Saggio
mindset
La cucina è uno sport di squadra
Siamo tutti sportivi
Testo di
Greta Contardo
Illustrazioni
Sports féminins Mich (Michel Liebeaux), 1910. Pubblico dominio. Fonte Artvee
Da Cook_inc N. 44
La cucina è uno sport di squadra
14 minuti

Spesso pensiamo agli atleti come a una casta di semidei che sollevano quintali di ghisa o corrono i cento metri in un battito di ciglia, ma la verità è che il movimento è la base della vita, proprio come il nutrirsi. “If you have a body, you are an athlete”, diceva Bill Bowerman (co-fondatore di Nike). È un po’ come dire che siamo tutti cuochi perché mangiamo; ovviamente non è vero, ma contiene un fondo di verità. Siamo tutti sportivi nel momento in cui capiamo che l’atletismo è prima di tutto un fatto di testa, non di fisico. E se la leggiamo così anche la cucina ha la stessa dimensione atletica. Anzi, la cucina è uno sport di squadra; ogni servizio è una partita.

Gennaio 2026: il feed di Instagram è il solito campo minato di distrazioni. Un post apparentemente innocuo riesce a bloccare lo scrolling compulsivo sullo schermo. Non è una news dell’ultima ora, parla della campagna che Nike ha lanciato a settembre 2025. Racconta la nuova prospettiva del brand che rilancia il leggendario JUST DO IT del 1988 con una chiave di lettura rivolta alle generazioni di oggi. Guardo lo spot: un montaggio in slow motion con una hall of fame di campioni di multisport ripresi nei momenti di massimo sforzo. La voce narrante è quella di Tyler, the Creator, rapper-designer statunitense, profonda, un po’ roca, graffiante e la colonna sonora è progettata per far sentire pressione, focus e adrenalina, con un crescendo emotivo. Il ritmo è scandito da quesiti introspettivi: si parte dal “Why do it?”, passando dal perché renderti la vita più difficile, perché rischiare, con così tante possibilità di fallire, perché osare, potresti dare tutto e perdere comunque, fino ad arrivare alla domanda definitiva: “What if you don’t?”. Poi, il pay off JUST DO IT che compare solo in sovrimpressione, non pronunciato, in rosso Valentino, bold, a tutto schermo. Un attimo di silenzio con la colonna sonora che raggiunge il climax seguito da una risatina riecheggiata compiaciuta e diabolica. È un messaggio audace, che trasla l’esitazione in coraggio, che incita a credere nelle proprie possibilità e lascia spazio a una serie di pensieri scomposti che non hanno niente a che vedere con lo sport, o meglio, con l’idea tradizionale di sport.

La nuova narrativa di Nike suggerisce che lo sport va ben oltre la performance pura. È uno stato mentale, un’attitudine che può prescindere dal movimento: è la scelta di provarci, è la resistenza quando il gioco si fa duro. Non a caso Pierre de Coubertin, considerato il padre dei Giochi Olimpici moderni, sosteneva che l’importante non fosse vincere, ma partecipare. È una frase usurata dai discorsi motivazionali da spogliatoio, eppure resta potentissima se presa sul serio: partecipare significa esserci, accettare di esporsi al giudizio, all’errore e, soprattutto, alla possibilità di fallire.

Lo sport insegna che si può fallire senza essere dei falliti.

È una questione di identità: non sei la tua vittoria, ma nemmeno la tua sconfitta. Puoi arrivare ultimo e conservare la dignità, purché ci sia il rispetto per l’avversario. Perché lo sportivo vero sa che chi ha di fronte non è il nemico da distruggere, ma l’elemento necessario affinché esista la gara. Senza qualcuno o qualcosa contro cui misurarsi, non esiste competizione. 

Per anni il mondo delle cuoche e dei cuochi è stato raccontato come il contrario dello sport. Da una parte notti infinite, sigarette alcol eccessi, talento che vale più del sonno, dall’altra cultura della performance, alimentazione controllata, recupero, fisioterapia. Eppure, una cucina professionale è un sistema ad alta pressione fondato su disciplina e precisione, esattamente come lo sport a livello agonistico.

