Mini-storia
Caffè delle generazioni
Vollpension, l’ageismo si taglia con un coltello da torta
Il progetto di inclusione sociale che assume persone con più di 60 anni
Vollpension, l’ageismo si taglia con un coltello da torta
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Per sconfiggere l’ageismo non servono (tanto) campagne pubblicitarie, ma azioni concrete. A cominciare dal settore del lavoro e, perché no, da quello della ristorazione. Negli anni (non sospetti, a dire il vero) in cui la coscienza sociale si è amplificata sui temi delle marginalità – e qualcuno si ostina a chiamarlo wokeismo un locale di Vienna propone di ripartire da una presa di posizione sulla realtà: aprendo un caffè, e assumendo persone con più di 60 anni; pensionati, che compongono il 50% dello staff di Vollpension, due sedi nella capitale austriaca (Johannesgasse 4A, Schleifmühlgasse 16, nel cuore centrale e in uno dei quartieri più trendy della città, rispettivamente).

Vollpension è un nome intortato su sé stesso. Alle orecchie di un madrelingua tedesco, vorrà immediatamente dire pensione completa. Ma, procedendo nei campi semantici assonanti, si dipinge un quadro che proprio di quella fetta di impiegati senior parla. E che, allo stesso tempo, tratteggia senza sforzo il décor dei locali: arredati secondo il gusto del salotto di nonna, eccessivamente kitsch e calorosi.

Sachertorte, Strudel, Mohnschnitte (tranci di torta al papavero), Topfenstrudel (strudel di ricotta), Bananenschnitte (torta alle banane): il menu cambia ogni giorno, perché, come dalla nonna, mica si può avere sempre voglia di cucinare la stessa cosa, per questa schiera allargata di nipoti – che qui chiamano clienti.

“Le ricette sono dei nostri dipendenti più anziani, le stesse che preparerebbero a casa. E ogni giorno, a inizio servizio, decidono cosa si servirà quel giorno”.

Raggiungo i ragazzi di Vollpension (e intendo i fondatori, Mike Lanner e Moriz Piffl), dopo una visita sul posto in un viaggio viennese, per farmi raccontare meglio. Perché quello che potrebbe essere l’ennesima hipsterata clamorosa – di nonne che cucinano a favor di telecamera dei nipoti è pieno il Grande Social –, nostalgia senza sostanza, è invece un progetto di inclusione sociale nato dal più schietto dei desideri. “Nel 2012 eravamo seduti in uno dei tanti caffè di Vienna, a mangiare una fetta di torta stopposa. D’istinto, siamo tornati con i ricordi alle torte che ci preparavano le nostre nonne, e ci è venuta l’idea che sarebbe diventata Vollpension”.

Prima, però, c’è stata la partecipazione al bando di Social Design della Vienna Design Week, e l’apertura di un pop-up nel settembre dello stesso anno. Dopo un periodo in tour attraverso l’Austria, nel 2015 Vollpension apre ufficialmente le porte del primo locale. Nel 2019, arriva la seconda sede.

“Ci definiamo Generationencafé” – una cosa che in italiano suona come caffè delle generazioni – “e siamo un progetto di inclusione sociale”.

Piuttosto brillante, se mi permettete il commento. Perché si sa, Vienna è la città dei caffè, e perché la cultura storica della bevuta collettiva (con snack dolce, evidentemente) della bevanda nera come una notte senza luna (grazie David Lynch per la cit.) è stata inserita nel Patrimonio Immateriale dell’UNESCO nel 2011. Sfruttare la bonanza per aprire l’ennesima attività puramente a scopo di lucro sarebbe stato fin troppo semplice. “Sai, quando si tratta di cultura immateriale da proteggere, evidentemente si parla di una sensazione, di un atteggiamento, nel caso dei caffè viennesi anche di una lentezza. È esattamente da lì che partiamo noi. Non siamo né imperiali né hipster: da noi il caffè è la cornice per l’incontro. Invece di tavolini di marmo e fredde sedie Thonet, chi viene da noi si accomoda nel soggiorno della nonna, su morbide poltrone imbottite, tra foto di famiglia” – e gatti, aggiungo io, tanti gatti. “Invece del cliché del poeta solitario, i nostri tavoli, che possono ospitare anche più gruppi di commensali, sono un invito all’incontro. Ci vediamo quindi come un’interpretazione della cultura del caffè viennese, o come la cultura del caffè viennese 2.0”.

