A distanza di oltre settant’anni dalla pubblicazione de Il secondo sesso (Gallimard, 1949) di Simone de Beauvoir – filosofa, scrittrice e femminista francese – quelle parole continuano a riverberare. Secondo, rispetto a chi, e in base a cosa? Il libro, nato come uno dei primi tentativi di riflessione filosofica sulla condizione femminile, pone una domanda che oggi resta ancora aperta: che cosa significa essere donna?
Nella prefazione all’edizione italiana del 2016 (Il Saggiatore), la linguista Julia Kristeva osserva come il testo di de Beauvoir sia ancora molto attuale, nel bene e nel male, e aggiunge che “spetta a noi riaffrontarla” – tornare alle sue radici filosofiche, sociali e politiche – “perché lo sia nel bene”. Un invito a distinguere ciò che è cambiato da ciò che, sotto nuove forme, continua a riprodursi.
Il mondo, certamente, si è trasformato dagli anni Cinquanta a oggi. Le donne hanno occupato nuovi spazi, conquistato diritti, reso visibile una presenza a lungo rimasta ai margini. Anche la parola “femminile” si è ampliata, smettendo di coincidere esclusivamente con un corpo o con una funzione, accogliendo identità e percorsi plurali. Eppure, accanto a queste aperture, permangono squilibri radicati: disuguaglianze strutturali, aspettative persistenti, ruoli che cambiano più lentamente delle narrazioni che li raccontano, anche in luoghi storicamente associati al femminile.
Questa riflessione nasce da qui. Non dall’urgenza di un nuovo manifesto, ma dal desiderio di capire dove siamo arrivate. Cosa significa essere donna oggi – nella società, nel lavoro, nelle cucine – e come stanno cambiando i modelli di potere, di cura e di vita.
Il mito dell’inferiorità biologica
“L’antichissima oppressione delle donne è giustificata in nome di presunte disuguaglianze “naturali” nella specie umana“.
Susan Sontag. Sulle donne (Einaudi, 2023)
Per secoli, l’inferiorità della donna è stata sostenuta e legittimata da una tesi presentata come scientifica, che si è rivelata nel tempo una costruzione culturale. Già de Beauvoir smascherava il ricorso alla “natura” come giustificazione dell’ordine sociale. A lungo, infatti, la biologia occidentale ha descritto la donna come sesso debole, passivo e derivato, interpretando il corpo femminile come una variante imperfetta di quello maschile. Una narrazione che ha influenzato non solo la scienza, ma anche la cultura, la politica e il modo in cui pensiamo i ruoli di genere.
È contro questa eredità che si colloca il lavoro della zoologa e divulgatrice Lucy Cooke. Nel suo libro Femmine (Edizioni Sonda, 2025), Cooke mostra come la cultura vittoriana (sciovinista) del XIX secolo abbia trovato terreno fertile in una scienza tutt’altro che neutra, spesso segnata da una lettura distorta delle teorie darwiniane e da uno sguardo apertamente androcentrico.
Attraverso esempi tratti dal mondo animale e dalla biologia evolutiva, Cooke smonta il mito della femmina come variante secondaria del maschio, restituendole un ruolo attivo, strategico e centrale nei processi evolutivi. Dimostra come in natura “le femmine sono promiscue, competitive, aggressive, dominanti e dinamiche quanto i maschi”. Ne emerge una lettura della biologia che non nega la differenza, ma la libera da una gerarchia implicita, mostrando quanto a lungo la scienza abbia raccontato la natura attraverso categorie culturali più che attraverso i fatti.
È una realizzazione importante: la scienza, spesso percepita come verità assoluta, non è immune dai bias – distorsioni sistematiche del giudizio, spesso inconsce, che influenzano il modo in cui osserviamo e interpretiamo la realtà. Al contrario, ne è profondamente attraversata. Siamo tutte e tutti il prodotto di un passato e le nostre costruzioni culturali finiscono inevitabilmente per orientare anche ciò che riteniamo oggettivo. Finché, talvolta, quello stesso impianto viene messo in discussione.
La letteratura come spazio di resistenza
È dentro questi stessi margini – tra ciò che viene considerato naturale e ciò che in realtà è culturalmente costruito – che si colloca anche la letteratura. Non come spazio neutro, ma come luogo di osservazione e, talvolta, di scarto. La scrittrice Jane Austen è, a tutti gli effetti, un prodotto del suo tempo: una donna dell’Inghilterra georgiana, a cavallo tra XVIII e XIX secolo, immersa in un sistema sociale rigidamente codificato, in cui il destino femminile si giocava quasi esclusivamente tra matrimonio, dote e rispettabilità. Eppure, proprio all’interno di quella struttura, Austen mette in atto una forma di ribellione silenziosa.
