Il vino dovrebbe essere uno dei modi più immediati per raccontare un luogo. Lo diciamo continuamente: il territorio nel bicchiere, il carattere del suolo, l’espressione di un paesaggio; ma il mondo del vino ha una sua aristocrazia. Ci sono territori che siedono al tavolo dei grandi da così tanto tempo che ormai nessuno si domanda più chi abbia assegnato loro il posto, e altri che continuano ad aspettare in piedi, con parecchie cose da raccontare. Ai primi basta pronunciare il nome per evocare un paesaggio, uno stile, il prezzo che siamo disposti a pagare. I secondi, invece, devono cominciare dalle presentazioni: spiegare dove si trovano, che cosa coltivano, perché vale la pena assaggiarli. Il blasone arriva prima del bicchiere e non è detto che il bicchiere riesca sempre a recuperare il distacco.
È una geografia della considerazione, più che della vite. Denominazioni, mercati, guide e mode costruiscono una mappa in cui alcune colline sembrano destinate a diventare celebri e altre a restare una nota a piè di pagina.
La terra, per fortuna, non ha dimestichezza con queste gerarchie e continua a fare il suo anche quando scompare dal racconto. A forza di non essere viste, però, certe vigne spariscono anche dal paesaggio: i terreni cambiano destinazione, i saperi si interrompono, le piante vengono espiantate e quello che era un modo di vivere diventa una traccia da recuperare. Finché qualcuno non decide di credere in quel valore e ricominciare, senza ricostruire il passato. Recuperare una vigna non significa riprodurre il mondo che l’ha generata, così come conservare un vitigno non vuol dire produrre il vino che si faceva un tempo. Il passato è una materia da interpretare, non un manuale di istruzioni per il futuro. Perché se è vero che una tradizione può perdersi, è altrettanto vero che può sopravvivere soltanto cambiando forma.
Si può dare un futuro a un territorio senza inventargli un glorioso passato rurale? Che cosa significa fare vino in una valle che non ha mai avuto, o ha perso, una forte identità vitivinicola? Può essere il vino a costruire una nuova identità culturale per un territorio? Domande a cui abbiamo provato a dare risposta tra la Val Borbera, la Valsamoggia e la Val d’Arda, tre nomi che difficilmente metteremmo in fila se dovessimo disegnare la mappa delle grandi geografie del vino italiano, ma non sono i vini a essere marginali, spesso sono i luoghi a essere rimasti ai margini del racconto. Le valli corrispondono a Cascina Barbàn, Samodia e Vini Ricorda, tre storie parallele di pionierismo in valle in cui nessuno è arrivato su una terra vergine e tantomeno ha trovato un mondo contadino intatto da salvare con qualche buona intenzione. Realtà che si sono interfacciate con paesaggi abitati e disabitati, memorie agricole più o meno marcate, vigne vecchie, possibilità nuove e parecchie difficoltà concrete.
Pionieri, se vogliamo usare questa parola, non perché siano i primi, ma perché lavorano nel tratto scomodo che separa ciò che un territorio è stato da ciò che potrebbe diventare.
“La Valsamoggia non esiste”. Jacopo Stigliano lo dice come una sorta di mantra, con quella punta di ironia che serve a rendere sopportabile una constatazione assurda: la valle esiste eccome, lui ci vive e ci fa vino, ma fuori dai suoi confini non è detto che qualcuno sappia collocarla. Il progetto che porta avanti con Flavio Restani si chiama Samodia, nome latino della Valsamoggia, e nasce dalla volontà di salvaguardare e conservare un luogo che non è mai stato particolarmente famoso. Il nome, dunque, c’è. Quello che manca è il resto. Eppure, la storia viticola della Valsamoggia supera i duemila anni, sono stati ritrovati dolia e anfore romane, oltre a tracce più antiche, quando queste erano terre etrusche. Si può essere antichi e restare sconosciuti, avere radici profonde e non riuscire a farle arrivare fino alla carta dei vini? A poca distanza da Bologna, la valle conserva una presenza agricola forte e una consistenza che Jacopo descrive come primordiale e selvaggia: boschi pieni di ombre, un paesaggio che non si offre subito allo sguardo.
