Ma quanto ci vuole a preparare un nigiri? Lo sussurro, seccata, all’uomo seduto accanto a me. Sono venti minuti che aspetto. Il locale è un calderone, nessun ventilatore, la maglietta mi si è appiccicata alla pelle. Anche l’uomo è madido di sudore, si allenta il nodo della cravatta. Alla mia domanda, però, si limita a schiarirsi la gola. Le persone qui a Tokyo sono estremamente formali.
Sono venuta al locale subito dopo l’allenamento. Il borsone con i pattini giace ai miei piedi, le gambe pulsano ancora per lo sforzo. Per un attimo rivedo il ghiaccio, sento il rumore delle lame che lo graffiano. Mi concentro, salto, il corpo si avvita su sé stesso. Poi la caduta. Provo da settimane, ma il risultato è sempre lo stesso.
Il cuoco deve avere almeno novant’anni, lo sguardo concentrato. Le mani grinzose gli tremano appena mentre taglia il pesce con una lentezza esasperante. Il locale, dieci posti contati, è pieno eppure nessuno parla davvero. Solo qualche lamentela mormorata sottovoce, una sedia che gratta il pavimento.
Apro il calendario che è un arcobaleno. Allenamenti privati in rosso, quelli di gruppo in giallo. E in verde? Il verde è per il tempo libero, da quando mi sono trasferita qui non ce n’è neanche una traccia. Controllo WhatsApp, riaggiorno le chat. Ancora nessun messaggio e sono già le nove.
Scusi. Mi rivolgo al cuoco ma sono costretta ad alzare un po’ la voce, sembra che non mi senta. Scusi. Tra quanto è pronto?
Lui alza gli occhi verso di me, lento, come se avessi interrotto un pensiero. Poi prende un piattino nero dal bancone e lo fa scivolare nella mia direzione. C’è un solo nigiri.
E il resto? Le parole mi sfuggono più forti del necessario.
Gli altri pezzi? Sono qui da più di venti minuti. Lui solleva appena una mano, come a dire “dopo” e torna al lavoro. Rimango lì, le bacchette in mano, senza sapere cosa ribattere. Ma il telefono mi interrompe. Vibra illuminandosi di una luce pallida, è il mio allenatore.
Akari, so che i campionati sono alle porte. Ma non ho tempo per inseriti un altro allenamento.
Digito veloce.
Solo un’ora, non ti rubo più tempo. Domani alle dieci?
Per un attimo nella chat compaiono i tre puntini.
Akari, non solo non voglio metterti allenamenti extra. Ma non voglio che tu venga neanche a quello di domani. È chiaro che hai bisogno di riposo. Inavvertitamente sfioro il ginocchio su cui sono caduta oggi, una fitta mi attraversa la gamba, la ignoro. Spunta un nuovo messaggio.
Ci vediamo mercoledì, non prima. Giro il telefono a faccia in giù. Poi con la punta del piede ricaccio, con un movimento troppo brusco, il borsone più in fondo sotto il bancone. L’uomo con la cravatta mi lancia uno sguardo severo.
Inizio a frugare nelle tasche della tuta alla ricerca del portafoglio, quando una mano minuta poggia una tazza di tè davanti a me. È la cameriera, l’unica del locale; anche lei è anziana, la schiena un po’ china, indossa un grembiule bianco con fiorellini rossi ricamati sopra.
Perdoni mio marito, è un po’ scorbutico, che farci, è l’età. Per di più è sordo da un orecchio. Questo lo offre la casa. Mi sorride. Ricambio appena e porto il bicchiere alle labbra, più per cortesia che per altro. Mi aspetto un sapore piatto, annacquato. Invece il tè è fresco. Il limone arriva subito, sulla lingua resta un retrogusto speziato. Per un istante, il caldo smette di soffocarmi. Ne bevo un altro sorso, il ghiaccio tintinna contro il vetro. Lei mi guarda soddisfatta, poi si ritira con un piccolo inchino.
Oltre le finestre, una pioggia leggera inizia a tamburellare sull’asfalto grigio.
Il nigiri giace ancora intatto nel piattino nero. Lo guardo incuriosita, poi lo afferro con le bacchette. All’inizio sento soltanto il riso tiepido e il sapore delicato dell’hamachi, la ricciola. Poi mastico. Chiudo gli occhi e lascio che mi riempia la bocca. Il pesce si scioglie lentamente sulla lingua, morbido, quasi burroso, mescolandosi con l’acidità del riso. Lo mangio in un solo boccone, non cade nemmeno un chicco di riso nel piatto. Ancora prima che possa spingerlo verso il banco, il cuoco me ne porge un altro senza dire una parola. Sopra ci sono quattro nigiri. Lo ringrazio silenziosamente con un piccolo inchino.
Per la prima volta, da quando sono qui, inizio a osservarlo per davvero. Lui prepara ogni piatto con cura, ogni gesto è misurato. Si inumidisce le mani, prende il riso da un contenitore e lo modella delicatamente. La cameriera lo segue in silenzio, passandogli le ciotole o gli ingredienti ancora prima che li chieda.
Quando ho finito, lei mi sorride di nuovo e mi posa un altro piatto davanti. Si finisce sempre con un dolce. Mi dice. È un Anpan. Guardo il panino dorato e ancora prima di morderlo ne sento la consistenza tenera. Subito arriva un’immagine. Mia madre in cucina, le mani che impastano.
Questo piatto me lo preparava sempre mia mamma, prima delle gare. Diceva che porta fortuna.
Anche la mia lo preparava per me.
La cameriera prende da una mensola un grosso libro e me lo passa. Odora di carta vecchia, dentro ci sono diverse foto ingiallite del locale attraverso gli anni. Me ne indica una: la riconosco, bambina, due codini neri che le spuntano dalla testa, stringe la mano a una donna, sullo sfondo il locale. Lei si chiama Kiko, scopro. Il cuoco si chiama Hiroku.
Una volta qui era pieno di locali come questo. Kiko solleva appena le spalle. Ma sono scomparsi tutti, le grandi catene li hanno fatti chiudere uno dopo l’altro. Mi viene in mente la gigantesca insegna rossa di Sushiii: un fast sushi a tre piani a pochi passi da qui. Kiko si volta verso Hiroku, che continua a lavorare sereno.
Oggi, i ristoranti sono diversi. Tocchi uno schermo e pochi minuti dopo il piatto ti arriva al tavolo su un nastro. Noi siamo troppo vecchi per queste cose.
Qui il sushi lo prepariamo ancora davanti alle persone, pezzo dopo pezzo. Costa di più, ma va bene così. Certe cose non possono essere fatte di fretta o con dei macchinari. Ci vuole cura, respiro.
Accendo il cellulare per mandare una foto dell’Anpan a mia madre, ma sullo schermo compare soltanto l’arcobaleno del calendario. Tengo il dito premuto sul quadratino rosso di domani. Lo cancello. Al suo posto resta uno spazio vuoto.





