Sotto questo sole niente ha meno senso che pedalare. Per strada ci sono solo i folli, i fantasmi e il mio gruppo di ciclisti, i Menischi infuocati. Fa così caldo che il freddo non esiste e l’autunno e l’inverno sono sbadigli lontani. Pedaliamo seguendo il corso del Marecchia, secco come una gola senza saliva: mai si direbbe che al termine di questo torrente di sassi, potrebbe esserci l’Adriatico, il respiro del mare. Le ruote scorrono, confondendosi al suono delle cicale.
Attraversando Pietracuta, il paesino con le facciate sbiadite, l’aria non smette di scottare i peli sulle braccia. Le cosce pulsano al ritmo delle guance e la stanchezza è così tanta da non notarla più. Corro in bicicletta coi Menischi infuocati da circa nove anni; da altrettanto tempo non tornavo a Pietracuta. Quando anche l’ultima zia era morta e le case dei parenti erano state svuotate, non c’erano più motivi per tornare qui, nel paese d’origine di mia madre. Mia madre, ad ogni ritrovo familiare, si atteggiava sempre da imprenditrice che ha fatto fortuna, con lo stesso vanto degli emigrati in Sudamerica che ostentavano i loro affari nelle piantagioni di caffè. Ma mia madre non era volata a Buenos Aires; aveva preso una corriera per Rimini, a ventitré chilometri da Pietracuta.
Rallento appena, occupando la posizione finale nella testuggine di biciclette. Spio le case alla mia destra, scruto i cortili alla mia sinistra. Le siepi basse, le porte dei cancelli lasciate aperte. Pietracuta è sempre uguale, una vecchia fotografia che non è mai stata rifatta. Mi distraggo e non vedo questa buca, un’impronta di elefante stampata sull’asfalto. Vacillo, ondeggio. Non sgancio in tempo la scarpa e, cado.
“Maurizio, c’ì té! C’ì sempre uguél!” [1]
Una donna si avvicina mentre tento di rialzarmi, confuso e dolorante. Potrebbe essere un’apparizione, un’allucinazione dovuta alla caduta.
“Sì, sono io…”
Dico con timidezza.
“Sei un’amica della Gisella?”
Lei non guarda il mio ginocchio annaffiato di sangue e continua a fissarmi negli occhi.
“A sò la Rosy!” [2]
Risponde avventata, quasi con rimprovero.
“Spétta un mùmént!” [3]
La sedicente Rosy entra in casa e riappare con una busta di carta riempita di fagiolini, quelli verdi e lunghi buoni solo a luglio.
“Tò, ort’li ma’ la Gisèla. À gl’io racòlt stamatéina!” [4]
E con la stessa irruenza con cui è apparsa, questa Rosy se ne va, come il mio gruppo di ciclisti ormai lontani. Non scompaio io, il dolore al ginocchio e questa busta ingombrante. Dovrò tornare a Rimini pedalando piano, tenere in braccio un mucchio di fagiolini e consegnarlo in piadineria, a mia madre.
Riparto. Mi concedo una lentezza che tendenzialmente disdegno. Stringo la busta tra la mano e il petto. Il gioco di equilibrio è complicato, ma mi diverte. In circa due ore arrivo a Rimini e il caldo non ha mai smesso di mordere. Sono fuori dalla piadineria. Mia madre è qui, davanti a me. La vedo di spalle: il suo berretto rosso, il laccetto del grembiule che si incastra nei fianchi. Non le vedo le mani ma posso intuire il movimento di spatola con cui sta girando ogni piadina sulla piastra. Mia madre, la Gisella detta Gise, l’unica piadarola in tutta Rimini a stendere ancora le piadine col mattarello, a una a una.
La tendina anti-mosche all’ingresso ci separa di qualche metro. Tante incomprensioni collezionate nel tempo ci separano di diversi chilometri. Anni prima le avevo proposto di aggiornare le grafiche, aprire il sito online, ristrutturare l’attività, ma lei rifiutò. Disse che l’insegna degli anni 80, un pannello al neon sfarfallante con scritto Piadineria “Dalla Gisella”, funzionava ancora benissimo. Piadineria in blu, coi caratteri dritti e squadrati, accanto a “Dalla Gisella” in rosso, con le lettere grandi in corsivo. Il rifiuto di mia madre per la tecnologia sembra un modo per rifiutare me. Il mio rifiuto per l’analogia sembra un modo per rifiutare lei.
Allora entro e il profumo di strutto e impasto caldo invade tutto, così denso da avvolgermi. Le erbette all’aglio, i pomodori gratinati con il pangrattato e il prezzemolo, le zucchine grigliate ricoperte di olio. Al di là del bancone c’è la tana di mia madre, una cucina stretta e compatta in cui niente è fuori posto. Tante palline di impasto, tutte uguali fra loro, ricoprono la spianatoia. I ventilatori impolverati spostano l’aria più che rinfrescarla e mia madre ignora sia il caldo che la mia presenza; continua a scaldare le piadine, a girarle con la spatola e ruotarle con un colpo di mano. Chissà se si sta specchiando con vanità nel piano metallico della piastra, nella fessura tra una piadina e l’altra. Chissà se si trova ancora bella. Vista di spalle sembra indifesa, vulnerabile. Mia madre si volta e non mi riconosce subito. È senza occhiali, appesi alla catenella di perline attorno al collo.
“Oh, Mauri…ma non vai al mare?”
“No mamma, ero in giro…con la bici.”
Dietro di noi c’è la strada, tesa tra il silenzio e rombi annoiati. Io e lei ci guardiamo, l’uno davanti all’altro, cosparsi di sudore dalla fronte fino agli alluci. Lei con i polpastrelli paffuti, imbottiti come calamari, e io asciutto e sporgente in ogni osso del corpo.
Dopotutto, niente abbiamo in comune tranne che questo: le vesciche sui palmi delle mani, l’ossessione. Lei per il mattarello in legno, io per le manopole della bicicletta. Mi basta questo per sentirla vicina, percepire la complicità che abbiamo di rado.
“Non molli la bicicletta neanche con 40 gradi!”
Mia madre prova a riprendermi, a esercitare la sua autorità. Accanto a lei, vedo una foto appesa alla parete: una Gisella con le mesh fucsia e trent’anni di meno. In volto, gli stessi occhi vivaci di adesso. Allora sfilo il telefono dalla tasca.
“Mamma mettiti in posa!”
La inquadro. Non fa in tempo a sollevare gli occhiali che ho già scattato la foto. Lei inizia a ridere, con l’imbarazzo di chi non è abituato a scomporsi e rido anche io.
Intanto entrano i primi clienti, con la fame non placata dall’afa. Mi affretto, consegno a mia madre il malloppo di fagiolini e le spiego che vengono da una certa Rosy di Pietracuta. Lei non alza lo sguardo, già operosa nel preparare le ordinazioni e mi allunga sul bancone una busta calda e spessa, chiazzata di unto. Non mangiavo la piadina con la porchetta da dieci anni, dopo aver letto quello studio sui grassi saturi. Ma oggi, non sarà una manciata di mandorle la mia merenda.
[1] “Maurizio, sei te! Sei sempre uguale!”
[2] “Sono la Rosy!”
[3] “Aspetta un attimo!”
[4] “Tieni, portali alla Gisella. Li ho raccolti stamattina!”





