Immagini su concessione del Ministero della cultura, Museo Storico e il Parco del Castello di Miramare. Direzione regionale Musei nazionali Friuli Venezia Giulia.
In copertina: Museo archeologico nazionale di Aquileia – coperchio di botte, inv. 165450 (foto Gianluca Baronchelli)
Quest’anno, il Consorzio Tutela Vini DOC Friuli Aquileia festeggia i suoi cinquant’anni (1976-2026). Noi abbiamo voluto celebrare questa ricorrenza e il percorso svolto evidenziando i nessi profondi che, in un territorio storico com’è quello aquileiese, legano agricoltura e archeologia, gesto agricolo e scoperta archeologica.
Ad Aquileia, le vigne crescono tra blocchi di calcare carsico, di pietra d’Istria e di trachiti dei colli Euganei e delle Prealpi venete. Ma come? Quella di Aquileia non è forse, come ben sintetizza Caterina Previato, una piana alluvionale la cui origine va fatta risalire alla “sedimentazione del trasporto solido del Paleoisonzo/Natisone”? Non sono, quelli di Aquileia, “depositi di sabbie e ghiaie fluviali o limi, con intercalazioni torbose, a testimonianza di antichi alvei o ambienti umidi d’acqua dolce (acquitrini, paludi) talvolta influenzati da apporti salmastri”? Sì. Eppure, ad Aquileia, le vigne crescono davvero tra blocchi di calcare carsico, pietra d’Istria e rocce magmatiche degli Euganei e delle Prealpi venete. Solo, questi blocchi non sono quelli che si potrebbero pensare; essi non appartengono, infatti, al portato della geologia, bensì al lascito della storia: sono i materiali lapidei che, in età Romana, furono impiegati per la costruzione della città di Aquileia e del suo rinomato porto fluviale. Senza allontanarsi troppo dalla realtà dei fatti, è quindi legittimo concludere che, ad Aquileia, le vigne affondano le radici tra i blocchi del suo glorioso passato.
Questa interessante situazione ha fatto sì, di conseguenza, che ad Aquileia i contadini fossero spesso i primi – involontari – archeologi. In luoghi così traboccanti di storia, il coltivare assume necessariamente una valenza archeologica. In questi casi, l’agricoltura diventa uno strumento di recupero della propria identità: là dove c’è un passato sepolto, il semplice gesto agricolo di lavorare un terreno per prepararlo alla coltura diventa un principio di scavo; un modo, seppur fortuito, di riportare all’attenzione del presente, tutto d’un tratto, ciò su cui i nostri piedi hanno camminato ignari per secoli.

Vale la pena di rileggere Leopardi: “[…] mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c’insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; […]”. Questo rinfaccia il personaggio dell’Islandese alla Natura nelle Operette morali. Pensando alla terra oggi, e al nostro rapporto con essa, ci sentiamo di ribaltare questo pensiero. A ben vedere, è per la terra che non vi è pace. Con l’aratura, una parte di essa viene sistematicamente staccata dal terreno e brutalmente compattata in infertili – oltreché inospitali – zolle. Ma nemmeno per queste zolle vi è requie; il loro sonno è, ogni volta, di brevissima durata. Fanno appena in tempo ad assopirsi, che subito sono ridestate dalla febbrile attività dell’uomo: per ottenerne qualcosa, queste saranno, presto, di nuovo sminuzzate con passaggi e passaggi di erpice rotante. È l’uomo, allora, ad essere l’offensore: noi i disturbatori, noi gli importuni – e la terra ad essere assediata.
Una domanda sorge: nei confronti della terra, l’uomo si è sempre comportato così?
