Cuoco perfetto, marito ideale e padre esemplare. Magnus Nilsson ha pure lui tare e difetti. Esempio: lo sapevate che, peggio che girar con le tasche bucate, perde suo malgrado un telefonino ogni tre settimane? Allora niente iPhone 7, niente Samsung, zero LG/Dolce&Gabbana edizione Oro. Tuttalpiù un avatar dell’usa e getta, una minuscola coccinella omologata alle nazionali telecomunicazioni, priva di mail o d’Internet e magari anche dell’opzione MMS, quasi un micro Maggiolone Volkswagen ancora col clapet, due volte più minuscolo del primigenio Motorola StarTAC. Un reperto archeologico che compra a mezze dozzine, dice lui, dal pizzicagnolo sotto casa. Distinguo: carri, buoi e distanze dei paesi tuoi. Dato che vive quasi in coppa alla luna, il commerciante di prossimità da quelle parti è a mezz’oretta di strada. Prima dello svincolo di Järpen, primo villaggio abitato con anime viventi dovutamente repertoriate. Cercatelo sull’atlante geografico di vostro figlio.
Siamo invero dalle parti del Mitico Thor: nel cuore del Jämtland, nel nord est della Svezia reale. Un vero e proprio impero: quello della natura che, sola, integerrima detta legge. Le estati son leggere, cangianti come gli umori e i colori della lunga criniera fieno/paglia d’una giovine bionda. E gli inverni lunghi, freddi, cinti alla taglia dalle montagne col paltò immacolato di neve. Aveste tra le mani il Reader’s Digest magari azzarderemo a spiegarvi, semplificando senza rifuggire dalla caricatura, la psicologia del biondo Vikingo. Le sue manie, l’eclettismo coltivato sin dalla più tenera infanzia, tra balocchi e primi progetti di bambino arruolato nella fanteria paterna dei cacciatori, esploratori dell’incontaminato circondario.


La storia favoleggia che, allora poco meno che ventenne, dopo una puntata a L’Arpège di Alain Passard prima di essere quasi immediatamente rispedito al mittente, raccolto letteralmente da Pascal Barbot dell’Astrance per la parigina rue Beethoven, da lui notte e giorno stazionata due lustri prima di Occupy Wall Street, Magnus la bussola del mondo vegetale ce l’abbia proprio nel sangue: “Ogni volta che mancavano d’erbe e fiori correva al Bois de Boulogne lì vicino per raccogliere tutto quel che ci serviva” racconta ancora Barbot, il suo triplamente stellato mentore. Fosse la sua sola qualità. Cuoco perfetto, marito ideale e padre esemplare, dicevamo più sopra. A queste, bisognerebbe aggiungerne tre volte tante, di qualità. Uno chef, sì, ma anche un autore che redige i propri libri in prima persona. Un asso della parola giusta, della concisione, della visione prospettica che non delega, neanche mezza virgola, a niente e a nessuno. Tanto meno agli editori. Ne conoscete voi di virtuosi dei fornelli che, oltre a raccogliere fiumi e fiumi di parole scritte su di lui, è talmente coccolato da riviste e anglosassoni pubblicazioni, case editrici e World Summit sul futuro del pianeta culinario, da dover ricorrere – neanche fosse Zadie Smith, Martin Amis o Dave Eggers – ai servizi d’un literary agent?
Fai login o abbonati





