La sponda nord
Il Bosforo è un caso curioso. A est c’è il continente asiatico, a ovest l’estrema propaggine dell’Europa. Fin qui, nulla di sorprendente per chiunque ne abbia almeno sentito parlare; la curiosità comincia quando ci vivi accanto. Qui non esiste davvero un lato sud, non in alcun senso che conti, mentre il nord del Bosforo è un mondo a sé. Lungo questa costa sono ormeggiate le barche da pesca che si spingono fino al Mar Nero, là dove Oriente e Occidente si allontanano l’uno dall’altro. Le storiche yalı, le dimore in legno affacciate sull’acqua che esibiscono la grandiosità di ciò che Istanbul è stata – e forse, per chi può permetterselo, è ancora – lasciano progressivamente spazio alle case più modeste degli abitanti storici della città e poi a foreste verdi protette da zone militari, mentre lo stretto si apre verso la porta meridionale del Mar Nero.
Il Bosforo, da questo lato, appare più scuro, più profondo, più fresco; i gabbiani sono più feroci, la vita assomiglia di più a quella di anni fa. Il ritmo è più lento, c’è meno fretta, meno traffico, meno gente. Con l’arrivo della stagione giusta, l’alba è l’ora più intensa, quando la costa si riempie di pescatori e canne da pesca. Se passeggi lungo quella riva in cerca di un po’ d’aria di mare, devi fare attenzione agli ami e all’attrezzatura tenuta alta: il rischio è quello di rimetterci un occhio. I villaggi di pescatori, i cui nomi sono cambiati nel corso di un secolo, conservano ancora l’aspetto di un tempo; a differenza di Arnavutköy, nel tratto centrale del Bosforo, che ha ceduto alla vita notturna perdendo gran parte dei suoi abitanti originari.
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