Tony, il nuovo film di Matt Johnson, racconta l’estate in cui Anthony Bourdain capì che il cibo non era il fine, ma il modo migliore per raccontare il mondo. Mi avventuro in qualcosa di nuovo: la recensione di un film. Non voglio iniziare una nuova carriera. Ma il prossimo 27 agosto esce nelle sale italiane Tony, diretto dal regista canadese Matt Johnson (The Dirties, Operation Avalanche, BlackBerry). Il film racconta gli anni di formazione, umana e culinaria, di un giovane Anthony Bourdain, interpretato da Dominic Sessa. Qui il trailer, per un assaggio.
È un film scorrevole, dal ritmo leggero. Ci sono momenti che strappano un sorriso, altri una risata più fragorosa. Ripercorre un’estate di pausa dal college. Il protagonista è un ragazzo irrequieto che sogna di fare lo scrittore. Invece si ritrova, suo malgrado, a lavare piatti e padelle. Siamo nella cucina di un locale di pesce a Provincetown, Massachusetts. Il ristorante è guidato da uno chef malinconico e intransigente, interpretato da Antonio Banderas. Si servono soprattutto ostriche e lobster roll. È qui che il giovane Tony capisce cosa lo muove davvero. Scopre il senso profondo di avere a che fare con il cibo. Scena dopo scena, quello che sembra solo uno sfondo diventa sempre più centrale. A Bourdain, come poi per tutta la sua carriera, non interessa tanto il cibo in sé. Gli interessano le implicazioni, le relazioni, le storie che il cibo porta con sé. Cos’è un’ostrica, per esempio? Per Tony, alla prima assaggiata, “è il gusto del futuro”. Ma è anche una scoperta, una sfida, una conquista. Ed è il fallimento che smaschera una bugia, usata per coprire l’insicurezza.
Il Bourdain che emerge da questi 106 minuti non è ancora l’uomo avventuroso e un po’ folle che abbiamo conosciuto in Kitchen Confidential, No Reservations, Parts Unknown. È un ragazzo ingenuo, a tratti timido. Determinato e goffo. Si nasconde dietro mille bugie, che sembrano più progetti in potenza che menzogne. Nel film di Johnson ci sono già, in embrione, tutti gli elementi che renderanno la narrazione di Bourdain così potente: il caos e la violenza delle cucine, la comprensione senza giudizio dell’altro, la curiosità infinita per le cose del mondo, il rapporto umano come moneta non barattabile, l’irrequietezza che porta a perdersi, il desiderio di provare ogni cosa senza timore, il fallimento come baratro e insieme trampolino, la capacità di unire l’alto e il basso con naturalezza.
Per tutto il film non sapremmo dire se il ragazzo che stiamo seguendo sia uno scrittore, un cuoco o cos’altro. Lo sappiamo solo perché conosciamo già come va a finire la storia vera. Non sapremmo dire se ciò che racconta è vero, falso o verosimile. Ma proprio come Nancy (Emilia Jones), ne siamo affascinati. Siamo pronti a seguirlo ovunque. Siamo sicuri che ci mostrerà un lato del mondo che non avevamo visto prima.
A questo punto dovrei dire come è il film. Se è bello o no. Come sono le interpretazioni. Come è la regia. Se consiglio di andarlo a vedere. Fare il critico cinematografico, però, non è il mio lavoro. Posso dire questo: le quasi due ore passano con grande piacere. Ho riso e a tratti quasi pianto. Mi sono appassionato alla vicenda, mi sono lasciato trasportare. Forse avrei voluto un po’ più di approfondimento sugli altri personaggi. In particolare, sulla storia del cuoco interpretato da Banderas. Nel complesso, però, è un film che fa emergere bene il Bourdain che sarà. E che spinge anche chi non lo conosce a volerne sapere di più. Quindi andate a vederlo. Alla peggio, uscirete dal cinema con una gran voglia di mangiare un’ostrica, o di assaggiarla per la prima volta. Non di certo con la voglia di aprire un ristorante.





