Campli è un borgo medievale in provincia di Teramo, nel nord dell’Abruzzo, a pochi chilometri dal Gran Sasso. Qui, nel 1918 la famiglia Di Pancrazio inizia a commercializzare una bevanda gassata.
Ai tempi non si usa il termine “artigianale” (a ben vedere non esistono neppure delle vere e proprie industrie) e in tutta Italia nascono piccole aziende a conduzione familiare che intraprendono la strada della produzione di bevande analcoliche gassate: Arnone in Campania, Paoletti nelle Marche, Tassoni sul Lago di Garda, Tomarchio in Sicilia. È un passato fatto di spume bionde e cedrate, di cavalieri e farmacisti, di prodotti più simili a elisir alchemici che a bibite da fast food. La formula della famiglia Di Pancrazio è semplice e la loro “Gassosa di Campli” – nomen omen – diventa parte del paesaggio quotidiano locale. Un prodotto che non va neppure scelto, perché è già a tavola prima di sedersi.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale la moda delle bibite contagia l’Italia che vuole lasciarsi alle spalle le macerie (e le miserie) del conflitto per abbracciare un Miracolo Economico fatto di vespe e lambrette, villeggiature e auto familiari, di stabilimenti balneari e balli del mattone. Nel 1949 Pietro Neri lancia il chinotto che ancora porta il suo nome, la Tassoni avvia la produzione della cedrata come la conosciamo oggi, dalle acque termali di Crodo nasce il Crodino. Le produzioni iniziano a industrializzarsi e i frigoriferi dei bar del Bel Paese sono pieni di gingerini e acque brillanti.
In questo contesto frizzante, nel 1972 Giovanni Vittorio rileva la Gassosa di Campli, inserisce il suo nome – Vittorio G. – nel marchio e modernizza la produzione. Sotto la sua guida la nuova gassosa attraversa l’Appennino, arriva in tutto l’Abruzzo e diventa un punto di riferimento per il centro Italia con delle sortite anche nella Capitale.
Mentre la stampa locale incorona Vittorio “Il Re della Gassosa”, la moglie Giselda segue senza clamori la produzione, diventando la custode della ricetta. Per oltre cinquant’anni la bottiglia di vetro con l’etichetta Vittorio G. è una presenza costante sulle tavole abruzzesi, fino al 2025 quando la produzione si ferma.
La pausa però dura poco meno di due anni: grazie all’intuizione di Giuseppe Di Bonaventura, giovane imprenditore non ancora trentenne, e Diego Di Domenico, esperto di enogastronomia, il 28 giugno 2026, la Gassosa di Campli è tornata. I due hanno rilevato l’azienda, scegliendo di affidarsi alle conoscenze di Giselda che lascia il testimone (e la ricetta) a una nuova generazione che vuole rinnovare la storia di questo simbolo gassato, anche grazie al supporto del figlio Avio. Per Giuseppe e Diego: “Il territorio continuava a parlare di questo prodotto anche dopo che la produzione si era fermata, restava nei racconti, nelle richieste, nella memoria condivisa. Recuperarlo è stato un atto di ascolto e una scommessa a cui teniamo moltissimo: abbiamo riconosciuto che c’era una domanda collettiva ancora aperta, e ci siamo messi al servizio di quella domanda. L’infrastruttura culturale quindi esisteva già, era solo inattiva. Un prodotto con più di un secolo di storia, radicato nella circolazione quotidiana di un territorio, non richiede di essere reinventato, richiede una decisione su chi riattiva il sistema, e come. Noi abbiamo scelto di farlo mantenendo intatta la struttura originale, il legame con il luogo, la ricetta, per noi condizione stessa del recupero, invece di ridisegnarla da zero.”


La scelta di riprendere la produzione di una bevanda gassata, sembra perfetta in un periodo in cui l’attenzione dei consumatori è sempre più concentrata su alternative analcoliche o low-alcool, un trend internazionale che ormai da qualche anno si sta strutturando anche in Italia, grazie a prodotti come il kombucha, i soft drink botanici, le acque funzionali, ciascuno portatore di un immaginario internazionale, di un’estetica da wellness che sa di Berlino e di Brooklyn: “Sono due mondi diversi, e non li mettiamo in competizione: il kombucha è una bevanda buona, con una sua storia solida altrove, che negli ultimi anni ha trovato un momento di grande visibilità internazionale. È un prodotto pensato per circolare bene ovunque, porta con sé un immaginario già confezionato, si adatta a contesti diversi e si inserisce in una rete globale già esistente e crescente, quella dei trend del benessere”.
“La gassosa segue una logica opposta. Non migliore, opposta: non si adatta al contesto, è il contesto, nel senso che è specifica di un sistema locale, non replicabile altrove, e proprio questa non-scalabilità è il suo valore. Il fatto che le bevande analcoliche stiano avendo una risonanza maggiore nel mercato, per noi è in realtà una coincidenza: ci auguriamo possa fare gioco, ma ci interessa che rimanda un prodotto di qualità.”