Lo chef Davide Oldani lo ha spiegato bene poco prima delle Olimpiadi di Parigi 2024 in un’intervista a la Repubblica (in cui era Sport&Food Ambassador del CONI che ha realizzato i menu speciali per gli atleti e gli ospiti di Casa Italia):

“La cucina è un gioco di squadra ed è paragonabile al mio primo sport, il calcio, che mi ha insegnato a condividere un po’ tutto. Per questo io mi trovo bene. Il segreto è la condivisione, l’unione”.

Dichiarazioni molto simili con nuance diverse si trovano online in interviste alla thailandese Tam Chudaree Debhakam, chef del ristorante Baan Tepa di Bangkok:

“Una cosa che amo della cucina è vedere le persone lavorare insieme. Stare in cucina è come praticare uno sport di squadra, la mia passione fin da bambina. Nel basket o nel calcio ci sono pressione e un obiettivo comune. In cucina è divertente allo stesso modo. C’è molto di più della semplice cucina”.

Naturalmente sarebbe ingenuo rendere tutto troppo nobile. Cucina e sport sono anche luoghi di frustrazione, mondi attraversati da gerarchie tossiche, retoriche discutibili sul sacrificio e cultura della performance che spesso finiscono per consumare le persone.

In una cucina prima del servizio e in uno spogliatoio prima di una partita succede la stessa cosa, tutti sanno esattamente cosa fare e tutti dipendono dagli altri. Una brigata non è un insieme di persone brave a cucinare con gli stessi fornelli, così come una squadra non è una collezione di atleti forti con la stessa maglia. Si tratta di organismi che si reggono su una fiducia pratica, per niente sentimentale: non ci si fida del compagno perché gli si vuole bene, ma perché si sa che sarà lì quando il sistema ne avrà bisogno. È la smentita continua del mito dell’individuo autosufficiente. Bisogna essere accordati come un’orchestra: nessuno vince da solo, perché anche il gesto più individuale è sostenuto da una rete. C’è chi prepara, chi passa (o alza) la palla, chi tiene il ritmo quando l’altro lo perde. Relazione e talento sono forme di intelligenza collettiva che funzionano solo se le parti si incastrano.

Per citare Johan Cruijff, leggenda del calcio olandese:

“Tecnica non significa essere capaci di palleggiare mille volte. Chiunque può farlo con l’allenamento, e poi lavorare al circo. Tecnica è passare la palla con un tocco, con la giusta velocità, sul piede giusto del tuo compagno”:

Sport e cucina condividono la stessa ossessione per il timing. Non esiste una traduzione altrettanto precisa in italiano, perché il timing non è solo tempo, ma è il momento giusto nel posto giusto in cui il gesto giusto fa la differenza. La competenza sta nel riconoscerlo e applicarlo. Un passaggio fatto mezzo secondo prima del tempo è inutile, mezzo secondo dopo è tardi; allo stesso modo, un uovo poché dimenticato un minuto di troppo in acqua diventa sodo, rovinando irrimediabilmente le eggs Benedict. Entrambe le esperienze insegnano anche un’altra dimensione temporale: la pazienza. Nessun risultato serio nasce istantaneamente. Lo sport è scandalosamente lento: richiede di ripetere, correggere, aspettare, sbagliare e ricominciare. Non si può scaricare un “muscolo aggiornato”, così come non si può diventare bravi senza accettare di essere stati goffi e principianti. In cucina vale la stessa regola, non esiste una app per riconoscere se l’acqua nel bollitore della pasta è salata al punto giusto solo dall’odore del vapore.

Questo accade perché sport e cucina sono discipline “ibride”: lavorano sul corpo per arrivare alla mente e, viceversa, passano dalla mente per modellare il corpo. In entrambi i casi, però, per quanto sia poco romantico, il corpo impara prima della testa. Si può studiare una ricetta, e memorizzare una tattica, ma finché non passa dal corpo resta un’idea. Fare la mise en place non è solo preparare gli ingredienti: è una pre-visualizzazione mentale per sapere che tutto sarà dove deve essere quando non ci sarà più il tempo per cercarlo. Quando il servizio comincia, quando la partita entra nel vivo, pensare troppo può diventare un lusso rischioso. Il gesto deve arrivare prima del ragionamento e l’allenamento serve a ridurre il numero di decisioni da prendere. Il corpo però non è macchina da prestazione, e nemmeno uno strumento da rendere sempre più perfettibile. È il primo compagno di squadra.