“Agricoltura” viene da ăger, agri e cŏlĕre: “coltivare i campi”. Sarebbe forse eterno l’ordine dei campi? Certamente no. Un autore che amiamo moltissimo, René Dumont, prende questa questione di petto: “La maggior parte della storia dell’umanità si è svolta senza agricoltura, dunque senza campi; ed alcune popolazioni, chiamate un po’ frettolosamente primitive, sanno ancor oggi farne a meno”; tanto che Dumont non esita a concludere che l’agricoltura rappresenta sostanzialmente “una maledizione per l’umanità, costretta ad un duro lavoro da quello che è il vero peccato originale, la sua moltiplicazione eccessiva, per cui è stata cacciata dai paradisi terrestri della raccolta e della pastorizia: ‘Ti guadagnerai il pane col sudore della fronte!’”.
Possibile, però, che l’agricoltura abbia quindi una valenza puramente negativa? Ovviamente no. C’è un aspetto interessante del coltivare i campi che desideriamo mostrare: scassando, scuotendo la terra, delle cose si riaffacciano. Tra le zolle mostrano il capo, di volta in volta, un’anfora, un vaso per bere, ogni tipo di vasellame da mensa. Quello Romano – è noto – era un mondo che amava stare a tavola; e Aquileia – una delle sue città più floride in ragione del fondamentale ruolo commerciale – serba tracce importanti di questa passione Romana per lo squisito e per il conviviale. Nelle Naturales Quaestiones, Seneca scrive che: “I pesci nuotano tra i letti tricliniari e si possono catturare addirittura sotto le tavole per imbandirli subito sulla tavola stessa: poco fresca sembra la triglia se non muore in mano ad un commensale”. Se Seneca avesse scritto queste righe mentre si trovava ad Aquileia, probabilmente gli sarebbero state ispirate dal tessellato lapideo che ornava il pavimento della dŏmŭs detta di Licurgo e Ambrosia: questa ricca dŏmŭs dei quartieri settentrionali presentava, infatti, per terra, un vero e proprio menù illustrato di molti dei pesci e molluschi di cui il vicino mare poteva rifornire i fortunati commensali in occasione dei frequenti banchetti.

Tra le zolle, riaffiorano, però, anche oggetti più curiosi. Strumenti di scrittura, per esempio: ancora intrisi di fatica, di studio. Dovevano ormai servire un altro mondo, in un altro modo, dopo tanto imparare: ad Aquileia, ne furono trovati accanto ad una salma; se ne è dedotto che era un maschio greco – uno schiavo, naturalmente –, dal momento che erano loro che svolgevano l’attività di maestri. Riemergono sepolture. Già, perché se la tomba è la terra, non c’è oblio possibile, dal momento che l’uomo la rimesta in continuazione. Prima o poi, il sepolto è destinato ad essere dissotterrato, con tutte le cose che gli erano state date appresso dai vivi prima di seppellirlo.
Per questo Temujin – meglio conosciuto con il titolo onorifico di Genghiz Khan – fu sepolto lontanissimo dai campi coltivati, in un luogo dove l’agricoltura non potesse arrivare: giacché non si doveva conoscere il luogo dove sarebbe stato inumato. Così, coloro che facevano parte del corteo funerario cavalcarono nascostamente e – pare – sterminarono ogni cosa che, sul loro passaggio, potesse rappresentare un testimone; compresi, alla fine, loro stessi. Lo sterminio dovette assumere proporzioni terrificanti, dato che Temujin morì a oltre milleseicento chilometri di distanza da dove si pensa possa esser stato seppellito: da defunto, il Khan non era meno minaccioso che da vivo.
Ma perché c’è bisogno di scavare? Perché, nel mondo antico, si seppelliva di tutto.
Oggetti di ogni sorta che si riteneva potessero ancora servire al defunto nell’aldilà, o dovessero continuare a rispecchiarne lo status o, ancora, ricordarne i talenti di cui aveva fatto sfoggio in vita. Si seppellivano perfino i fulmini là dove cadevano, con tutto ciò che stava intorno. Quando questa si abbatteva contro qualcosa, si procedeva a interrare la saetta insieme alle cose che aveva colpito. Era, quello che descriviamo, il rito della sepoltura della folgore: fulgur condĭtum. Il fulmine veniva quindi nascosto, e con esso, talvolta, interi edifici e tutte le suppellettili che questi contenevano. In superficie, il perimetro veniva recintato e lo spazio dichiarato sacro – dunque, tendenzialmente, proibito.


