Mia madre ha fatto la maionese. La guardo mentre mette in frigo la grossa ciotola di ceramica bianca a fiori blu. Mi dice che non devo toccare niente di quello che ha preparato, che se mangio qualcosa sono guai. Domani ha il pranzo con le amiche, che sono tutte come lei, otto riproduzioni dello stesso fenotipo femminile che a me, di solito, fa paura. Io non rispondo. Continuo a scrollare Instagram al tavolo della cucina, pronta, con il tessuto del costume che mi dà fastidio sotto i vestiti.
Quando sento il motorino suonare il clacson da fuori, mi alzo.
Lucia è arrivata, dico.
Mia madre mi lancia uno sguardo da sopra il tagliere che, mi pare, di disapprovazione. Non capisco perché – forse è per Lucia, che è la mia migliore amica, ma a lei non è mai piaciuta. Ma mia madre non dice niente. Mi squadra e allora mentre raggiungo l’uscita mi squadro anche io nello specchio che sta all’ingresso. Forse ho capito. Tolgo la maglietta da dentro i pantaloncini e tento di farla arrivare fino alle cosce, non ci arriva e allora stresso il tessuto per farlo allargare, per nascondermi, ma non ci arriva e Lucia continua a suonare, adesso insistente. Lo so che insiste perché è emozionata di andare: ha il bikini nuovo della Fuck che vuole sfoggiare davanti a Tommaso per rubargli un bacio e magari qualcosa di più. Incontro il mio sguardo nello specchio e mi vedo disperata. Ma non posso disperarmi per queste cose, me lo sono promessa. Prendo la borsa di tela con dentro l’asciugamano ed esco di casa verso la festa delle quinte, alla piscina di Tommaso.
Lucia non fa altro che parlare di Tommaso. Mi ripete per l’ennesima volta la storia di come si stanno baccagliando, il resoconto dei messaggi, di come ha trovato quel bikini in sconto e ha pregato la madre di comprarglielo anche se è da grandi. Si ferma per strada per farmi vedere come le sta la coppa e, quando si tira su la canottiera scoprendo il suo corpo magro – le costole che sporgono da sotto il seno –, mi viene la rabbia. Ma lei non se ne rende conto e continua. Se di solito ascolto quel discorso con un certo trasporto, oggi le vicende amorose di Lucia mi sembrano una cosa stupida. E quando arriviamo e vedo tutti in piscina che urlano e si gettano vicendevolmente in acqua, nei loro corpi normali e nudi, tento di trattenere un attacco di nervi contro Lucia, che veramente non parla d’altro. Poi si zittisce perché Tommaso arriva verso di noi. Ci saluta. Però non parla a entrambe: solo a Lucia. Quell’essere di troppo rende la mia ingombranza palese, tutto il mio aspetto impositore è ancora più fuori-luogo. La mia amica mi lancia occhiate per assicurarsi che non sia scappata, ma non ci riesco e mi allontano. Adesso ce l’ho davvero con Lucia, che mi ha usata per venire alla festa come spalla; l’ultima festa da liceali se l’è giocata così, a fare la scema con uno. Mi avvicino al tavolo dove ci sono ciotole di patatine ammosciate dall’acqua e bicchieri di plastica sporchi. Prendo la bottiglia di gin. A me il gin non piace, ma di solito mi aiuta in queste situazioni. Qualcuno viene a parlare con me, visto che sono strategicamente appostata al bar, ma io non riesco più a conversare, davvero, anche se mi sono messa lì per quello, sento che sono arrabbiata e la rabbia mi ruba le parole e mi rende laconica. Nel mentre, vedo che Lucia e Tommaso si allontanano. Mi decido che per prendere tempo devo andare in bagno, fingermi occupata.
In salotto c’è un ragazzo. È solo sul divano, mi guarda mentre passo. Mi sorride e anche io gli sorrido. È bello: ha i capelli biondi e ricci, uno sguardo un po’ annoiato. Ciao, mi dice e io gli dico Ciao. Distolgo lo sguardo, ma con la coda dell’occhio lo vedo che continua a fissarmi per tutta la sfilata verso il bagno.
Chiudo la porta a chiave. Mi guardo allo specchio che sto ancora sorridendo.
