Nel lembo più meridionale della Toscana, tra boschi fitti, campi coltivati e orizzonti che si allungano fino al Lazio e all’Umbria, sorge San Giovanni delle Contee, una piccola frazione del comune di Sorano. È un borgo raccolto, poche case affacciate l’una sull’altra, stradine silenziose, aria limpida e una natura ancora integra. Un luogo che offre spazio, tempo e paesaggi, ma che per anni ha dovuto fare i conti con l’assenza di servizi essenziali e con un progressivo spopolamento. La bellezza, da sola, non basta se mancano occasioni di incontro, punti di riferimento quotidiani, opportunità per chi desidera restare.
Col tempo l’età media si è alzata, molte attività hanno chiuso e la vitalità del paese sembrava affievolirsi. Poi qualcosa è cambiato. Non per caso, ma per scelta. Gli abitanti hanno iniziato a guardarsi non più come singoli, bensì come parte di un insieme.
È stato un passaggio silenzioso ma decisivo: riconoscersi comunità. Da lì sono nate idee concrete, trasformate in azioni.
Nel 2019 prende forma la Cooperativa di Comunità con un obiettivo chiaro: riaprire l’antica osteria e restituirle un ruolo centrale nella vita del borgo. Così torna ad accendersi l’insegna dell’Osteria Macallè, che diventa molto più di un ristorante. È un luogo di ritrovo, uno spazio dove si valorizzano i prodotti del territorio e si riscoprono ricette legate alla tradizione contadina. Attorno a questo progetto si riattivano energie: vengono ripristinati sentieri per il trekking, si intercetta un turismo attento e curioso, si avvia una “bottega della salute” per colmare la mancanza di servizi di base. Alcuni giovani che pensavano di andarsene scelgono di restare. Altri tornano. Tra i progetti futuri c’è la riapertura del vecchio forno nel cuore del centro storico, con corsi di panificazione dedicati alla lavorazione dei grani antichi. Diverse iniziative prendono corpo grazie alla partecipazione a bandi pubblici che sostengono progetti a forte impatto sociale. L’intuizione che la formula della cooperativa fosse adatta a questo territorio nasce da Tiziana Peruzzi, oggi presidente, ma a fare la differenza è stata la risposta collettiva del paese.

Quasi in parallelo, nel 2018, tre amici decidono di tentare un’altra strada per accendere un riflettore su questo angolo di Toscana: fare vino. Nasce così Cantina del Rospo, un progetto che all’inizio ha poco di convenzionale. Le prime bottiglie vengono prodotte in una cantina scavata nel tufo, priva di elettricità, recuperando vecchie vigne di 50 o 60 anni che rischiavano l’abbandono. È un gesto testardo e insieme visionario, motivato dal desiderio di non assistere passivamente al declino del proprio paese.
Il territorio è particolare: qui si incontrano tre matrici geologiche diverse. Il tufo di origine vulcanica, legato alle antiche eruzioni che hanno modellato l’area del Lago di Bolsena; le argille plioceniche simili a quelle della Val d’Orcia; e le propaggini calcaree che scendono dal Monte Amiata. Le vigne si trovano tra i 450 e i 500 metri di altitudine, immerse in un mosaico di boschi e piccoli appezzamenti. Non c’è monocoltura intensiva, ma frammenti di terra incastonati nella natura.
Dalle uve nasce Sciornaia, oggi IGT Toscana Sangiovese, affiancato da un bianco e da nuove sperimentazioni. Le fermentazioni sono spontanee, non si effettuano filtrazioni e la solforosa è ridotta al minimo indispensabile per l’imbottigliamento. Le bottiglie, tutte diverse, sono riutilizzate: una scelta che evita passaggi industriali superflui e ribadisce una visione coerente con l’idea di sostenibilità concreta.
Dietro l’etichetta che parla di “persone che non lo sanno fare” ci sono nomi e volti: Tommaso Ciuffoletti e Olmo Fratini, insieme a molti altri abitanti. In realtà, a produrre il vino è un’intera comunità: chi mette a disposizione una vigna dimenticata, chi presta la cantina scavata sotto casa, chi offre strumenti, braccia, tempo. Alla svinatura partecipano tutti, pronti ad assaggiare e dire la loro. In un paese dove quasi ogni famiglia ha sempre fatto vino per sé, il progetto collettivo diventa un’estensione naturale di una pratica condivisa.
Le prime 300 bottiglie del 2018 segnano l’inizio. Nel 2021 arriva la prima annata ufficiale, dopo la messa in regola dell’attività, proprio nel periodo complicato della pandemia. Nonostante le difficoltà, il vino comincia a circolare tra Firenze e Roma, raggiunge il Regno Unito e persino Hong Kong. I numeri restano piccoli – meno di 5.000 bottiglie l’anno – perché l’obiettivo non è crescere a ogni costo, ma consolidare un equilibrio che metta al centro il paese.


Intorno alla cantina si sviluppano nuove idee: degustazioni aperte a professionisti del settore che assaggiano non solo le etichette ufficiali, ma anche i vini domestici degli abitanti; un libro dedicato al borgo; il recupero di vigne ancora più antiche, persino a piede franco. Tutto con mezzi essenziali: niente elettricità in cantina, acqua presa dal fontanello della piazza, lavoro affidato alla forza delle mani.
Il senso di questa esperienza va oltre l’aspetto enologico.
Il vino diventa un pretesto, un linguaggio capace di raccontare un territorio marginale che proprio nella sua posizione defilata trova autenticità. In un’Italia dove tante aree interne rischiano l’abbandono, qui si sperimenta una forma diversa di impresa: economicamente sostenibile, ma radicata in un obiettivo sociale preciso. Per la cooperativa questo è un principio fondante; per la cantina è una scelta consapevole. Non si produce vino come fine ultimo, ma come strumento per rinsaldare legami, generare opportunità, far sapere che questo paese esiste.
Così si esprime Tommaso Ciuffoletti. “È difficile fare impresa ovunque, qui lo è ancora di più. Per questo abbiamo preso una strada diversa a San Giovanni delle Contee, mettendo al primo posto l’impatto sociale del nostro lavoro. Certo la sostenibilità economica rimane imprescindibile, ma se il perno del nostro lavoro non fosse la comunità che vive e fa vivere questo paese e questo territorio, allora non avrebbe senso. Per la Cooperativa di Comunità questo dato è costitutivo, per la nostra Cantina lo è per espressa volontà. Il vino non è il fine, ma uno strumento per rafforzare la nostra comunità”.
Questo vino non esiste. Lo fanno persone che non lo sanno fare. In un paese che non dovrebbe esistere. Questo se la logica avesse un senso. Ma la logica ce l’ha un senso?





