da lì che Laurent Roger viene, con una storia di famiglia nel vino alle spalle che attraversa tante generazioni e un paio di secoli. Una storia che si era interrotta quando nel 2001 il padre di Laurent aveva deciso di vendere il domaine di famiglia. Ed è lì che Laurent torna – insieme alla moglie Mélissa Ingrand – dopo anni passati a Parigi, immerso nella ristorazione e nel vino naturale, con tredici anni a Le Verre Volé, uno dei luoghi simbolo di quella scena. Nella sua storia c’è un cambio di traiettoria che non nasce da un piano preciso. “Lascio Parigi nel 2017 con l’idea di aprire un wine bar in un’altra città… mi trovavo nel sud della Francia con amici e Alain Castex (figura iconica nel vino naturale del Rousillon) mi convince a tornare alla vigna e con mia moglie Mélissa ci chiediamo: perché no”. Quel “perché no” è più una soglia che una decisione vera e propria, una di quelle cose che si capiscono solo dopo. Ripartono dalla storia di famiglia, ma non dal domaine, da due ettari e mezzo di vecchie vigne, recuperate, che oggi sono sette, tra Rivesaltes ed Espira-de-l’Agly.



Mélissa, che arriva dal mondo della comunicazione e degli eventi, non è una presenza laterale. “È stata la persona che mi ha convinto di più a fare vino”, dice lui, e questa cosa basta a spostare l’asse del racconto: non è qualcuno che segue un progetto già dato, ma qualcuno che contribuisce a farlo esistere. Mataburro, la loro azienda, nasce così, con un nome curioso che ha poco di poetico e molto di radicato: mataburro, in catalano, è “l’ammazza asini”, il soprannome dato al treno che nel 1910, appena inaugurato, uccise due asini passando proprio accanto alle vigne. Il treno c’è ancora, passa lì dietro, e in un certo senso ricorda continuamente che il territorio non è una scenografia. Tra Laurent e Mélissa il lavoro è condiviso. In cantina le scelte vanno nella direzione di una sottrazione consapevole: macerazioni brevi, spesso a grappolo intero e senza pigiatura, fermentazioni in vetroresina, affinamenti in acciaio, nessuna filtrazione, nessun uso di solfiti. L’obiettivo è produrre vini vivi, con gradazioni alcoliche contenute, in un contesto che spingerebbe verso il contrario (“qui la viticoltura è molto old style, la mentalità locale è ancora chiusa nei confronti del vino naturale”, racconta Laurent).
Domaine de Cassiopée
In Borgogna, la complicità di coppia assume un’altra forma. Talloulah Dubourg e Hugo Mathurin arrivano al vino dopo un percorso di formazione molto strutturato, dentro alcune delle realtà più rigorose della regione dove hanno acquisito un approccio estremamente rigoroso alla gestione della vigna e della cantina. Poi decidono di evolvere in modo consapevole quel sapere tecnico molto solido accumulato negli anni (e negli studi di agronomia ed enologia a Bordeaux). Quando nel 2020 (appena trentenni) fondano il Domaine de Cassiopée a Sampigny-lès-Maranges, la scelta del luogo è già una presa di posizione: siamo nella parte meridionale della Côte de Beaune, un’area meno centrale rispetto a denominazioni più celebri come Meursault o Chambolle-Musigny, ma che offre condizioni interessanti, come vigneti spesso più vecchi, meno pressione commerciale e maggiore possibilità di sperimentare. Sono una ventata di aria nuova che si inserisce nel movimento giovane in una zona come la Borgogna che vive di allure storico.



