Notizia
riprendersi il tempo
Dove l’abbiamo perso?
Il pensiero portato a casa da Genesis 2026 ha a che fare con il tempo e il nostro modo di custodirlo, oltre che di starci dentro
Testo di
Giulia Zampieri
Foto di
Chantal Arnts
Dove l’abbiamo perso?
9 minuti

Sono passati diversi giorni da Genesis, l’evento ideato, voluto e organizzato da Ludovica Rubbini e Riccardo Gaspari tra le Dolomiti Ampezzane per avvicinare persone e luoghi, e c’è un dubbio che ancora non riesco a sciogliere: esattamente, quando abbiamo smarrito il concetto di tempo come spazio da abitare? Quando ci siamo dimenticati che si può semplicemente “stare” senza dover ottimizzare, produrre, consumare?

Era proprio il tempo il fulcro tematico di questa edizione, la sesta (a cui è affiancato un appuntamento analogo, più contenuto, nei mesi invernali). Come vi abbiamo raccontato in passato, Genesis nasce come momento di raccolta per persone che gravitano attorno alla ristorazione, ma anche per chi nella vita fa tutt’altro e vuole semplicemente diventare parte di un ingranaggio spontaneo che ha la condivisione come perno. Si svolge in quattro giornate nei luoghi di Ludovica e Riccardo – SanBrite, El Brite de Larieto, Piccolo Brite, ma soprattutto la montagna – fino ad allargarsi su altri spazi, che quest’anno hanno preso la forma di Malga Federa e del Villaggio Eni di Borca di Cadore. Il programma cambia ad ogni edizione e propone itinerari fisici, gastronomici e pratici combinati con cura e precisione, seguendo un filone narrativo ma anche lasciando che le cose, semplicemente, accadano.

Una scelta di tempo

La scelta di attendere più di dieci giorni prima di scrivere questo resoconto è una diretta conseguenza di quanto ci ha lasciato Genesis: siamo abituati a dover digerire sensazioni complesse in poche ore, a volte in istanti, ma acquisirle, metabolizzarle e farle fuoriuscire con una lettura nuova richiede un periodo di decantazione più lungo, a cui dovremmo provare a riabituarci. Al rientro da Cortina, nel tentativo di rispondere a quella domanda – dove l’abbiamo perso? – chi scrive ha appurato che il Tempo ha subito una vera traslazione semantica: tempus deriva dalla radice protoindoeuropea (temp) “allungare, distendere” mentre, nei secoli, il termine tempo ha assunto un significato numerico, di misurazione. Lasciandolo in mano a una cultura orientata alla crescita il passo per diventare ciò che è oggi è stato pressoché inevitabile. E ci siamo ritrovati ad andare anche oltre al concetto di misura: il tempo si è trasformato in una botte da raschiare, un asciugamano da strizzare, un’arancia da spremere fino all’ultima goccia ricordandosi di recuperare anche l’esoscheletro.

Parlando con chi era a Genesis 2026 è emerso che questa è una condizione collettiva, di cui siamo consapevoli, ma a cui non diamo freno. E che in questo cortocircuito ci stiamo perdendo dei tratti fondamentali, come l’empatia, l’ascolto, il piacere di mettere in comunione.

L’invito di questa edizione

Possiamo tornare indietro? Siamo in grado di riappropriarci di un tempo che dà più valore al presente?Probabilmente sì, ma dobbiamo transitare per una responsabilità. Dobbiamo compiere un passo nuovo che abbia il coraggio di mettersi di traverso, dedicare le nostre energie a meno cose. Meno velocità, meno densità, meno droga del fare.

Su questa intenzione si è costruita la permanenza di Genesis. Ai partecipanti è stato proposto di assecondare un ritmo nuovo solo standoci dentro: guardando le vette spigolose delle Dolomiti, l’acqua che scorre imperturbabile tra i boschi, vivendo conversazioni libere da ogni finalità solo per il piacere di mettersi in relazione.