È una scelta che va controcorrente in modo quasi programmatico: “Non stavamo cercando un prodotto compatibile con un mercato internazionale, cercavamo un prodotto capace di rendere leggibile un sistema di relazioni che il territorio ha già, e che vogliamo valorizzare. Questo non significa che non ci interessi farla conoscere, anzi: è buonissima, e ci farebbe piacere che arrivasse a più persone possibile. Ma è una diffusione che vogliamo che avvenga per quello che è, non attraverso un adattamento pensato a tavolino per un mercato specifico”.
Un discorso che intercetta un altro grande tema di cui si discute molto in questi anni: l’estetizzazione dei contesti locali di provincia, la celebrazione del mio paese, la proposta, spesso molto più complicata da realizzare che nei proclami, di una fuga dal caos e dalla iper-competitività delle grandi città per un ritorno nei piccoli comuni e nelle aree interne: “Il territorio abruzzese non si presta a essere estetizzato o trasformato in immaginari da esportazione: qui non c’è niente da mettere in scena, perché non è un’estetica, è tutta esperienza diretta. In questo senso oltre alla gassosa, a poter viaggiare c’è l’approccio: mostrare come un patrimonio esistente possa essere riattivato senza essere snaturato. È un ragionamento che può interessare anche territori molto distanti dall’Abruzzo, alle prese con la stessa domanda.”
Anche il rebranding pensato per il rilancio, firmato dalla giovane art director Francesca Perpetuini, lavora su questa tensione. La nuova identità visiva fonde la pietra del Gran Sasso con la vibrazione della bollicina, una griglia modulare che si espande come il gas nella bevanda, costruita intorno al pittogramma originale che nessuno ha voluto toccare. Gli imballaggi escludono la plastica e i materiali seguono una filiera etica.
È un progetto che vuole rappresentare un metodo ed essere un manifesto.
Da questa visione nasce Cristalli Liquidi, il format di attivazione culturale che il 28 giugno 2026 ha debuttato al Godere Agricolo di Campli con il suo Episodio Zero. Musica, cultura visiva, sperimentazione: band e gruppi creativi multidisciplinari che usano la gassosa come pretesto per costruire qualcosa che somiglia a una pratica collettiva più che a un evento promozionale. È un’idea che conosce bene chi si occupa di food & beverage da qualche anno: il prodotto come motore di aggregazione, la bottiglia come punto di partenza per un mondo semantico più ampio. Ancora una volta però, non c’è l’obiettivo di creare un nuovo mondo da zero, ma la volontà di aggiornare le reti sociali e l’immaginario già presente nel territorio: “Il territorio di provincia è frammentato, e ha sempre richiesto reti di mutuo appoggio più che individualità isolate: si mangia e si beve insieme perché è così che qui ci si è sempre organizzati per stare bene. La gassosa era già, nella sua circolazione quotidiana tra famiglie e generazioni, una piccola economia di legame. C’è una responsabilità, quando si lavora su un patrimonio locale del genere, nel non ridurlo a folklore consumabile, e nel costruire invece un dispositivo che permetta al territorio di parlare con la propria voce. La scelta di Cristalli Liquidi è stata proprio questa: abbiamo pensato a un evento di lancio in cui chiunque volesse partecipare con le proprie pratiche creative legate al territorio avesse la possibilità di farlo. Il risultato è stato semplice ed efficace, come la gassosa”.





C’è qualcosa di preciso nel fatto che tutto questo parta da Campli, da un borgo che non ha nessuna vocazione metropolitana, nessuna aspirazione a diventare la prossima destinazione gastronomica che finisce nell’algoritmo.
La Gassosa di Campli è un monumento che non resta immobile, come le pietre del Gran Sasso, ma che è liquido, come la gassosa.
Un monumento che si muove di tavola in tavola, di estate in estate, di generazione in generazione. E che evidentemente non aveva ancora finito di girare: “La bevono i bambini, i ragazzi, gli adulti, gli anziani, tutti insieme, perché non è mai stata pensata per intercettare un target, è semplicemente inclusiva per natura, lo è sempre stata. Un prodotto diventa iconico quando smette di essere solo un bene di consumo e diventa un dispositivo di riconoscimento collettivo, qualcosa attraverso cui le persone si riconoscono tra loro prima ancora che per il gusto in sé (buonissimo). Ed è per questo che, anche quando la produzione si è fermata nel 2025, il prodotto non è sparito dai racconti delle persone: è rimasto richiesto, ricordato, raccontato. Quando smette di essere prodotto, il legame che ha creato resta comunque attivo nella memoria del territorio”.