E quando si tratta di corpo, sport e cucina condividono lo stesso sudore. Entrambi i mondi si reggono su una dedizione che oscilla tra lo splendore e l’autodistruzione, a seconda dello spazio lasciato alla vita. Per decenni abbiamo trattato il fisico dello chef e quello dell’atleta come uno strumento sacrificabile: finché reggeva, bene; e se cedeva era un problema individuale, mai del sistema. Ma il vento sta un po’ cambiando e la storia di Alysa Liu – medaglia d’oro di pattinaggio artistico sul ghiaccio ai Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026 – racconta una nuova alleanza tra l’atleta e il proprio corpo. Nota per essere diventata la più giovane campionessa statunitense a soli 13 anni nel 2019, Alysa aveva deciso, tre anni dopo, di lasciare quella vita insostenibile.

Era schiacciata da pressioni psicologiche e dal dogma di un fisico esile a ogni costo, che l’aveva trascinata verso disturbi alimentari. Non poteva più accettare che la disciplina coincidesse con la privazione. Dopo essersi ripresa la sua adolescenza a 18 anni è tornata a pattinare. Ma lo ha fatto alle sue condizioni: gareggiare quando sente di volerlo fare, sulle musiche che ama e indossando ciò che le piace. Tra queste condizioni, la più importante e intransigente è la libertà di mangiare ciò che desidera. Per Alysa, il cibo è diventato una parte centrale della sua ribellione: lo strumento per essere, finalmente, un’atleta libera e felice.

Non tutti i corpi efficienti assomigliano all’idea dominante di perfezione. Esistono fisici sportivi che mandano in crisi le nostre categorie automatiche: l’esempio più eclatante è quello dei rikishi, i lottatori di sumo. Da uno sguardo occidentale e superficiale, il loro corpo viene letto come un eccesso, un errore ipercalorico costruito su circa 10.000 kcal al giorno. Ma quel corpo è un disegno di precisione millimetrica, progettato per la stabilità, la potenza e la capacità di occupare lo spazio. Lo scopo del sumo, infatti, non è colpire, ma far perdere l’equilibrio all’avversario. La dieta del lottatore è una disciplina a lungo termine che ruota attorno al chanko nabe, un ricchissimo stufato preparato dai lottatori più giovani e consumato per gerarchie: prima i campioni, poi i gradi successivi, fino ai giovani a cui spetta ciò che resta. È interessante perché qui il “mangiare tanto” non è gola, ma funzione di una disciplina millenaria dove forma e performance coincidono.

A proposito di mangiare di gusto, le ultime Olimpiadi invernali hanno mostrato in modo quasi involontario quanto il cibo resti centrale anche nel luogo massimo della performance controllata. Per settimane una parte enorme dei contenuti social prodotti dagli atleti non riguardava le gare ma il cibo del villaggio olimpico: tortini al cioccolato con cuore fondente, pastasciutta a profusione, tiramisù. Persone che trattano l’alimentazione come una variabile scientifica cercavano il comfort food come chiunque altro: la prova che, anche per l’atleta, il cibo è carburante e strategia, ma resta soprattutto premio e goduria. D’altronde, nemmeno per chi guarda lo sport il cibo è solo nutrizione. Il tifoso mangia per aspettare, per stare con gli altri, per riempire i tempi morti. Quel panino che per un nutrizionista sarebbe un oggetto discutibile diventa un rito perfetto per chi lo mangia tifando. È la dimensione che l’enogastronomia di pensiero a volte dimentica: non tutto ciò che conta nel cibo sta nel piatto; molto risiede nel dove, nel quando e nel con chi.

È un concetto che Gianni Mura, firma storica de La Gazzetta dello Sport e di la Repubblica, aveva capito forse prima di chiunque altro. Per lui, cronaca sportiva ed enogastronomica non erano mondi separati, ma due facce della stessa capacità di tradurre l’effimero. Una partita finisce, un piatto viene mangiato. Fine. Eppure, continuiamo a parlarne, cercando di trattenere qualcosa che per sua natura scompare. Raccontare un gol non è il gol, così come descrivere un sapore non è il sapore, ma senza quel racconto resterebbe solo un’impressione destinata a dissolversi. Mura univa una tappa, un pranzo, una salita e un bicchiere nello stesso sguardo. Il ciclismo poi, più di altri sport, ha sempre avuto qualcosa di gastronomico nel suo modo di attraversare i luoghi. Non si fa dentro uno spazio chiuso e neutro, ma nei paesaggi, nelle strade, nei paesi. È uno sport che consuma chilometri e produce racconto. Nelle sue cronache del Giro d’Italia o del Tour de France, infatti, non c’erano solo fughe e pedalate, ma osterie, vino e persone. Il suo racconto era un omaggio alla sostanza, una lezione che vale tanto sul campo quanto davanti ai fornelli, dove il gesto non ammette finzioni. Come amava ricordare Mura:

Lo sport avrà tanti difetti, ma a differenza della vita nello sport non basta sembrare, bisogna essere.

