Mini-storia
Vignaioli di montagna
Un vino così rende la Pietraviva
Due amici e un’idea di vino libera dalle convenzioni sull’Appennino reggiano
Testo di
Elisa Teneggi
Foto cortesia
Un vino così rende la Pietraviva
8 minuti

“Quello che vogliamo fare, alla fine, è un’agricoltura più pulita e sostenibile, e portare lo stesso valore anche in cantina. Essere genuini e generosi, usando le minori correzioni possibili. Un vino fatto bene insomma. Che poi non vuol dire niente eh, però…”.

In quel però, alla fine, rimane tutto. Tutto l’intento di due circa trentenni, Niccolò Venturini e Francesco Romei, che si sono messi in squadra per cominciare a produrre vino sull’Appennino di Reggio Emilia, proprio sotto alla Pietra di Bismantova, a Castelnovo Ne’ Monti. Tra il 2016 e il 2019 hanno frequentato insieme la Triennale dell’Università di Scienza Gastronomiche a Pollenzo (CN). Uno di montagna, l’altro pianzano, come si dice a Reggio, nato e cresciuto in pianura e a Ferrara. Anche se ormai anche Venturini abita sulle colline della provincia “giusta”. Insieme sono diventati Agricola Pietraviva, proprio in omaggio alla Bismantova ma, viene da credere, pure a indicare lo sforzo pieno di senso in cui si sono imbarcati: essere vignaioli in un punto di mondo che aveva sempre visto le vigne coltivate sul retro di casa a uso e consumo del contadino; e che incontra i primi veri filari a circa trenta minuti in auto verso la pianura. “Nel 2022 abbiamo fatto un po’ di prove con l’uva comprata da altri contadini. Nel 2023, invece, abbiamo cominciato a imbottigliare con la nostre vigne”.

Quando però i ragazzi dicono così, non bisogna pensare a una famiglia con uno stock di vigneto pregresso, pronta a consegnare la messa in opera ai due giovani. È vero, i Romei avevano circa un ettaro e mezzo coltivato a prato per la produzione di Parmigiano Reggiano – “la maggior parte delle coltivazioni qui sono indirizzate alla filiera del Parmigiano” ; ed è vero che il padre di Venturini ha avuto, fino circa a quindici anni fa, un’azienda agricola con produzione propria di vino, e pure ben conosciuta, la Venturini Baldini. Per iniziare, però, è ben poca cosa. Francesco e Niccolò non possono dirsi figli d’arte in nessun modo. Al massimo d’anima, e di maestre e maestri disparati.

Si comincia proprio all’Università, dove l’allora Professore, e oggi Rettore, Nicola Perullo li fa innamorare di un’idea, e di una pratica, alternativa rispetto al mondo del vino delle regole, degli aromi catalogati, delle degustazioni ingessate.

“Ci ha trasmesso il vino come prodotto orientato al consumatore finale, come di un qualcosa di cui godere, che fosse veicolo per qualcos’altro. E nel nostro percorso abbiamo conosciuto persone e produttori appassionati prima di tutto, che ti trasmettevano un fuoco”.

In fondo, mi racconta Francesco, si sarebbe innanzitutto immaginato che il suo percorso gastronomico l’avrebbe portato a intercettare la rotta di un’organizzazione, di un qualche policy maker. Magari della FAO, o della stessa Slow Food. “Volevo cambiare il mondo con il cibo, anche se sicuramente è una frase romantica”. Si capisce bene l’impatto che “un diverso possibile” abbia avuto sui due.

Che ancora, al momento, hanno entrambi un lavoro parallelo e uno “principale”. Ma quindi che cosa hanno dovuto fare, Venturini e Romei, per posare la prima Pietraviva? “Il nostro inizio è di fatto ancora in atto. Per il semplice motivo che abbiamo piantato le vigne quando abbiamo iniziato, ma si parla di quattro anni per una messa a regime di produzione. Quindi vedremo i primi risultati l’anno prossimo. Nel frattempo, abbiamo lavorato prima con uva acquistata da altri, e poi abbiamo preso in affitto qualche altre vigna sparuta e un altro appezzamento di terreno a Canossa, in alta collina”.

Non solo: anche la strumentazione era da costruire da zero. “Molte attrezzature le abbiamo comprate di seconda mano. E infatti purtroppo quest’anno c’è stato un grande problema, che ha rischiato di metterci a repentaglio, per un difetto di riparazione occulto in una cisterna che avevamo acquistato usata”. Una sfortunaccia fatta e finita, che può capitare a chiunque, ma che a Pietraviva è dovuta succedere proprio al principio: a giugno 2026, la suddetta cisterna si rompe, sollecitata dalla pressione e dal caldo. Il risultato è la perdita di 1200 litri di vino della vendemmia 2025, 1600 bottiglie, circa un terzo della produzione totale dell’azienda agricola – che ha cominciato il primo anno con 2000 “capi”, per arrivare alla vendemmia di quest’anno con 8000-9000 bottiglie previste. “Lì abbiamo rischiato di fermarci. Ma qui è arrivata la comunità, soprattutto montana, che ci sta attorno. E che ci ha fatto capire che non potevamo assolutamente mollare”.

