C’è una settimana, ogni anno, in cui chef, vignaioli, osti, gelatieri (e qualsiasi attore del settore) si mettono insieme senza essere fisicamente insieme per porre l’accento sulle buone pratiche quotidiane che diffondono la cultura della consapevolezza e della sostenibilità quando si tratta di mangiare, bere e produrre da bere e da mangiare. Questa settimana si chiama Tempi di Recupero Week e quest’anno fa il week end lungo e sfora i canonici sette giorni settimanali: inizia il 31 gennaio e termina l’8 febbraio. Un passaggio graduale per i nostri pensieri culinari tra il dry-veganuary e l’ondata di chiacchiere fritte carnevalesche.
Non per essere banali, ma quello che succede nella Tempi di Recupero Week non ha niente di trascendentale, di nuova novità: è semplicemente una cosa a cui partecipiamo da tempo e di cui abbiamo ancora assolutamente bisogno. Eccoci a spiegare: durante la settimana gli artigiani del gusto che aderiscono all’iniziativa raccontano la propria idea di recupero attraverso piatti a tema, menu dedicati, cene corali, collaborazioni trasversali, in un dialogo diretto con il pubblico che è da sempre la cifra stilistica dell’associazione Tempi di Recupero (che vi invitiamo a conoscere meglio qui). Nulla di nuovo se non la voglia da parte degli attori di fare rete attraverso un gesto che per la stragrande maggioranza di loro è quotidiano e silente, ma che per il bene comune ha bisogno di non smettere di essere tramandato e inserito nelle buone pratiche quotidiane di chi è un buon uditor… e via via così finché non arriviamo a cambiare, finalmente, il modo in cui abitiamo il pianeta Terra. Che in fin dei conti è la mission di Tempi di Recupero, visualizzata un minuscolo cambiamento alla volta.
Vale la pena evidenziare che non siamo davanti a un’opera di recupero collettivo per nostalgia sterile e canaglia. Qui parliamo di educazione e patrimonio intellettuale della civiltà espresso in uso integrale delle materie prime, rilettura delle ricette dimenticate, attenzione alle risorse, rispetto per il lavoro umano e per il tempo. È la capacità di trasformare scarti, avanzi e limiti in possibilità. Qualcosa che va ben oltre le mode e i trend che ci vedono ripescare gli anni 90 dall’armadio. Il recupero, per chi fa parte di questa rete, è un linguaggio, è un modo di stare al mondo. Ed è anche, quest’anno più che mai, un modo per stare dalla parte delle persone.
Infatti, una parte dei proventi delle iscrizioni alla Tempi di Recupero Week 2026 sarà infatti destinata a Emergency, a sostegno dei progetti sanitari e alimentari realizzati per la popolazione palestinese. Un gesto concreto, sobrio, lontano dalla retorica, che ribadisce un principio semplice: la cucina è anche uno spazio politico. Come racconta Carlo Catani, presidente di Tempi di Recupero:
“La Tempi di Recupero Week è un momento di incontro e di racconto collettivo, vogliamo dimostrare che il recupero è un atto creativo e culturale, capace di generare valore, consapevolezza e bellezza, partendo dal cibo e arrivando alle persone. Per noi la forza e i messaggi che si possono veicolare attraverso esperienze positive e piacevoli sono fondamentali”.
In fondo a tavola si mangia, certo, ma soprattutto si ascolta, si discute, si prende posizione. La partecipazione alla Tempi di Recupero Week 2026 è aperta e ibrida: si può farne parte con un piatto dedicato per una sera, un menu per l’intera settimana, una cena a più mani, un abbinamento con i Vignaioli del Recupero (un progetto condiviso con artigiani e produttori che abitano la stessa visione). Nessun format rigido e nessuna gabbia creativa, solo voglia di far parte di una rete che genera impatti positivi.
👉 Info e iscrizioni: https://www.tempidirecupero.it/tempi-di-recupero-week-2026/