Jacopo ha girato in lungo e in largo, ha conosciuto luoghi che dal punto di vista viticolo potevano sembrare più golosi, più potenti, più promettenti, prima di tornare. La sua scelta di stare e restare lì ha a che fare con le origini emiliane, ma anche con la decisione di sostenere un territorio che ha bisogno di nuova energia. Lui ha ricominciato dai vecchi vigneti abbandonati, Flavio dai vitigni autoctoni. Samodia è nata per farsi portavoce, non tanto del territorio in sé, “ma delle persone, di un’idea, di un modo di fare molto territoriale: quell’emilianità che ci ha portato a restare, a confermarci e a continuare a lottare per un’idea principale, quella di resistere e fare in modo che le cose non si perdano soltanto perché nessuno ne parla”.



Foto di Samodia
La Valsamoggia, per Jacopo, non è un territorio da rendere finalmente simile a qualcun altro. “La vocazione è sicuramente un concetto che ha un suo significato e una sua importanza. Non possiamo nasconderci dietro il fatto che una maggiore o minore vocazione di un territorio venga poi trasmessa al prodotto finale. Il vino si fa in vigna, non in cantina, preferiamo lavorare per un’idea, per un ideale, per trasmettere un territorio che non deve per forza essere il più vocato del mondo, ma può comunque avere tanto significato. La parte umana e il suo rapporto con la terra sono gli aspetti più importanti”.
Un vino, dice, non deve necessariamente rappresentare o assomigliare al territorio da cui viene: “Siamo del tutto fuori dal territorio che rappresentiamo, ma a modo nostro è anche il modo migliore per rappresentarlo, perché il prodotto che facciamo deriva profondamente dal luogo che ci circonda.”
“Il vino che facciamo noi è un vino naturale, nel senso che è la natura stessa del luogo, dell’ambiente e del clima che lo circonda a costituirlo. Inevitabilmente non possiamo costruire qualcosa che non sia simile al luogo da cui proviene. Credo che la cosa migliore sia riuscire a interpretare questa naturalità, fare in modo che tutto fluisca senza alterazioni. La cosa più importante è sentire il luogo in cui si è, bello o brutto che sia, sentirlo dentro”.
Quello che con Samodia stanno facendo non c’è mai stato. Non c’è continuità con un qualche passato. “Cerchiamo piuttosto di inventare e costruire una forma di racconto che sia più interessante, perché lo è prima di tutto per noi. Perché restare in un luogo strano, che non viene riconosciuto dagli altri? Perché essere i primi a impegnarsi, o forse in realtà gli ultimi? Il territorio in cui siamo è un territorio in cui la viticoltura sta scomparendo: le vigne sono sempre meno e vengono espiantate. Spero di no, ma guardandomi intorno penso che potremmo essere l’ultima generazione ad aver deciso di fare questa cosa”.
Nella stessa regione, in un’altra parte di Appennino, sulle colline della Val d’Arda, Gianmarco Ricorda ha un’altra storia per le mani: ha cominciato da vigne che il mercato aveva già giudicato, in un certo senso, colpevoli di non produrre abbastanza; una del 1964, una del 1980 e una del 1982. Ha iniziato a respirare la vigna a sedici anni, facendo vendemmie e lavori estivi, fino a trasformare quella passione in un impiego a tempo pieno. Quando gli si è presentata l’occasione di prendere in gestione una vigna del 1980, ha guardato l’esposizione, il terreno, il potenziale delle colline e ha deciso che valeva la pena provarci. A convincerlo a restare sono stati anche i suoli di matrice marina, capaci di restituire sapidità ai vini e le piante storiche che aspettavano qualcuno disposto a occuparsene.