I ragazzi decidono dunque di aprire un crowdfunding su GoFundMe (attualmente ancora attivo): tetto di 15.000 euro, una parte per coprire l’acquisto di una nuova cisterna, un’altra per tamponare le perdite economiche di bottiglie che proprio a ottobre 2026 avrebbero dovuto essere immesse sul mercato. “Abbiamo avuto un sostegno incredibile. Siamo riusciti a rientrare dei costi dell’una e dell’altra”.

C’entra anche, dicevamo, il contesto.

Bisogna uscire per rientrare, a volte, oppure rimanere uscendo spesso per non rischiare di credere che tutto quello che si vede sia tutto quello che c’è.

Fatto questo, si rimane con ciò che conta di un territorio: “La comunità montana è fantastica, da altre parti non si trova. Già tante persone ci avevano aiutato nel lavoro in vigna degli inizi, poi c’è stato un sostegno davvero straordinario”. Lo dice Francesco ma lo dice anche Niccolò, da foresto. In un momento in cui molto si parla di Appennino, certo, come se fosse un trend, ma anche sicuramente in cui l’Appennino effettivamente sta facendo smuovere ben più di una riflessione (si pensi solo, a poca distanza, alla nuova apertura di Alessandro Belli ed Elisa Migliari, Ca’ Barambon), il cuore immutato della questione è questo. Non perché il piccolo sia intrinsecamente meglio del grande; non perché il remoto sia di per sé più desiderabile del comodo e centrale. Ma perché una scelta, quando è vissuta e sentita, genera positività attorno. E pure una terra abituata a tenere una vigna sparuta per sé invece che mettersela in comune, può fare capannello attorno a chi apporta valore alla propria comunità. Tanto quello, e la bellezza, si riconoscono sempre: su questo è bene non ingannarsi.

L’espressione naturalmente non si ferma al solo carattere o ideale, per Pietraviva, ma si ritrova nella bottiglia del vino. Oggi l’azienda fa uscire cinque etichette: Costarella (Spergola 75%, Malvasia di Candia 25%), Intàr (Rosso rifermentato da Lambrusco 80% e uva tosca 20%), Allinsù (bianco rifermentato da Spergola 75% e Malvasia di Candia 25%), La Bismantova (bianco fermo da Spergola 50%, Malvasia di Candia 30%, Trebbiano Modenese 20%), Arsura (bianco rifermentato da Spergola 100%).

“La nostra zona è vocata al frizzante rifermentato, anzi è bello vedere che anche andando in giro ormai ci riconoscono per il Lambrusco, noi emiliani, ma la verità è che gli anziani di qui hanno sempre bevuto vino fermo, e toscano (il crinale è appena più in là lungo i monti, nda). Quindi facciamo certo rifermentati, ma non vogliamo limitarci. Anzi, vogliamo proprio essere creativi, e puntare su vitigni come la Spergola, la principale per vocazione su questo territorio, e altre uve diciamo dimenticate, come l’uva tosca”. La quale, a ogni modo, era già annotata da Veronelli, che la riconosceva come Uva de’ Monte. “È una varietà che storicamente appartiene alla montagna perché riesce comunque a maturarci. Tecnicamente ha una bella acidità e fornisce un colore rosso-rosa, non molto intenso, anzi alcuni acini in maturazione rimangono comunque verdi. Ci facevano il vino per casa. Noi ora la vogliamo riscoprire in un nuovo modo”. Per l’Intàr invece per esempio, il Lambrusco, usano varietà Marani e Maestri, “ma abbiamo piantato anche un Barghi”, che riusciranno a inserire più avanti.

Chiedo a Francesco e Niccolò, a questo punto, che cosa si muova nel vino. “Quasi nulla, anche se dobbiamo essere sinceri e dire che, per un’azienda delle nostre dimensioni e con le nostre bottiglie, al massimo abbiamo il problema inverso, cioè che finiamo troppo presto le bottiglie”. C’è preoccupazione, ma anche energia e speranza: “Proponiamo un vino che viene da un territorio inedito, e attraverso il vino riusciamo a parlare del territorio. Però non si può far finta che il settore stia bene. Devo dire che puntare sulla montagna è vincente anche da questo punto di vista, cioè la sostenibilità della produzione a tutto tondo. Per chi lavora in vigna, ma pure per le piante”.

Tutto questo, distillando, si riassume in un atteggiamento d’osservazione: verso l’ecosistema in cui ci si inserisce; verso il sottosuolo, verso i fenomeni atmosferici; verso il comportamento delle piante… natura alla ricerca d’autore. “Ma anche in cantina, perché sempre di cose vive si tratta. Quindi decidiamo di intervenire solo laddove serva, nel rispetto della vita”. Trattamenti con zolfo e rame sì, altri aggeggi chimici, no. Sovesci e tecniche gentili per l’attivazione delle fertilità del suolo. Un’agricoltura più pulita e pensata. “Un vino accessibile e libero, sia come beva che come modalità di approccio e di retorica”.

Poi si porrà davvero il problema di che vini fare, quando saremo a regime, concludono iperbolicamente i ragazzi. Che, a ogni modo, i loro vini belli e curati li stanno già facendo. Fatti proprio per bene da ogni punto di vista.


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