In qualche modo l’esercizio è stato anche non sentirsi manchevoli, in debito con sé stessi, perché c’era qualcosa da trattenere necessariamente, da appuntare, da convertire, mentre sulla tavola sfilavano piatti buonissimi, o il latte appena munto passava da una tiepida turbina a delicata formaggetta, o una guida alpina ci illustrava le peculiarità delle Dolomiti. La mente non deve trattenere tutto. Può e deve scegliere. Come suggerisce un opuscolo lasciato da Ludovica e Riccardo:

“Crediamo che rallentare non significhi fermarsi, ma scegliere con maggiore consapevolezza ciò che merita di esistere. Significa dare spazio alle relazioni, permettere alle idee di maturare, lasciare che le esperienze sedimentino sino a diventare significato. Per questo Genesis non è solo un evento, ma un esercizio collettivo di attenzione”

Chi ha vissuto le quattro giornate di Genesis abbracciando questo spirito se ne sarà accorto: alla fine, dopo 72 ore di convivenza, i confini tra l’uno e l’altro si sono assottigliati, gli sguardi iniziali si sono fatti più confidenti ed è diventato naturale tenere alla larga le distrazioni per concentrarsi sui dettagli di quel momento.

Un nuovo concetto di tutela

Genesis è diventato un riferimento per Cortina e le Dolomiti. E quest’anno si è concretizzato un desiderio che Ludovica e Riccardo inseguivano da un po’, a proposito di legame con il territorio: portare l’evento nel campeggio dell’Ex Villaggio Eni di Borca di Cadore, un complesso di 44 capanne distribuite sotto all’imponente Monte Antelao (considerato il Re delle Dolomiti – oltre 3200 metri di altezza). Un luogo di silenzi e prospettive che nella sua semplicità riesce a rimanere impresso nella memoria. Costruito negli anni 50 per volere di Enrico Mattei, presidente Eni, per consentire alle famiglie dei dipendenti di andare in villeggiatura, e progettato da Edoardo Gellner, è stato per anni utilizzato senza che vi fosse piena consapevolezza di ciò che rappresenta.

È parte di un complesso di 120 ettari che comprende l’Hotel Boite, un residence, un parco avventura e la straordinaria Chiesa Nostra Signora del Cadore progettata congiuntamente da Gellner e Carlo Scarpa.

Francesco Accardo – General Manager Corte delle Dolomiti, di proprietà della società Minoter, che si occupa della gestione – spiega come il lavoro, dal 2021 a oggi, nell’ambito del villaggio, sia stato rilanciare lo spazio mantenendo la totale integrazione al paesaggio. Non apportando modifiche quindi, ma consentendo a piccoli gruppi di potervi soggiornare e lasciando che sia la sua bellezza estetica a parlare.

“Dobbiamo tornare ad abitare i luoghi, che significa renderli vivi. Per tanto tempo si è pensato che certe memorie storiche dovessero essere tutelate con i guanti di lino. Cioè con immobilismo, riponendole sotto a una teca. Lo vediamo ancora in tanti siti. Ma mantenere un luogo, un’opera, tale e quale, è solo un costo. Portarci le persone dentro e sensibilizzarle significa consegnare a quella memoria la possibilità di esserci anche domani”.

Integrazione è la parola chiave: le piccole dimore in legno del campeggio sembrano fuse con l’ambiente circostante. Guardando l’ambientazione da fuori sembra rispettato alla lettera il consiglio dell’architetto Frank Lloyd Wright.

“Nessuna casa dovrebbe mai essere sopra una collina o qualsiasi altro luogo. La casa dovrebbe essere parte della collina. Appartenerle. Case e collina dovrebbero vivere insieme per la felicità l’una dell’altra”.

Il bosco di larici cede alle capanne un silenzio naturale, scandito dai gemiti degli animali e dal suono fluido delle fronde. Nelle prime ore del giorno i tetti si bagnano di luci limpide, mentre di notte piomba un buio intenso e l’aria si fa pungente. Gli ospiti di Genesis, compresi Ludovica e Riccardo, per la prima volta ci hanno dormito dentro. Chi con immediata confidenza, chi con una piccola resistenza iniziale poi disciolta. A testimonianza di un adattamento che si consolida solo restando.