Forse, mi rendo conto che non dovrei osservarmi come mi osservo prima di uscire di casa. Se ti guardi cercando sbagli, finirai per trovarli. Allora decido di farlo, di smetterla. Sono tutti in costume tranne me. Mi tolgo la maglietta e mi do una ravvivata ai capelli con l’acqua del lavandino. Nel farlo penso ai maschi, che mi sembrano tutti a proprio agio con la nudità – la facilità con cui si tolgono la maglietta quando arriva l’estate –, ma forse è una generalizzazione. Mentre mi chiedo queste cose, apro lo sportellino accanto allo specchio e trovo un blush. Non so usarlo, ma ne prendo poco e me lo metto sulle guance bianchissime. Mi sembra di stare bene, così. Forse ne ho messo un po’ troppo, però, sì, mi sta bene. Potrei fare una cosa che non ho mai fatto, tipo parlare con quel ragazzo. Mi rendo conto di essere stata un po’ dura con Lucia, di non aver simpatizzato con il suo entusiasmo. Ora che sono emozionata anche io per lo stesso motivo, la capisco. Mi sento leggera. Ma quando esco vedo il ragazzo che si limona con un’altra. Il corpo del ragazzo la copre e di lei colgo con precisione le gambe, che sono lunghe e affilate, la pelle dorata anche se è ancora giugno. Adesso sono mortificata dalla mia nudità, dal troppo blush sulle guance. Mi sento così stupida ad aver accomunato, anche solo per un secondo, quello che sono io con quello che è Lucia e l’immagine di lei che si alza la canottiera mi perseguita mentre esco in fretta dalla stanza. Mi rimetto la maglietta e la tiro, stresso ancora il tessuto per farlo arrivare almeno a metà coscia, ma ogni volta risale. Mi sembra di leggere i pensieri di chi mi vede, mi guardo con gli occhi degli altri che provano pietà per tutto lo spazio che occupo, con quel patetico blush messo male. Lucia non si vede e, di colpo, sono di nuovo arrabbiata. I miei problemi non hanno un rimedio a breve termine, sono attaccati a me, appiccicati al mio corpo; ci vuole tempo per liberarsene e, questa consapevolezza – quella di non essere subito risolvibile – mi fa perdere me stessa.
Quando arriva Lucia non sono più io. Ha il viso felice e aperto, sgambetta verso di me e ha solo me negli occhi, non vede l’ora di raccontare. Arriva, mi abbraccia mentre io rimango rigida – sento le sue mani secche sfiorarmi gli eccessi sulla schiena – e poi mi fa Ma perché sei sempre vestita?
Perché non sono una troia come te, dico.
Entrambe strabuzziamo gli occhi, ma io non ho intenzione di tornare indietro. In quel momento lo penso, penso che lei sia cattiva, che lei mi abbia usata per arrivare a Tommaso e che ora si debba sentire male come mi sento io. Le vengono le lacrime agli occhi e io dico una cosa tipo È inutile che piangi e mi allontano e provo a non sentirmi in colpa ma ora mi ci sento e ancora di più mentre arriva un singhiozzo di Lucia ed è a quel punto che torno a casa.
Cammino quattro chilometri in silenzio.
Quando arrivo sono tutti andati a letto e io ho fame. È quella fame lì. So che non dovrei ascoltare quella fame, ma apro il frigo con un gesto involontario e con la stessa freddezza d’intento prendo la ciotola della maionese e la poggio sulla penisola. Dal cassetto prendo un cucchiaio da minestra. Inizio a mangiare, non mi aiuto neanche con un pezzo di pane. Il metallo del cucchiaio cozza ogni tanto con i miei denti. Continuo a ingerire maionese e la sua consistenza cremosa mi si appiccica al palato. Ne prendo grandi cucchiaiate, che infilo tutte in bocca e con la lingua mi aiuto a non lasciare residui nella conca. Non è che non riesco a fermarmi, è che non so come si fa.
Quando la ciotola è finita ho il vomito. Resto lì, a vedere quella ceramica elegante con la maionese residua, scandita dalla furia delle mie cucchiaiate. Mi pare, quella ciotola, così semplice, così facile da pulire. Per me non è così. E con questa consapevolezza – quella di non essere subito risolvibile – mi metto a lavare la ciotola. Le mani si acquietano sotto l’acqua calda. Poi la asciugo con un panno, la rimetto a posto e lascio la cucina.