Foto di Gianmarco Ricorda
Anche a Castell’Arquato e nelle valli vicine alla Val d’Arda la viticoltura ha origini antiche, già in epoca romana. Poi è cambiata l’idea di cosa dovesse essere il vino: sono arrivate la viticoltura convenzionale, le autoclavi, la chimica, le cantine cooperative orientate alla quantità, e con loro una produzione standardizzata, economica, adatta a essere venduta in grandi volumi. Dei vecchi vigneti familiari sono rimasti pochi appezzamenti, spesso coltivati da anziani per fare il vino di casa. Quando non hanno più avuto la forza di lavorarli, alcune cantine li hanno presi in gestione, finché le rese non sono risultate troppo basse per giustificarne la fatica. E allora si è smesso. “Sostenere i costi di vecchi vigneti a bassissima resa richiede sforzi enormi; il vantaggio impagabile, però, è che chi beve i nostri vini incontra un’espressione pura, non replicabile altrove”, racconta Gianmarco. Sono valli schiette queste, terra storica di passaggio strategico tra la pianura, il centro Italia e l’Europa, rimasta a lungo umile e lontana dal turismo di massa o dai grandi capitali. Qui non si trovano scenari artefatti, ma una natura integra, calanchi selvaggi, borghi medievali e una matrice minerale e salina, che si può ritrovare dritta nel calice.
Costruire un’identità dove manca un modello condiviso significa avere il coraggio di esplorare a fondo le proprie uve.
Tra le colline si incontrano fossili, marne, sabbie e tracce di un mare che c’era milioni di anni fa. È una storia geologica che non ha bisogno di essere inventata per diventare interessante, anche se per anni la reputazione del vino piacentino è stata legata soprattutto allo sfuso e alla grande distribuzione. Il territorio è stato raccontato attraverso il prezzo, e a forza di essere considerato economico ha finito per dover dimostrare di poter essere anche altro. “La realtà è che i nostri suoli antichi, ricchi di fossili e sedimenti marini, insieme a uve come Barbera, Bonarda e Malvasia di Candia Aromatica, possiedono una caratura che ha poco da invidiare a quella di territori ben più celebri, come del vicino Piemonte o della Toscana. Essere in una zona sottovalutata non ci fa sentire inferiori; al contrario, ci dà la responsabilità e lo stimolo di smentire i luoghi comuni dimostrando il valore reale del prodotto”. Non è una questione di voler dimostrare che la Val d’Arda sia migliore di un’altra zona più celebre. Sarebbe soltanto un altro modo di giocare la stessa partita, con l’ambizione di cambiare posto nella gerarchia senza mettere in discussione la gerarchia stessa. Queste colline hanno una voce tutta loro.
Anche il sapere contadino non è una reliquia. Gianmarco ha imparato molto dall’esperienza maturata nella storica azienda Croci e da chi lavorava queste terre prima di lui, recuperando anche pratiche come la rifermentazione spontanea, una tecnica non pensata per seguire una moda, ma il risultato di un rapporto quotidiano con le condizioni del luogo. Un tempo, sui terreni marini poveri di azoto, le fermentazioni potevano rallentare e con l’arrivo dell’inverno e il calo delle temperature si fermavano, lasciando zuccheri residui che ripartivano naturalmente in bottiglia con il ritorno del caldo primaverile.
Fare vino non era nei programmi iniziali di Cascina Barbàn, “un collettivo agricolo e culturale, formato al momento da due famiglie che vivono e lavorano in Val Borbera, nell’Appennino ligure-piemontese”. Così racconta Martina Panarese, parlando del progetto condiviso con il compagno Maurizio Carucci e con Pietro Ravazzolo e Marìa Luz Principe.
Martina e Maurizio sono arrivati in valle una quindicina di anni fa, in un novembre piovoso e uggioso, e si sono innamorati dei boschi, del fiume, delle montagne, di una natura indomita. La valle era poco antropizzata anche per via del forte abbandono cominciato negli anni Settanta, quando molte famiglie erano partite per lavorare in pianura. Il loro progetto è nato da quell’innamoramento e il vino è arrivato attraverso la casa che hanno comprato, Le Cantine di Figino, vecchie cantine di paese che lasciavano intuire una storia agricola da cui partire. Un contadino di Figino, Ferdinando, ha venduto loro una vigna piantata a mano subito dopo la Seconda guerra mondiale. Con lui hanno mosso i primi passi tra i filari, poi hanno cominciato a parlare con le persone del posto, a fare ricerche, a capire che la sponda di Figino era stata coltivata a orti, fagiolane e vigne. Si produceva soprattutto uva bianca da vendere verso Gavi, mentre le piccole vigne familiari, spesso con varietà mescolate, servivano a fare il vino per casa. Le Cantine di Figino erano cinque o sei spazi al piano terra, con i fienili sopra, in cui il vino non aveva bisogno di diventare un prodotto commerciale per avere un senso.
