Mini-storia
qui si mangia
Il punto sui content creator di cibo, con Quisitaffia
Tre amici bolognesi, una passione condivisa e un’idea di autenticità che resiste alle logiche del mercato
Testo di
Elisa Teneggi
Foto cortesia
Il punto sui content creator di cibo, con Quisitaffia
9 minuti

Sono bolognesi, sono tre amici, si conoscono letteralmente da sempre, ovvero dalle culle del Sant’Orsola e dai pianerottoli di uno stesso palazzo. Sono Alex Martini, Filippo Bigalli e Gianmarco Grazia e il loro progetto Quisitaffia (con i suoi consigli su dove dirigersi a mangiare) sta fornendo un punto di riferimento importante (e trasparente) nel panorama dei content creator di cibo – o, come si dice in gergo tecnico, di food.

L’anno è il 2019: appena prima del Covid-19, le gallery del telefono dei tre fanno rendere loro conto della comune passione per il ben mangiare. L’attimo storico è propizio e come sempre fuggente, quindi ecco l’idea: cominciare qualcosa di loro. Incanalare una passione informale in comunicazione. Cominciano su Instagram, poi arriverà YouTube. Le regole sono ancora semplici, il 2020 darà il giro di vite sugli algoritmi e la nuova era “video” delle piattaforme social. Durante la pausa pandemica, telefonano ai ristoranti e chiedono alcune ricette da pubblicare, stellate e non. Alex, Filippo e Gianmarco vanno fuori a mangiare di tasca loro, realizzano contenuti, li montano, li raccontano. Al loro sesto anno, alcune cosa sono cambiate, altre sono rimaste immutate. Soprattutto: Quisitaffia, che in bolognese vuol dire “qui si mangia”, rimane tutt’ora economicamente “insostenibile” per la squadra. E tutti e tre hanno carriere parallele e, naturalmente, vite parallele.

Sembra peculiare, a sentirlo raccontare così. Lo è, probabilmente. La figura del creator si confonde con quella dell’influencer, le malelingue sugli scrocconi impazzano nel web, e insomma, come rendersi conto dell’autenticità (parola usurpatissima) di un progetto che mira a condividere con la community tutto il buono dell’andare a godersi un pasto fuori di casa.

“L’essere, se vogliamo metterla così, economicamente insostenibili è a volte un problema, ma anche una grande arma di indipendenza”, raccontano i ragazzi durante una chiacchierata al telefono. “Non è ’il nostro lavoro’, non dobbiamo farci quadrare i conti a fine mese, quindi possiamo dire di no ad alcune realtà o alcuni ristoranti. Perché, mettiamo le cose in chiaro: portare avanti un progetto come Quisitaffia in modo onesto non significa non ricevere inviti a provare ristoranti, il che sottende gratis”. Ma se è un invito, forse è quasi scontato, no? Altrimenti ogni cliente sarebbe automaticamente invitato a ogni cena al ristorante e la matematica non è un’opinione.

È proprio durante uno di questi inviti che conosco i tre taffiatori. Si instaura subito quella scintilla che te li fa ricordare. Forse anche solo perché siamo corregionali; oppure, magari anche perché al tavolo sono professionali, documentano con minuzia giornalistica, e, be’, spendono un sacco di tempo a girare contenuti. “Tu immagina il costo che ha avuto per noi, che abitiamo a Bologna, spostarci in tre fino a Milano, la sera, staccato dal lavoro. E poi il lavoro dietro l’aver montato un video, con una certa linea editoriale, per poi ricevere i complimenti del titolare per quanti clienti ha movimentato. E non è che ci avesse assunto, eh”.