Da questo si intuisce che, talvolta, finire seppelliti è una fortuna – unica garanzia di un futuro ritrovamento. Difatti, ciò che non è occultato alla vista di chi si muove rapace in superficie è, di frequente, depredato, smembrato e, sovente, traslato in un altro luogo. La terra conserva, occultandolo, ciò che, altrimenti, una volta trafugato, sarebbe stato destinato ad un altro uso, scopo o luogo. Le città stesse vengono montate e smontate. Eventualmente, rimontate altrove. Nel primo caso, anche il più strabiliante edificio del passato, una volta disassemblato, torna ad essere, di nuovo, semplice materiale da costruzione. Quanto al secondo caso – oggi sono a Berlino, in un museo; ma l’altare di Pergamo, il mercato di Mileto e la porta di Babilonia dedicata a Ishtar, prima di essere traslocati, si trovavano tutti nei luoghi di cui portano ancora il nome.
Spesso, ciò che la terra ricopre diventa superstite. Vale la pena tornare a Leopardi: “Mentre stavano in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall’inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quell’Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che l’Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui disseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa”.
Anche il sopravvivere dell’Islandese è dipeso, nella seconda ipotesi, dal fatto di trovarsi sotto, protetto grazie a qualcosa che lo cela. Curioso strabismo linguistico: sia nel caso della parola “superstite” (super + stāre: stare sopra) che nel caso del verbo “sopravvivere” (supra + vivĕre: vivere sopra), la lingua ci spinge a guardare sopra, laddove bisognerebbe guardare sotto. E se da un lato è vero che l’uomo è capace di bramare anche ciò che a occhio nudo non necessariamente si vede, dall’altro è altrettanto vero che non si può concupire ciò di cui si ignora l’esistenza. Per una volta, quindi, ciò che è sommerso, è salvato – e si è salvato solo in virtù del fatto che è stato sommerso: presenza dissimulata. La terra, togliendo le cose alla disponibilità immediata degli uomini, le preserva, le mantiene intatte.


E qui torniamo al gesto agricolo, gesto prodromico ad ogni forma di archeologia: smuovere la terra, spostarla; e, così facendo, riportare alla luce. L’agricoltura setaccia la terra e con essa, involontariamente, la memoria del passato che questa custodisce nel suo grembo oblioso. La frenetica attività dell’uomo, il suo rivangare continuamente la terra, senza posa riporta in superficie ciò che stava sotto: immemore; e, per questo, protetto.
Possiamo quindi avanzare questa ipotesi: che l’agricoltura sia una delle espressioni dell’inquietudine; e che ad essa vadano assegnati due significati distinti, inscindibili l’uno dall’altro.
Il primo, è quello che vede gli uomini incapaci di stare fermi: l’agricoltura come forma di impazienza. Il secondo, invece, assegna all’agricoltura il valore della solerzia, rendendola, così, una manifestazione della curiosità umana.
Certo, è innegabile che l’inquietudine umana assilli e assedi la terra; ma è pur sempre vero che questa inquietudine che assilla e assedia, rivoltando e scuotendo, fa progredire gli uomini nel loro percorso di ricerca e di comprensione. L’inquietudine assume allora un carattere esplorativo: diviene stimolo alla ricerca e (pre)condizione di ogni comprensione. Allora, spesso, anche l’umida lucentezza della zolla appena rimestata, afferrata dal ventre della terra, sottratta al suo segreto sotterraneo è, per noi, specchio; e, in lei, continuamente vediamo riflessa quella parte di noi che, inquieta, anela a scorgere un senso da affidare al tempo che stiamo trascorrendo.