Quando Martina e Maurizio sono arrivati, tra il 2010 e il 2011, erano rimasti cinque o sei micro-appezzamenti. “Siamo partiti da quelle vigne vecchie. Negli anni abbiamo recuperato anche le antiche cantine, dove oggi si trovano la nostra cantina di trasformazione e la barricaia, e la casa in cui viviamo, che era una vecchia stalla. Anche Pietro e Mary, alla Torre di Figino, hanno recuperato una vecchia stalla con fienile, che oggi è la loro casa. Ci siamo presi cura delle vigne che avevamo trovato e, dal 2015 in poi, abbiamo cominciato a piantare nuovi impianti. Non c’erano altri terreni da prendere in affitto nelle vicinanze: per trovarne, avremmo dovuto spostarci anche a quaranta minuti da qui. Così abbiamo deciso di ripiantare, cominciando da zero, o forse da meno dieci. Abbiamo scelto di piantare non soltanto vitigni a bacca bianca, come si faceva tradizionalmente qui, tra cui Timorasso e Cortese, ma anche altre varietà che avevamo scoperto nelle vigne vecchie. Recuperare quelle vigne, con tutta la loro biodiversità, ci è servito a capire che cosa si coltivasse qui e che cosa cresceva bene. Di conseguenza, come dicono da queste parti, ci siamo andati dietro: abbiamo piantato varietà antiche, già presenti sul territorio”.






Foto di Cascina Barbàn
Hanno cercato di seguire quello che la storia agricola della valle suggeriva invece di imporre un modello da fuori. “Il territorio è dentro la bottiglia: è l’origine del vino”, continua Martina. “Per me è un po’ come per le persone. Sono nata a Genova, ci ho vissuto e me la porto sempre dietro. Posso continuare a vivere qui oppure trasferirmi altrove, ma Genova resterà dentro di me. Lo stesso vale per una bottiglia di vino: le uve sono cresciute in Val Borbera e quindi, che si tratti di una bottiglia di Pian del Tè, di Barbàn, di Albera o di Boffalora, ovunque arrivi, si porterà dietro la luce della Val Borbera, le sue piante, il vento, la rugiada, le montagne, le pietre e il terreno. Questo legame è imprescindibile. Un’identità si costruisce attraverso i propri valori e le proprie idee, che devono essere chiare e precise. Bisogna capire non tanto dove si vuole arrivare, quanto qual è il proprio obiettivo. Il nostro è sempre stato cercare, attraverso il lavoro, di mantenere, se non migliorare, la biodiversità che abbiamo trovato nel territorio e nella natura che ci circonda. È il nostro faro”.
Il modo in cui hanno imparato a lavorare racconta molto del loro rapporto con la valle. Da una parte, a Cascina Barbàn hanno cercato di comportarsi come spugne, ascoltando le contadine e i contadini, lavorando insieme, cercando di capire come si fossero rapportati al clima e ai diversi terreni. Dall’altra, hanno studiato, letto, approfondito, provando a tenere insieme la teoria e la pratica. L’inerbimento dei filari, per esempio, era una pratica quasi mai vista da quelle parti. Lasciare crescere l’erba invece di tagliarla continuamente sembrava una trascuratezza, o almeno qualcosa di difficile da capire per chi aveva sempre lavorato in un altro modo. Ci è voluto tempo, e il tempo è passato anche attraverso le conversazioni con il vicino Mauro, che all’inizio guardava con una certa diffidenza il loro approccio naturale e che negli anni ha cominciato a chiedere consigli, riducendo molto l’uso dei prodotti chimici.
