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cucina elettronica
Dentro la Taverna Futurista
Un pranzo al Kappa FuturFestival e un progetto contemporaneo in cui alta cucina, vino e musica elettronica trovano un linguaggio comune
Testo di
Giulia De Sanctis
Foto di
Mattia De Nardis
Dentro la Taverna Futurista
7 minuti

Dal tavolo si vede tutto. Fuori, il Parco Dora (Torino) è in movimento. C’è chi si orienta tra i palchi, chi ritrova gli amici prima di immergersi nella musica. Dentro la Taverna Futurista, invece, il ritmo cambia. I calici iniziano a riempirsi, il servizio prende il suo tempo e, per qualche ora, il festival sembra rallentare.

La sensazione, durante il pranzo, è quella di trovarsi dentro un acquario. Non perché lo spazio sia separato dal resto del Kappa FuturFestival, ma per il modo in cui dialoga con ciò che accade all’esterno. Dalle grandi vetrate il festival di musica elettronica (uno dei più importanti festival di musica elettronica e arti digitali d’Europa, alla sua tredicesima edizione) continua a scorrere davanti agli occhi; dall’altra parte, i vetri fumé restituiscono quasi un effetto specchio. C’è chi si ferma a osservare il proprio riflesso e chi prova a intuire che cosa stia succedendo all’interno, senza distinguere davvero le persone sedute ai tavoli.

Anche i tavoli raccontano la stessa idea di apertura. Non esistono gruppi omogenei o tavolate costruite. Ci si siede accanto a perfetti sconosciuti e, quasi senza accorgersene, si finisce per condividere impressioni sui piatti, concerti da non perdere o viaggi fatti per arrivare fino a Torino. Allo stesso tavolo siedono un programmatore informatico arrivato soprattutto per la musica elettronica, ragazzi americani che hanno costruito una vacanza intorno al Kappa FuturFestival, appassionati di gastronomia e semplici curiosi. Dopo pochi minuti, le distanze si accorciano.

Dal 3 al 5 luglio 2026 il Kappa FuturFestival ha ospitato, per la prima volta, un ristorante d’autore pensato come parte integrante della manifestazione. A guidare il progetto sono Paolo Vizzari (narratore gastronomico) e Jacopo Dosio (sommelier del ristorante Piazza Duomo ad Alba, tre stelle Michelin), insieme ad alcuni tra i protagonisti della ristorazione italiana contemporanea – Enrico Crippa, Francesco Brutto, Davide Di Fabio, Tiziana Francoforte e Dennis Panzeri – chiamati a confrontarsi con una domanda tanto semplice quanto insolita: può il fine dining uscire dal ristorante senza perdere la propria identità?

Il nome scelto, Taverna Futurista, rimanda inevitabilmente a una delle esperienze più radicali della gastronomia italiana. Ma basta ascoltare le parole di Paolo Vizzari, poco prima dell’inizio del pranzo, per capire che la direzione è un’altra.

“La cucina futurista era libertà, sperimentazione e anarchia creativa. Noi non vogliamo imitare quello che hanno fatto, ma trovare una sorta di evoluzione che possa avere posto nei giorni nostri”.

L’idea della Taverna Futurista prende forma durante una cena tra Maurizio Vitale, Gigi Mazzoleni e Gianluca Brignone – organizzatori del Kappa FuturFestival – e Paolo Vizzari con Jacopo Dosio. A convincere questi ultimi non è soltanto l’idea, ma anche il modo in cui il progetto viene affidato loro: “Ci hanno detto semplicemente: Avete questo spazio, fatene quello che volete” racconta Vizzari.

Una libertà che ha permesso al progetto di nascere senza un format precostituito e senza l’obbligo di adattarsi a modelli già esistenti. Solo più tardi, durante le vacanze estive, Dosio trova il tassello che dà una direzione precisa a quell’intuizione. Ripensando a un libro di Fulvio Piccinino dedicato alla miscelazione futurista, torna con la memoria alla Taverna Santopalato di Filippo Tommaso Marinetti.

Per capire il senso di quel riferimento bisogna tornare al 1931, quando Marinetti e Fillia inaugurano a Torino la Taverna Santopalato. Più che un ristorante diventa un laboratorio in cui cucina, arte e performance convivono: dai piatti ai movimenti dei camerieri, ogni elemento è pensato per rompere le convenzioni della tavola. A colpire Dosio, però, non furono le ricette, ma il metodo:

“Alla Taverna Santopalato si sperimentavano cose che oggi ci sembrano assolutamente normali; l’importanza dell’impiattamento, il valore estetico del cibo, il coinvolgimento del tatto durante l’esperienza gastronomica, persino quella che oggi chiameremmo cucina da mangiare con le mani”.