“Eravamo in Borgogna, stavamo facendo vari stage in cantine diverse, e veniamo a sapere che un signore malato aveva messo in vendita poco più di quattro ettari in questa zona meno rinomata, a un prezzo accessibile per cui non serviva essere milionari per comprare. Siamo solo noi due, abbiamo convertito tutto in biologico e lavoriamo in biodinamica perché in questo modo il vino può sorprendere di più, anche se è più rischioso produrlo. L’obiettivo è produrre vini puliti, in grado di sopportare anche lunghi viaggi e sbalzi di temperature”, racconta Talloulah. “Cassiopée era il nome che volevamo dare alla nostra prima figlia e il domaine è arrivato prima; quindi, è un po’ come se fosse il nostro primo figlio”, sorride. “E poi non volevamo mettere il nostro nome in etichetta, volevamo che fosse qualcosa che possa durare nel tempo e quindi il nome della costellazione è un bel link tra quello che cerchiamo di fare e quello che è l’immaginario che sta dietro al nostro domaine”.
L’azienda si sviluppa su circa cinque ettari, con una produzione molto limitata che comprende sia vini bianchi che rossi: Bourgogne, Hautes-Côtes de Beaune, diverse interpretazioni di Aligoté e Maranges. Fin dal primo millesimo, i vini attirano l’attenzione di importatori e appassionati, soprattutto per la loro precisione e per un profilo più teso e minerale rispetto alla media della zona. Non si tratta tanto di rompere con la tradizione, quanto di capire dove stare dentro quella tradizione senza limitarsi a replicarla. E questo ha un impatto diretto sulla dinamica di coppia, in una sovrapposizione di competenze condivise che rende ogni decisione un confronto tra due punti di vista informati e strutturati.
Il loro progetto si sta costruendo nel tempo su un equilibrio tra continuità e autonomia: da un lato una formazione profondamente radicata nella tradizione borgognona, dall’altro la volontà di sviluppare uno stile personale. Un equilibrio negoziato, costantemente, anche all’interno della coppia.
Vigna Flor
In Veneto, nei Colli Euganei (a Cinto Euganeo), invece, la questione si pone in termini ancora diversi, perché la separazione tra lavoro e vita privata semplicemente smette di avere senso. Vigna Flor, il progetto di Davide Boldrin e Francesca Gozzo, nasce dentro una continuità piuttosto che come una rottura. Entrambi arrivano dalla ristorazione, da anni di lavoro condiviso tra Italia e le Isole Canarie e tanti viaggi, e il passaggio alla vigna non crea una nuova struttura, ma amplifica quella esistente. È un passaggio graduale quello alla produzione che passa attraverso esperienze dirette in cantina e una progressiva adesione a pratiche agricole legate alla permacoltura e all’agricoltura sinergica.



“Avevamo un’enoteca a Monselice, in provincia di Padova, dove siamo nati. Dopo pochi anni, ci siamo appassionati al vino vero, naturale, fatto solo con uva e quindi abbiamo pensato che il nostro cuore era l’ambiente agricolo, la famiglia che non riuscivamo a costruire in enoteca, in un ambiente commerciale. Proprio quando abbiamo venduto è nata Flor, volevamo andare a vivere in Spagna e invece facendo ricerca Davide è entrato in contatto con Lorenzo Corino, siamo andati un periodo in Valtellina a seguire una vigna… e poi siamo tornati nei Colli Euganei, che sono casa. Siamo in una vigna bella, sana, biodiversa, dove crescono diverse varietà di fiori che si sentono nel vino che è carico dell’energia del sole, della natura”.
L’azienda si sviluppa su pochi ettari, tra vigne in affitto e parcelle acquisite nel tempo, caratterizzate da impianti misti e da una forte eterogeneità. Sono “vigne allevate libere”, come dicono loro, che preservano il terreno, la vite e l’uomo. Un progetto olistico di sano equilibrio in cui la cosa più evidente non è tecnica: è che il progetto è strettamente legato alla dimensione familiare. Il nome stesso, Flor, è quello della loro figlia (nata prima del progetto) e questo rende esplicita la struttura non separata dalla vita personale, ma come sua estensione in armonia con la natura (“e questo fa bene anche all’equilibrio della coppia”) in senso anche poetico. Come raccontato anche dai nomi scelti per i vini: Battito del sole, Come lunghi baci, Solo il vero resta. “La resistenza che facciamo oggi come scelta di vita contadina che facciamo oggi è supportata anche da una visione poetica”, conclude Francesca.
Margot Rousseau-Petit e Natalia Santo
In Loira, nell’Anjou il progetto di Margot Rousseau-Petit e Natalia Santo (che porta i loro nomi) nasce invece in tutt’altro modo, quasi per deviazione o per meglio dire destino. Nessuna delle due è del luogo (Margot è del nord della Borgogna mentre Natalia è della Bretagna) e nessuna delle due ha una formazione agricola iniziale, anzi, entrambe venivano da due mondi ben distanti dalla terra. Ma è in Anjou che si incontrano. Margot, che in precedenza lavorava nel cinema documentaristico, stava imparando i segreti della viticoltura biologica con il vignaiolo Thomas Batardière, mentre Natalia era lì per prendersi una pausa dal lavoro nel cinema e nella produzione di spettacoli dal vivo.