Martina ha anche imparato a vedere in modo diverso il fatto di lavorare in un territorio poco conosciuto. “Per anni mi sono sentita come se fossi né carne né pesce: siamo in un territorio marginale, in mezzo a quattro province, che non ha una forte identità riconosciuta. Oggi, invece, essere un po’ outsider è diventato un motivo di orgoglio e lo trovo interessante”. Non dover rispettare le aspettative di un territorio noto permette di fare vini che non devono somigliare a un modello già stabilito. Quando qualcuno le diceva che il loro Timorasso non era come quello dei Colli Tortonesi, rispondeva: “Meno male. Siamo un altro territorio, c’è un altro clima”.
La frase liquida un equivoco che nel vino ritorna continuamente: l’idea che un luogo debba assomigliare a quello vicino, magari più famoso, per essere preso sul serio. Il confronto può essere utile, naturalmente, ma non se diventa una gara a chi riesce a riprodurre meglio il vino di qualcun altro. La Val Borbera non è una versione imperfetta dei Colli Tortonesi, così come la Valsamoggia non è una zona blasonata che deve ancora arrivare al successo, e la Val d’Arda non è soltanto la terra del vino economico. Sono luoghi diversi, con storie, climi, suoli e possibilità che non hanno bisogno di essere misurate sempre con lo stesso metro. Luoghi che lasciano ampio spazio alla libertà. Per Jacopo “Lavorare in un luogo poco conosciuto ha dei vantaggi per come interpretiamo noi il vino. Non volendo seguire nessuno schema, non essere etichettati o conformarci a qualcosa di scritto da altri, quello che facciamo è assolutamente personale e unico nel suo genere. La libertà che ne deriva, legata a un luogo sconosciuto, è un grande valore aggiunto. Non la vivo e non la vivrei come uno svantaggio. Non c’è bisogno di dimostrare niente agli altri, se non seguire quello che si sente”. Per Gianmarco la grandissima libertà sta anche non essere schiacciati dalle aspettative di un mercato globale o dai paletti di denominazioni omologanti. “Permette di lavorare solo per la valorizzazione del terroir. Il rovescio della medaglia è il pregiudizio: devi costantemente faticare per spiegare che quello piacentino non è solo vino economico da cantinone”.

Una bottiglia viaggia più facilmente di una valle e può far nascere la curiosità di andare a vedere da dove arriva. Ma poi servono strade, servizi, persone che possano restare e un sostegno concreto per chi sceglie di lavorare in questi luoghi. Non basta che qualcuno assaggi un vino e decida di partire alla scoperta della valle, se poi la valle non ha gli strumenti per accoglierlo. E non basta che un giovane voglia tornare a coltivare una vigna, se il sistema continua a remunerare soltanto il volume e non il lavoro che serve per produrre poco, bene e in modo diverso.
Racconta Jacopo: “È difficile diventare un esempio, o volerlo essere. Più che altro, si può essere un incoraggiamento: possiamo essere un esempio nel fare quello che vogliamo, quello in cui crediamo, nello scegliere una strada e seguirla nonostante tutto quello che c’è intorno e tutte le buche che si incontrano. La caratteristica fondamentale della strada della Valsamoggia sono proprio le buche, reali e psicofisiche. Non possiamo sentirci un esempio per chi vuole intraprendere una strada simile alla nostra, se non per il fatto che più siamo, meglio è. Viviamo un’esperienza personale che è anche collettiva: vogliamo essere il numero maggiore possibile. Siamo assolutamente consapevoli che la conservazione del territorio avviene soltanto se c’è un rapporto sano con il territorio. Crediamo di averlo con il luogo che ci circonda, e questo è forse ciò che possiamo cercare di trasmettere: non sfruttare il territorio, ma viverci insieme”.
Martina spera che la Val Borbera possa essere conosciuta da più persone, ma senza perdere la propria selvatichezza, quella natura “sempre dritta in faccia” che fatto innamorare il collettivo della valle. Vorrebbe un turismo lento e attento, non una folla che arriva, consuma il paesaggio e riparte lasciando agli abitanti il compito di gestire tutto il resto. E sa che la scarsa attenzione delle istituzioni, se da un lato rende difficile avviare nuovi progetti, dall’altro può proteggere da speculazioni aggressive, come il progetto di un enorme parco eolico sulle montagne. Non è facile capire dove finisca l’abbandono e dove cominci una forma di protezione involontaria.