Quella stessa idea di sperimentazione accompagna anche il piccolo manifesto consegnato agli ospiti prima del pranzo: una raccolta di brevi affermazioni che definiscono il carattere della Taverna: “Non celebriamo il passato come un museo. Lo trattiamo come un campione da remixare”, si legge nelle prime righe. Poco più avanti un’altra frase completa il senso dell’iniziativa: “Il futuro non distrugge la tradizione. La mette sotto pressione per vedere cosa succede”.

Ma è soltanto quando iniziano ad arrivare i piatti che tutta la teoria ascoltata fino a quel momento smette di essere un discorso e diventa esperienza. Per il pranzo inaugurale la cucina è stata affidata a Davide Di Fabio, chef di Dalla Gioconda a Gabicce Monte, nelle Marche. È lui a tradurre per primo l’idea della Taverna Futurista in un percorso gastronomico. Racconta:

“Nel mondo della musica e in quello della cucina ci sono tantissime cose uguali. Mi piace molto mescolarla con le altre forme artistiche. Non ho mai visto questi mondi come separati”.

Un legame che, nel suo caso, nasce molto prima della Taverna Futurista. Dopo essersi avvicinato alla cucina fin da bambino, Di Fabio scopre la musica house e inizia a frequentare i club con la stessa curiosità con cui osservava una brigata al lavoro. “Mi piaceva stare vicino alla console per capire come si costruisce un suono, come nasce un’atmosfera”.

La prima immagine che rimane impressa del pranzo, però, non è un piatto. È una zuppiera di pasta e pesci dell’Adriatico che arriva al tavolo nelle mani dello chef, che serve personalmente ogni commensale. È un gesto semplice che richiama l’ospitalità delle antiche taverne e delle foresterie, quando il viaggiatore trovava ristoro davanti a un piatto caldo versato direttamente da chi lo accoglieva. Un dettaglio che racconta bene la filosofia della Taverna Futurista: alleggerire il linguaggio dell’alta cucina senza rinunciare alla cura.

Anche il resto del servizio segue la stessa direzione. È curato, ma rilassato. I tempi rimangono distesi, il personale accompagna il pranzo con discrezione e l’atmosfera invita naturalmente alla conversazione. Nessuno ha fretta di liberare il tavolo, così come nessuno sente il bisogno di trasformare ogni portata in una liturgia.

Tra i piatti, quello che colpisce maggiormente è il Morone con glassa di miso e peperoncino, limone bergamotto e origano. È una preparazione che gioca sull’equilibrio più che sul contrasto: il pesce rimane protagonista, mentre gli altri elementi ne accompagnano la progressione gustativa senza mai coprirne la delicatezza.

Il percorso si chiude con la Neola alla Suzette, rilettura di un dolce tipico della tradizione abruzzese. L’impasto della Neola accoglie una crema pasticcera profumata allo zest d’arancia, mentre la salsa riprende quella della classica Crêpe Suzette, arricchita però da un fondo d’anatra. L’idea può inizialmente lasciare perplessi, ma è proprio all’assaggio che quell’accostamento trova il suo equilibrio, cambiando completamente la percezione del dessert.

È forse questa la cifra più convincente del pranzo. I piatti non inseguono la provocazione, né sembrano voler dimostrare qualcosa. Piuttosto, traducono in cucina quello stesso dialogo tra linguaggi diversi di cui Vizzari e Dosio avevano parlato nelle ore precedenti. Il risultato è un’esperienza che riesce a tenere insieme ricerca gastronomica e convivialità senza chiedere al pubblico di scegliere tra le due.

A questo punto, però, la domanda sorge spontanea: i riferimenti alla cucina futurista e alla Taverna Santopalato sono davvero qualcosa di più di un nome?

Il rischio di un progetto come questo era evidente fin dall’inizio: limitarsi a giocare con un riferimento così ingombrante o trasformare il Futurismo in un’operazione nostalgica.

Il richiamo esiste, ma si ferma quasi al nome. Ciò che viene recuperato non sono le ricette né le provocazioni degli anni Trenta, bensì quella libertà di sperimentare che aveva caratterizzato la cucina futurista. Del resto, storia dell’arte e letteratura sono ricche di riletture, contaminazioni e continui rimandi. Anche le avanguardie, prima di diventare tali, hanno dialogato con ciò che le aveva precedute.

La Taverna Futurista non ha provato quindi a ricostruire il passato, ma a chiedersi quale forma potrebbe assumere oggi quello stesso desiderio di mettere in relazione linguaggi diversi. Lo ha fatto attraverso una tavola condivisa, un festival di musica elettronica, una proposta gastronomica contemporanea che rinuncia alla ritualità e alla rigidità e un pubblico che, almeno per qualche ora, sembra aver dimenticato le etichette.

Forse è proprio questo il risultato più interessante del progetto: dimostrare che il valore di un riferimento non sta nella sua imitazione, ma nella capacità di generare qualcosa di nuovo. Anche quando prende forma in un contesto che, almeno sulla carta, sembrava il meno adatto a ospitarlo.

E lasciateli divertire.


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