È un limbo, quello in cui si collocano Alex, Filippo e Gianmarco. Il progetto, mi dicono, potrebbe essere abbastanza così com’è per sostenere una persona. Ma tre no, impossibile. Si dovrebbero prendere altre decisioni, dedicarcisi a tempo pieno. “Quisitaffia è un’azienda”, dice Gianmarco, che imprenditore lo è anche nella sua altra vita. “E quindi ragioniamo come azienda. I contenuti sponsorizzati da brand grossi sono anche arrivati sulla nostra pagina, e naturalmente si tratta di attività a pagamento, ma abbiamo regole molto rigide: innanzitutto, li facciamo se e solo se pensiamo che associare il nome della pagina a quello di quel brand possa portarci vantaggio in qualche modo. E poi, non ci gettiamo in lodi sperticate dei prodotti, perché descrivere o raccontare ed elogiare a priori sono due cose diverse. E noi, alle parole, ci stiamo sempre attenti”. Si ferma e poi mi dice, tra il fastidio per altri comportamenti che si vedono in giro, o parole che possono essere state rivolte loro, e l’orgoglio: “Nessuno ci può dare dei marchettari. E se lo fanno, non hanno proprio capito la natura del progetto, o come comunichiamo”.

Il lavoro è lavoro, questo è il succo del discorso. Che non è molto dissimile, se posso essere franca, alla mia vita lavorativa: documento una realtà della ristorazione, qualora individuassi una storia, qualcuno potrebbe reputarla interessante. Io passerò una certa porzione della mia vita a raccontare il tutto in un pezzo giornalistico e percepirò un compenso. Il lavoro è lavoro.

Al netto di questo, ahinoi, le marchette esistono, eccome. Esistono nel giornalismo, come esistono tra i content creator e gli influencer. “Marchetta per noi vuol dire prendere un prodotto e proporlo così com’è, spingendolo senza nemmeno pensarci o approfondirlo. È quasi una catena di montaggio: lo ricevi, produci, passi a quello dopo. A parte che non lavoriamo così, una grande differenza è che noi non ci proponiamo mai a un ristorante per offrire loro una copertura. Siamo sempre noi a essere i contattati”.

Ma quindi che cosa si trova, sulle pagine di Quisitaffia? Innanzitutto, racconti di cene al ristorante. A mezzo video, con versioni accorciate sui social e allungate su YouTube, ma anche fotografie senza filtro per farsi davvero un’idea di dove si potrebbe, poi, andare a mangiare. Corredati del dettaglio più onesto che ci sia: quanto spendono i ragazzi di conto al termine del pasto. Le coperture sono capillari su Bologna (e sulla sua tradizione soprattutto), ma appena riescono, i ragazzi portano Quisitaffia on the road: tanta Milano, ma anche resto del mondo. Non è tutto: perché, e lo dicono senza peli sulla lingua, i ragazzi hanno anche “rubato” uno dei format, forse il più conosciuto, del più conosciuto canale di cibo per flippati della gastronomia. Parliamo di Top Jaw, il progetto di Jesse Burgess e Will Warr che ha elevato all’ennesima potenza il concetto di food porn, e che nei toni precisi, informali e informati ricorda molto (cioè, al contrario) proprio lo stile di Quisitaffia. Il format, naturalmente, è quello delle domande a personaggi noti, tanto della ristorazione che della cultura pop in generale. Così, a Giacomo Pavesi dell’Ostreria, Quisitaffia chiede i migliori ristoranti di Piacenza. Burgess a Warr chiedono a Florence Pugh i migliori ristoranti di Londra.

Non hanno paura di ammettere questo hommage: un po’ per la sua evidenza, un altro po’ perché il rapporto con colleghi che stimano, secondo Alex, Filippo e Gianmarco, non può essere di competizione, ma di stimolo, ispirazione, e riconoscimento reciproco. “Te ne dico due che adoriamo: Cosa mangiamo oggi e Francesco Zini”. Entrambi, secondo i ragazzi, sono creator e non influencer, e qui arriviamo al fulcro della discussione.