E ancora Gianmarco vorrebbe che i Colli Piacentini smettessero di essere considerati una terra minore, capace soltanto di produrre vino da tavola e da grande distribuzione. Gli piacerebbe vedere affermarsi una comunità di vignaioli consapevoli, che possano dare valore al lavoro svolto, senza perdere il carattere schietto delle colline, la quiete, il paesaggio poco addomesticato e quella dignità contadina che resiste lontana dalle mode passeggere. Nessuno dei tre sembra interessato a costruire una versione più presentabile del proprio territorio, a levigarne gli spigoli per renderlo finalmente digeribile.
Un vino, allora, può contribuire a cambiare l’immagine di un territorio?
“Un vino può raccontare un territorio, portarlo in giro e far nascere nelle persone la curiosità di venirlo a conoscere di persona” racconta Martina. “In questi anni abbiamo cercato di parlare molto della Val Borbera, descritta spesso come una zona marginale o addirittura depressa, anche se noi non pensiamo affatto di vivere in un territorio depresso. Vogliamo raccontare questo pezzo di Appennino, dove in realtà succedono moltissime cose e dove si può vivere molto bene, a stretto contatto con la natura. Nel nostro caso, siamo completamente immersi nella natura, ma a un’ora e mezza dalle grandi città”.
Visione non distante da quella di Gianmarco per cui “Il vino è uno dei mezzi più diretti per raccontare la verità di un luogo a chi si trova a centinaia o migliaia di chilometri di distanza. Quando una bottiglia arriva su una tavola in Italia o all’estero, chi la beve entra in contatto con la nostra terra. Ogni scelta fatta tra i filari e in cantina contribuisce a dimostrare che la Val d’Arda e i Colli Piacentini non sono una terra minore, ma un territorio capace di generare vini profondi, longevi e fieri della propria origine”.
E anche a quella di Jacopo, con un altro sapore: “Credo che un vino, e soprattutto le persone che ci sono dietro, possano cambiare un territorio o una valle dal punto di vista agricolo, attraverso la riuscita del prodotto, e suscitare interesse verso un possibile cambiamento, un miglioramento sotto tutti gli aspetti di cui abbiamo parlato prima: una maggiore conservazione dell’ecosistema”. Ma aggiunge: “Non credo che il vino sia il simbolo: credo che siamo noi, le persone che decidono, a essere custodi di un’idea. Credo piuttosto che sia importante raccontarlo agli altri: questa è la cosa più grande che può fare la bottiglia di vino che abbiamo prodotto”.
La Valsamoggia esiste, naturalmente. Così come esistono la Val d’Arda e la Val Borbera. E in queste valli ci sono persone che lavorano perché la storia agricola non si interrompa soltanto perché non è conveniente. Non è detto che i loro vini bastino a cambiare la reputazione di una valle, ma non è nemmeno necessario che tutto in una destinazione da aggiungere alla lista dei posti da visitare.
L’aristocrazia del vino può restare dov’è; nessuno le sta chiedendo di alzarsi. Resta da capire perché continuiamo a scambiare il posto che un territorio occupa nella nostra mappa per il valore che quel territorio ha. Una valle poco conosciuta per il suo vino non è necessariamente una valle poco vocata alla viticoltura. Potrebbe essere solo e purtroppo, una valle rimasta fuori dalla conversazione.
L’8 e il 9 novembre, al Bunker Torino, le storie di Cascina Barbàn, Samodia e Vini Ricorda saranno ad Augusta – la fiera del vino naturale, insieme a quelle di un centinaio di produttori da tutta Europa. Usciranno dalle rispettive valli per incontrare persone che forse non hanno mai sentito nominare i loro territori. Magari qualcuno assaggerà un vino senza sapere da dove arriva, poi chiederà informazioni, cercherà quella bottiglia o deciderà di andare a vedere quel posto. È uno dei modi in cui queste storie possono cominciare a circolare.