Questa necessità di “essere” spiega perché, sempre più spesso, tra chi vive il ristorante quotidianamente si scoprano sportivi incalliti. Runner che si svegliano all’alba per correre dieci chilometri prima di entrare in cucina. Chef che tirano al poligono, altri che cercano le onde, o che pedalano e – più in generale – persone che allenano il corpo con la stessa precisione con cui costruiscono un piatto. È una conseguenza logica, è un cortocircuito interessante: trovare nella fatica volontaria dello sport una forma di equilibrio rispetto alla fatica inevitabile del lavoro.

Sono due discipline che si rincorrono e si correggono a vicenda. Chi lavora in cucina conosce già, intimamente, il linguaggio dello sport. Allenarsi diventa allora un modo per rimettere ordine, per dare struttura a un corpo che per troppi anni è stato usato solo come uno strumento da consumare. Non per diventare “sani” in senso moralistico – cioè, un po’ anche per quello – ma per tornare a vivere il proprio corpo invece di usarlo soltanto. Perché chi cucina professionalmente vive una contraddizione continua: produce piacere attraverso un lavoro che spesso lascia poco spazio al piacere. Nutre gli altri mentre mangia male, di fretta, in piedi, a orari improbabili. Costruisce esperienze memorabili mentre affronta giornate che sembrano solo sopravvivenza.

Lo sport diventa il modo per essere se stessi al di là della professione.

Il confine tra sport e cucina è così labile che i due mondi finiscono per invadere lo spazio l’uno dell’altro, condividendo strutture, corpi e persino un vocabolario identico. Per sport, ho chiesto a un chatbot AI di stilare l’elenco dei termini applicabili tanto al mondo sportivo quando a quello culinario: disciplina, allenamento, tecnica, strategia, squadra, timing, coordinazione, sacrificio, performance, pressione, concentrazione, rituale, resistenza, equilibrio, precisione, improvvisazione, energia, identità, ritmo… Sono talmente tanti i punti di sovrapposizione che parlare di semplice “parallelismo” diventa riduttivo.

Una parola però l’AI non l’ha tirata fuori: creatività. Ci ha pensato lo scrittore Haruki Murakami ne L’arte di correre (Einaudi, 2007) – una sorta di memoir della sua vita da maratoneta – vedendo il running come una metafora della scrittura e una disciplina per nutrire la mente. Murakami non parla espressamente di cucina (anche se parla di peso ottimale e abitudini alimentari), ma sostiene che la creatività richieda resistenza fisica e mentale, usando la corsa per costruire la costanza e la concentrazione necessarie per creare arte.

Per manipolare qualcosa di veramente malsano è necessario condurre una vita più sana possibile.

È l’idea che serva un sistema immunitario personale, un’energia non superficiale per sopperire alle tossicità del processo creativo.

E dove altro possiamo trovarla se non nella nostra forza fisica di base?

Per Murakami, come per chiunque si metta in gioco, ciò che conta davvero è tagliare un traguardo dopo l’altro con le proprie gambe, usando ogni forza disponibile per arrivare alla fine ed essere, semplicemente, contenti di sé.

L’essere umano è l’unico animale capace di inventarsi volontariamente delle difficoltà per sentirsi vivo. Corre senza essere inseguito, solleva pezzi di ferro per poi rimetterli esattamente dov’erano, pedala per ore in salita solo per tornare al punto di partenza. E allo stesso modo, passa sedici ore in una cucina a temperature tropicali per servire piatti che spariranno in meno di cinque minuti. Lo fa, e sceglie di continuare a farlo, perché quella fatica gli fa bene. Perché, come ogni sport insegna, la fatica non è per forza una condanna: se scelta con consapevolezza, può perfino concorrere alla felicità.

JUST DO IT.


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