È il 2017 e iniziano a costruire qualcosa insieme partendo da parcelle prese in prestito da Thomas Batardière: grolleau e gamay. Le due attirano fin da subito l’attenzione, certamente per la qualità indiscutibile dei vini, ma anche per le loro etichette artistiche, un po’ cinematografiche, e per il loro profilo atipico: due giovani donne eleganti e riservate, con un background culturale urbano, che entrano in una scena ancora molto segnata da una presenza maschile e rurale. “Entrambe facciamo tutto”, racconta Margot con una eleganza e serenità che racchiude tutto il senso del loro progetto condiviso e diretto. Progetto che, per l’appunto, nasce contemporaneamente alla relazione, così come la loro relazione prende forma insieme al lavoro.
Margot Rousseau-Petit e Natalia Santo fanno parte della new wave dell’Anjou, i produttori di “giovane impianto” che stanno dando nuova linfa al grande lavoro di sovversione messo in piedi dai pionieri del naturale qualche decennio fa. Una vecchia guarda molto aperta al confronto, come racconta con soddisfazione Margot, dentro una scena enologica che riesce a tenere insieme sperimentazione e apertura, permettendo una varietà di approcci stilistici pur mantenendo una forte identità territoriale.
Les Canterelles
Tutt’altra storia di coppia è quella de Les Canterelles, in Catalogna, di Nuria Renom e Arola Tous Galí. Qui tutto parte da Nuria e passa al livello successivo grazie ad Arola. Nuria è un personaggio travolgente, energico. E la sua storia non poteva che essere come lei, e infatti Nuria arriva al vino attraverso un percorso che non ha nulla di lineare. Nata in Argentina, si trasferisce da bambina in Spagna con la famiglia. Studia veterinaria (non la finisce) e va in Erasmus a Pisa, siamo all’inizio degli anni 2000 e qui entra in scena in modo quasi accidentale il mondo del vino, ma resta profondamente legato alla dimensione relazionale. “Mi sono innamorata del vino, mi sono innamorata tramite il vino” racconta. “Bere, mangiare, vivere insieme… andavamo spesso a bere un bicchiere di vino che non era mai un bicchiere. In quel contesto mi sono innamorata del vino e là mi sono innamorata delle donne. Il primo bacio è arrivato dopo sei bottiglie di vino”. È un’origine che poi, in qualche modo, resta attaccata a tutto quello che viene dopo. “Il vino è una bevanda energetica… è amore, passione, rispetto. È la mia vita”.



Rientrata a Barcellona, si forma come sommelier e inizia a lavorare nelle vendemmie, accumulando esperienza in diversi contesti. Nel 2013 contribuisce all’apertura del Bar Brutal, diventandone capo sommelier. È un passaggio importante: il locale diventa rapidamente un punto di riferimento per il vino naturale in città e le permette di entrare in contatto diretto con una rete di produttori indipendenti. Inizia quindi con le sue prime vinificazioni con uve di altri e per diversi anni porta avanti questa attività in parallelo al lavoro in ristorazione, costruendo il progetto in modo progressivo, senza una struttura propria.
Il salto avviene nel 2021, quando insieme alla partner Arola Tous Galí, architetta, acquista Can Barceló, una fattoria a Sant Martí Sarroca, nell’Alt Penedès. Nuria e Arola si sono innamorate, ovviamente, attraverso il vino. E grazie ad Arola, in fondo, l’attività parallela di Nuria è diventata un progetto concreto. La loro proprietà comprende circa 16 ettari di vigneto (ne lavorano una decina per ora) e un centinaio di ulivi secolari. La posizione a 420 mslm, protetta da colline e boschi e lontana dall’influenza diretta del mare, presenta un microclima più fresco rispetto alla costa: le maturazioni sono lente e i vini raramente superano i 12 gradi alcolici. I vini di Nuria e Arola sono fuori dalle denominazioni e anche per questo godono di una particolarità stilistica che rispetta l’estro delle produttrici, con un approccio orientato alla freschezza e alla bevibilità perché “la gente deve bere bene”.
Quando chiediamo a Nuria come si dividono i lavori tra di loro lei dice con ironia: “lei lavora, io faccio aperitivo”. È un modo per raccontare una distribuzione delle energie che non si irrigidisce in ruoli fissi ma che inevitabilmente sfocia in una pura condivisione.
Queste cinque coppie dalle storie molto diverse tra Francia, Italia e Spagna, sono solo una serie di realtà vitivinicole contemporanee che mostra come la vita di coppia in vigna possa prendere forme molto diverse di convivenza dentro un contesto complesso, senza semplificarlo troppo.
La vita di coppia in vigna può essere letta come una pratica di adattamento continuo, come la capacità di rispondere in modo creativo a situazioni che cambiano. Questo richiede ascolto, ma anche una certa flessibilità identitaria: la disponibilità a rimettere in discussione il proprio ruolo, le proprie abitudini, le proprie certezze, ma anche la necessità di definire dei confini.
Con la consapevolezza che esattamente come il vino – quello vero, vivo – anche una relazione non si gestisce davvero, o comunque non fino in fondo. Si coltiva.