C’è anche un altro, semplice principio di partenza. Per quanto preparare dolci per i propri nipoti (quando se ne hanno) sia un’attività appagante, un anziano che sforna torte a casa, magari in solitudine, non vince la solitudine e non intesse una rete sociale. Se, invece, impasta e mescola in una struttura organizzata, insieme ad altre persone sue pari (e non solo), si creano legami e si genera valore invisibile, oltre a quello economico e tangibile. Come ha sottolineato l’ultimo Rapporto Censis sulle fragilità dei longevi in Italia – Invecchiare nell’Italia della longevità. Come costruire un Paese a misura di anziani – la solitudine non è un’arma retorica per le fasce più anziane della popolazione: il 62,3% degli intervistati ha dichiarato di sentirsi solo, a volte. Quasi il 9% dichiara di provare solitudine molto spesso, mentre il 29,5% dichiara di vivere da solo.

“Attualmente diamo lavoro a 65 senior in totale, suddivisi tra sala e cucina. Chi lavora in cucina ha turni di 5 ore, chi lavora in sala può arrivare anche a 8 ore. Si tratta comunque di orari negoziati con il dipendente: se una persona desidera lavorare meno ore perché, soprattutto fisicamente, non se la sente più, siamo ben felici di venirle incontro”. In media, questa occupazione flessibile porta tra i 400 e i 500 euro in più, al mese, nel reddito degli ultrasessantenni di Vollpension. E, in media, un senior rimane in servizio a Vollpension per 4 anni, “ma c’è chi è rimasto con noi anche per 10 anni”.

Mi viene la curiosità: ma quindi, se avessi più di 60 anni e vivessi a Vienna, potrei imbattermi in un’offerta di lavoro su LinkedIn, per lavorare a Vollpension?

Del social network per professionisti non so bene, ma dall’Austria mi spiegano che sì, in effetti il loro processo di recruiting comincia in maniera digitale. “La nostra quotidianità lavorativa si basa sull’online, anche solo quando si tratta di prendere un ordine. Ma ci sono più Senior smart con la tecnologia di quanto si pensi. Avere già lavorato nella ristorazione è un punto a favore, ma non è assolutamente un requisito. Dopo un primo passo online, ci incontriamo di persona e organizziamo una prova nei nostri caffè. Se tutto va bene, parleremo poi del nostro futuro insieme”.

Parlare di futuro. Mi chiedo quanta gioia subcutanea possa infondere, sentir nominare questa parola non in relazione a esami medici, soprattutto dopo la famosa “certa età” – anche se, be’, bisognerebbe mettersi d’accordo anche su quale sia, la soglia della vecchiaia, e certamente non sono i 60 anni; sempre secondo il rapporto Censis, gli over65 avrebbero dichiarato che l’anzianità cominci verso i 76,7 anni. Forse l’ageismo è solo un nome che abbiamo dato al fallimento collettivo verso il farsi venire le rughe e procedere a passo sicuro nella propria vita. E l’azione che lo contrasta è quella che viene declinata al collettivo, e che non scarica sul singolo, invariabilmente, la responsabilità di “darsi un senso”.

È una storia molto austriaca, che questa costruzione di significato al plurale cominci dietro una generosa dose di panna montata e una fetta di torta al cioccolato. Perché sì, come ci si potrebbe aspettare le porzioni sono decisamente morbide, visita in famiglia domenicale. Ma sono pure buone, ed è anche questo che conta.

“C’è una sensazione che ritorna spesso nel feedback dei nostri ospiti, e ha a che fare con il momento in cui smettono di essere clienti e si sentono a casa. Ha a che fare con quello che serviamo naturalmente, ma anche con le persone che ti seguono, al bancone e in sala”.

Il risultato è tangibile anche nell’immateriale: da Vollpension raccontano che, secondo un sondaggio che hanno condotto nel 2025, l’88% di 660 intervistati, loro clienti, dichiarava di aver guardato l’anzianità con un occhio diverso, durante e dopo la loro visita al caffè. Se questo non è sconfiggere l’ageismo. Speriamo di poterci ispirare anche dalle nostre parti.

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