In cosa ci può aiutare la tavola

Ma oltre al contatto con luoghi speciali, ad attività all’aperto e scambi spontanei tra chi partecipa, Genesis è sicuramente un catalizzatore di energie e riflessioni che passano per la tavola. 
Immaginate un ristorante in cui gli ospiti vengono fatti accomodare accanto a degli sconosciuti (all’assegnazione ci ha pensato Ludovica, ipotizzando conversazioni, scambi, possibili affinità). E quindi visualizzate quegli sconosciuti mentre istintivamente osservano volti estranei e movenze nuove. 
Immaginatevi una brigata di sala composta per l’occasione da bravissimi maître – Gianni Sinesi (per anni Head Sommelier al Reale di Niko Romito), Adriano Fumis (ristorante Gellius a Treviso), Nicholas Bratti (ristorante Dalla Gioconda a Gabicce Monte), Simone Pandolfi e Vincenzo Saladino (entrambi al SanBrite) – che decide l’intero menu e restituisce al servizio al tavolo lo spazio che merita. Tra sguardi d’intesa e nuove complicità, il guéridon è fiero protagonista della scena e accoglie tartare, trota alla mugnaia, fettuccine all’Alfredo, filetto alla Wellington. 

Immaginate, ancora, la bellezza di radunarsi attorno a un fuoco, poco prima che la serata volga al termine, per osservare mani agili e capaci che confezionano decine di Crêpes Suzette.  La cena di apertura di Genesis 2026 sembra sia stata scritta per dire che i gesti contano se ci fermiamo a contemplarli, e così anche la conoscenza graduale dell’altro. Nell’attesa di vedere un piatto che diventa piatto, o una conversazione che matura lentamente, ritroviamo il valore del tempo. 

E non è banale: quanti clienti oggi scalpitano sulla sedia? Quanto siamo diventati impazienti in uno spazio in cui dovremmo distenderci più che contrarci? 

La stessa lingua ha parlato anche il Pranzo all’Italiana, preparato questa volta da Guglielmo Chiarapini del Ristorante Gilioli a Reggio Emilia e da Matteo Ugolotti de L’Ambasciata di Quistello (MN), che è stato consumato, anzi goduto, senza fretta, da un’unica lunga distesa di commensali. Un momento di condivisione pensato per riappropriarci di una ricorrenza cara a noi italiani, fatta di tempo lento e tavole che si allungano, di piatti generosi e gustosi, ma ormai anche a rischio di estinzione.

Qualche ora dopo, sotto le pareti del Monte Cristallo, prima rosa per il tramonto, poi sempre più scure con l’approdare della sera, e dopo l’ennesimo boccone comunitario, parlando del tempo e provando a fermarlo con un gesto abbiamo avuto la riprova che il proposito di questa edizione si era davvero compiuto. 

Siamo stati capaci di trasformare il tempo nel suo contrario. Di tramutarlo in perso quando non ci sembra di sfruttarlo abbastanza.

A guardarlo come un monumento o un’opera architettonica da salvaguardare dall’usura, dai respiri e dalla pelle delle persone. A considerarlo un pasto da concludere in una fascia oraria prestabilita, senza sforare neanche di un minuto. Ma se tornassimo ad abitare più tempi come quelli suggeriti da Genesis ci accorgeremmo che di tempo ce n’è. Basterebbe solo lasciargli fare.

P.s. Essenziali all’evento – tanto quanto le persone – sono stati gli sponsor. I main sponsor Monograno Felicetti e Woolrich e tutti i technical sponsor: Ambrosoli, Herita Marzotto Wine Estates, Bonaventura Maschio Prime Uve, Vibram, Illy, Dolomia, Riso Integrale, Yeti, Alps, Itas, Knlndustrie.

Posto
Italia/Veneto/Cortina d'Ampezzo
San Brite

Articoli correlati
Cose che non sapevi di voler leggere