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birra artigianale italiana
30 anni di rivoluzione nel bicchiere
Riflessioni dalla festa del Birrificio Italiano
Foto cortesia
30 anni di rivoluzione nel bicchiere
6 minuti

“Sai, non credo userò più il termine microbirrificio… Dopo trent’anni mi sono convinto che non siamo noi micro, sono loro mega e quel nome oggi mi sembra quasi sminuente. I veri birrifici siamo noi, loro sono quelli che un po’ questo nome l’hanno tradito”.

Enrico Borio non parla moltissimo. Si direbbe, anzi che è piuttosto schivo. Quando però parla lo fa per dire cose sempre interessanti e utili a inquadrare un momento o a capire meglio come sono andate o stanno andando le cose. Insieme a suo fratello Sandro è stato tra i pionieri del movimento della birra artigianale italiana: Beba, il loro birrificio, ha aperto a Villar Perosa (50 chilometri a Sudovest di Torino) nel 1996 – le prime cotte sono di settembre di quell’anno, anche se ufficialmente il birrificio ha aperto a gennaio del 1997 – e le sue birre sono ancora oggi un pezzo fondamentale del panorama birrario nazionale. Birre semplici, che magari all’inizio non si fanno notare, ma che restano nella memoria e nel cuore di chi le assaggia.

Incontro Enrico all’esterno del Birrificio Italiano di Limido Comasco, un altro protagonista della rivoluzione artigianale italiana. Siamo qui a festeggiare i 30 anni del birrificio di Agostino Arioli e più in generale a celebrare il compleanno della birra artigianale italiana. Tra una Delia spillata direttamente dal maturatore e l’altra (la Delia è la session pils del Birrificio Italiano, più leggera nell’alcol (4,3%) e scorrevole nel corpo di una classica pils, ma profonda e intensa nella componente aromatica del luppolo) penso a quanta strada sia stata fatta in questi tre decenni di crescita e di consapevolezza. Quel micro che, infatti, nel 1996 sembrava necessario per distinguersi dai “veri” birrifici, quelli cioè che producevano centinaia di migliaia di ettolitri, oggi, in effetti non sembra più tanto adeguato. Il valore della birra italiana, grazie al movimento artigianale non si misura più in ettolitri ma in qualità e – come ribadisce Lorenzo Dabove per tutti Kuaska, uno che questo movimento l’ha visto nascere e crescere – oggi i nostri birrifici sono un punto di riferimento a livello internazionale per precisione tecnica, creatività, costanza.

Kuaska è uno dei molti ospiti del convegno che Birrificio Italiano ha organizzato nella sala consigliare del comune di Lurago Marinone, per festeggiare i trent’anni del birrificio e del movimento artigianale. Tra i tanti interventi che hanno ripercorso i primi, accidentati anni del movimento (che potete ascoltare nel podcast Beer Revolution) insieme ai suoi protagonisti – oltre ai già citati Agostino ed Enrico c’era anche Teo Musso del birrificio Baladin – si è celebrato il ruolo fondamentale degli homebrewer e si è provato ad analizzare il futuro di questo settore, uno mi è parso molto significativo: quello di Evan Rail – chiamato sul palco da Alessandra Agrestini – una delle voci più autorevoli del mondo birrario italiano e autrice di un libro sui 30 anni della birra artigianale.

Rail è un beer writer californiano residente a Praga e osservatore privilegiato della scena nostrana, essendo stato tra i primi a scriverne nel 2008 in un paio di articoli per The New York Times. Rail ha evidenziato come la scena italiana, a differenza di altre, non sia mai stata un copia-incolla delle rivoluzioni craft avvenute altrove o delle culture birrarie più note (quella belga, tedesca o britannica, per esempio), ma abbia avuto una sua origine e un suo sviluppo molto specifici. Un elemento, che qualche anno fa aveva sottolineato proprio Agostino Arioli quando, intervistato per la puntata sulla birra artigianale del mio podcast Lievito Madre, aveva fatto notare che il nostro movimento non aveva nulla a che fare, con quello americano, ma nasceva più da un’esigenza interna figlia della voglia di riprodurre birre incontrate dai giovani di allora nei viaggi (con Interrail) in giro per l’Europa e ai primi pub con selezioni straniere che aprivano in Italia.

Tornando a Rail, questa specificità della scena italiana, ha fatto sì che i nostri birrifici abbiano sviluppato birre con un’identità difficile da trovare altrove e questo li ha resi da subito estremamente interessanti e speciali. Ma perché speciali? Innanzitutto, per la capacità di mettere a fuoco e indagare un numero di stili birrari molto superiore a quello di altre nazioni, dimostrando curiosità e voglia di distinguersi: “qui da voi – racconta Rail – ancora oggi entrando nel pub di un birrificio non si osserva omogeneizzazione, ma piuttosto grande diversità e così si possono assaggiare nella stessa sera una porter, una pils in decozione, un’Ipa… tutte dello stesso produttore e fatte con la stessa attenzione”. E questo è figlio del secondo aspetto che, sempre secondo Rail, caratterizza la scena italiana e cioè una grande attenzione ai dettagli che porta i birrai a riprodurre continuamente la stessa birra o lo stesso stile cercando di perfezionarlo o magari di migliorarlo, come avvenuto con la Tipopils (la birra forse più rappresentativa di Birrificio Italiano). Il terzo aspetto è che i birrai italiani producono gli stili che amano bere più che quelli che il mercato chiede loro e questo rende il mercato fresco, diversificato e dinamico. Infine, Rail ha sottolineato come la scena italiana continui a essere il prodotto di una comunità di produttori, appassionati, bevitori e questo la rende democratica, una condizione che la birra deve tenere presente se vuole continuare a essere rilevante.

Questo invito alla democratizzazione, l’ha espresso anche Luca Giaccone, curatore della guida Birre d’Italia di Slow Food, prendendo la questione però dal fronte più comunicativo. Se Luca da un lato ha sottolineato come la birra italiana debba mantenere una sua forte identità, fatta di materie prime da filiera nazionale, ma anche di un approccio al gusto importante dall’altro ha messo in evidenza il rischio di perdere il mercato che faticosamente ci si è costruiti in questi trent’anni utilizzando un linguaggio troppo tecnico, elitario ed escludente. Dice Luca:

La birra non deve solo essere democratica nel suo gusto ma anche nel modo in cui si comunica.

È necessario, perché possa crescere, che il consumatore sappia cosa ha nel bicchiere e non si senta né spaventato né escluso, ma al contrario sia incuriosito e accolto. Una sfida forse ancora più difficile per un settore piccolo e abituato a riconoscersi tra pochi intimi, ma necessaria. Una sfida che può consentire alla birra artigianale italiana di continuare in questa sua storia per i prossimi 30 anni o, speriamo, di più. Una sfida che ascoltando i racconti di Teo, Enrico e Agostino, in fondo, è stata già vinta una volta. Racconta, infatti, Agostino:

“Quando ho aperto il pub, mi trovavo costretto a inseguire i clienti che le prime volte scappavano perché non erano abituati a dover aspettare anche 10 minuti per una birra servita calda, con un sacco di schiuma e molti più aromi di quelli ai quali non fossero abituati. Non è stato facile, ma quando dopo un po’ gli stessi che avevo dovuto inseguire sono tornati chiedendo non una birretta o una bionda, ma un Tipopils, beh, ho capito che ce l’avevamo fatta”.


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