“Un creator può diventare un influencer, ma non il contrario. Perché il creator è qualcuno che nasce per creare contenuti che possano piacere alla sua community, che ci pensa la notte, che ha una linea editoriale. L’influencer, anche se è un termine ormai trito e abusato, è qualcuno che fa una proposta automatica, meno ragionata. Qualcuno che è noto per altri motivi e che poi può proporre una merce a un pubblico acquirente”. Filippo però vuole specificare: “L’influencer ha due facce: c’è chi vuole influenzare senza presupposti, credo sappiamo ormai tutti che si tratta di una figura annacquata. Il 90% delle volte non c’è una linea, non c’è un criterio e questo fa anche male ai creator. Perché un creator può essere influencer nel senso che, con la forza del suo racconto, convince qualcuno a comprare un prodotto o a provare un ristorante. Quisitaffia, per esempio, è un creator orgoglioso, ma che nel tempo è diventato anche influencer”.

La ragione è semplice: perché chiunque di noi, credo, andrebbe volentieri a mangiare in uno dei locali featured sul profilo di Quisitaffia (io stessa l’ho fatto più volte, senza pentirmene mai). Qui, naturalmente, si apre un altro tema paradossale: la soddisfazione nemmeno del cliente, ma dell’utente. Il quale, senza nulla pagare a Quisitaffia, si arroga spesso il diritto di vocalizzare in modi ingiuriosi il proprio personale disprezzo di questo o quell’altro indirizzo.

“È un grosso problema, questo del dover essere una ‘garanzia’. Uno pensa, qui ci ha mangiato bene Quisitaffia, quindi ci mangerò bene anche io. È una fallacia logica: dipende dall’esperienza di ognuno, dipende dalla giornata… Poi siamo i primi che, se cominciamo ad arrivarci segnalazioni ripetute di problemi in un locale che abbiamo consigliato, alziamo il telefono e chiediamo che cosa sta succedendo, perché la reputazione in gioco è anche la nostra, e le cose non possono andare bene solo quando ci siamo noi. Ma ecco, per finire il discorso, il problema non è trovarsi in disaccordo, ma il modo in cui lo si esprime. Non tolleriamo la maleducazione e il Far West di insulti dei social; quindi, se in un primo momento tenevamo duro e lasciavamo perdere, ora rispondiamo, educatamente ma con fermezza. Non puoi entrare a casa mia e dire che fa cagare, non funziona così”.

Anche perché c’è un grosso problema di domanda, oggi, nei confronti dei ristoranti: “Il cliente non ha molti soldi da spendere, quindi ti chiede indirizzi buoni ed economici, e quando glieli dai si lamentano che non hanno mangiato come in uno stellato. Come se ogni volta un tagliere di salumi dovesse essere un orgasmo gastronomico. Stessa cosa quando invece consigli posti che costano un po’ di più: si aspettano di avere l’esperienza della vita ogni volta. Ma la realtà non funziona così, mai”.

E, spesso, la realtà di una professione può scontrarsi con quella dell’altra, o lavorare in sinergia con essa. Dipende tutto da dove ci si colloca sullo spettro. Di sicuro, essere diventati riconoscibili in una città come Bologna ha tanti pregi quanti difetti.

Anche perché la quota di carne al fuoco, quest’anno, è praticamente raddoppiata: Alex, Filippo e Gianmarco hanno organizzato la prima edizione del Funky Food Festival a San Lazzaro di Savena, alle porte di Bologna, ingresso gratuito, food truck, DJ set e attività collaterali (speech, wellness, degustazioni, corsi di cucina). A selezionare il menu, ovviamente proprio loro tre, con ospiti come Sentaku Izakaya, Nasty Burger, Forno Brisa, Las Piadina, Ciao Kebab, Indegno (tortellini fritti) e Vegeta (selezione plant-based). L’evento tornerà l’anno prossimo: quest’anno si è svolto durante la terza settimana di settembre e chissà che non ci possa già segnare delle date in calendario. L’unico problema vero, mi dicono, al momento sembra essere il tempo. Per ora non hanno soluzione. Ma promettono che lavoreranno a


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