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Compost: ciò che fermenta, ciò che lega
Più che una cena una performance
Testo di
Andrea Morelli
Foto cortesia
Compost: ciò che fermenta, ciò che lega
4 minuti

“Abbiamo cucinato tutto, ma non come vi aspettereste”.

Non è la cena che guida i gesti, sono i gesti a ridefinire la cena di Teresa Satta e Luca Conte, noto come Gerolamore. Nessun legame pregresso, nessuna scelta reciproca, solo la condivisione di uno spazio e di un tempo che dovrà trovare da sé un equilibrio. Aperta al pubblico e organizzata da Snodo negli spazi delle OGR Torino, più che una cena si tratta di una performance in cui l’esperienza non viene spiegata ma attraversata. Il social table mette insieme sconosciuti e li invita a restare, a mangiare, a osservare cosa succede quando la convivialità non è data per scontata.

Compost nasce come progetto che utilizza il cibo non come fine ma come mezzo, capace di attivare relazioni, attenzione, piccole evoluzioni di comportamento. Non è una cena narrativa, non segue una trama, ma una struttura precisa che organizza il modo in cui ci si relaziona con gli altri attraverso il mangiare. Prima ancora delle portate arriva il menu numerato a mano, non anticipa sapori né ingredienti, propone simboli, segni, alfabeti non decifrabili. Non spiega, orienta e introduce tre momenti, tre modalità di relazione: una portata da affrontare in solitaria, una in coppia e una in gruppo.

La cena inizia con Kimchi di cavolo cappuccio con seiras e acciughe; mentre alcune ciotole passano lungo il tavolo e vengono condivise, ognuno prende per sé ciò che vuole assaggiare. Il sapore è diretto, fermentato, vivo e anticipa le intenzioni di Compost: nessun accomodamento ma consapevolezza. La seconda portata si sviluppa in coppia: Pane Taboon, candela di burro, rosmarino brusà, ceviche di carciofo, funghi e caco-mela, carpaccio di barbabietola. Il piatto va gustato insieme al commensale di fronte, accompagnato da un pane iraniano passato sopra le teste di tutti i partecipanti, che spostano fasci di tessuto per guidarlo a ogni destinatario. Un gesto semplice eppure attentissimo, dove l’ascolto dell’altro diventa parte stessa della cena. La terza fase è collettiva: Kefir di capra, cracker di polenta, zuppa di fagioli con erbe e seitan. Una portata che dona dolcezza allo stomaco, dopo i sapori forti e fermentati, spingendo il commensale nuovamente fuori dalla comfort zone. La condivisione si amplia, la grolla dell’amicizia che contiene il kefir passa tra mani e braccia, moltiplicando l’atto di dare e ricevere, un po’ come i fermenti che si moltiplicano ed esistono insieme. A chiudere, Crostate di limoni, mirtilli, cachi, kiwi, mele e agrumi: distribuite con il passamano in un momento di collettività orchestrata dai due artisti alle estremità del tavolo.

Luca Conte e Teresa Satta lavorano entrambi sulla trasformazione, intesa non come risultato ma come processo. Conte, artista e gastronomo formato all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, attraversa il cibo come pratica artistica, fondando spazi e progetti che connettono architettura, performance e convivialità. Satta, pittrice dell’Accademia delle Belle Arti di Brera specializzata in Arti Visive, concentra invece la sua ricerca artistica sul cambiamento lento e sull’instabilità: persone e materiali vengono osservati nel tempo condiviso, senza forzare una forma definitiva.

In Compost queste due traiettorie si incontrano: il cibo diventa struttura relazionale, l’esperienza prende forma attraverso gesti e attese.

Anche l’allestimento riflette questa visione: le tovaglie, i tovaglioli e i centrotavola, fatti con sale e scarti della cucina, sono opera dei due artisti. Tessuti diversi, ricami che non combaciano, lampade che sembrano oggetti recuperati e trasformati: nulla appare definitivo o perfettamente allineato, tutto suggerisce una materia in continua mutazione, che cambia funzione e significato.

Con il passare del tempo cambiano anche i comportamenti. L’iniziale cautela lascia spazio a una gestione più fluida del tavolo, ci si alza, ci si serve, si presta attenzione a chi è rimasto indietro. Quando arrivano le crostate finali l’equilibrio è stato trovato, senza bisogno di essere dichiarato. Compost non racconta una storia né propone una morale. Lavora per strutture, processi, relazioni. Usa il cibo per osservare come le persone cambiano quando il mangiare smette di essere automatico e torna a essere un gesto condiviso.

La cena è terminata, la sala si svuota pian piano lasciando che le persone si sleghino delle chiacchiere tornando ad essere sé stessi, ma non è detto che, alzandosi da quel tavolo, si esca nello stesso modo in cui ci si è seduti.


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