Le sue eroine non infrangono apertamente le regole, ma le attraversano con intelligenza, ironia e autonomia di giudizio. Pensano, scelgono, dubitano. Non rifiutano il mondo in cui vivono, ma ne smascherano le contraddizioni dall’interno, mostrando come ciò che viene presentato come ordine naturale sia, in realtà, un equilibrio fragile e costruito. Un gesto minimo, quasi invisibile, che però apre una crepa decisiva: la possibilità di immaginare una soggettività femminile non passiva, capace di desiderio e di pensiero critico. La sua silenziosa ma potente battaglia è evidente subito nell’incipit del famoso libro Orgoglio e Pregiudizio (T. Egerton, 1813), dove l’ironia mette a nudo il meccanismo sociale dei tempi.
“È una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un buon patrimonio debba avere bisogno di una moglie. Questa verità è così salda nelle menti delle famiglie del vicinato che, per quanto poco si sappia dei sentimenti o delle opinioni di quell’uomo, dal momento del suo arrivo è considerato legittima proprietà dell’una o dell’altra delle loro figlie”.
Jane Austen. Orgoglio e Pregiudizio (T. Egerton, 1813)
Se Austen lavora per scarto, insinuando il dubbio dall’interno di un sistema che non può ancora essere nominato, con Virginia Woolf quel dubbio diventa parola.
Siamo nel Novecento, il contesto storico è mutato e la riflessione femminile può permettersi di essere più esplicita. In Una stanza tutta per sé (The Hogarth Press, 1929) Woolf individua con chiarezza una delle radici materiali della subordinazione femminile, scrivendo che “una donna deve avere i soldi e una stanza tutta sua per scrivere romanzi” – un’affermazione formulata anche pensando esplicitamente a Jane Austen (per cui Woolf nutriva profonda ammirazione), costretta a scrivere in spazi condivisi. Quella frase non è una metafora, ma una presa di posizione netta: l’emancipazione passa dall’indipendenza economica e, soprattutto, dalla libertà culturale. È una questione di condizioni materiali, prima ancora che di talento o vocazione.
“Potete bloccare tutte le librerie se volete ma non c’è un cancello, nessuna serratura, nessun bullone che potete regolare sulla libertà della mia mente“.
Virginia Woolf. Una stanza tutta per sé (The Hogarth Press, 1929)
La liberazione femminile viene così ancorata a un terreno concreto, fatto di reddito, spazio e tempo, ma anche a un’idea di autonomia intellettuale non negoziabile.
E se Woolf guarda ad Austen come a una madre simbolica, quasi tutte le intellettuali a seguire guarderanno a Woolf come a un punto di riferimento imprescindibile della lotta di genere. Tra queste, Susan Sontag – scrittrice, filosofa e storica statunitense.

Il lavoro come emancipazione
Tra Virginia Woolf e Susan Sontag, infatti, si colloca un passaggio storico decisivo: l’ingresso strutturale delle donne nel mondo del lavoro. Se fino all’inizio del Novecento il lavoro femminile era spesso invisibile o informale, le due guerre mondiali segnano una frattura irreversibile. Con gli uomini al fronte, le donne entrano nelle fabbriche, negli uffici, nei servizi, sostenendo economie intere e dimostrando competenze fino ad allora negate.
Terminati i conflitti, il ritorno all’ordine tradizionale tenta di ricacciarle nello spazio domestico, ma qualcosa si è ormai incrinato. Nel secondo dopoguerra, tra crescita economica, istruzione diffusa e primi diritti civili, il lavoro diventa per molte donne non solo una necessità, ma una possibilità di autonomia. A questa nuova presenza nello spazio pubblico, però, non corrisponde una ridefinizione altrettanto profonda dei ruoli privati: la donna lavoratrice resta, nella maggior parte dei casi, anche la principale responsabile della cura.
“Non si potrà parlare, perciò, di liberazione economica finché le donne non svolgeranno tutte le attività oggi svolte dagli uomini, alle loro stesse condizioni (in termini di salario, livelli di prestazione, rischiosità), rinunciando, così, alle prerogative dei folli, dei bambini e dei servi.”
Susan Sontag. Sulle donne (Einaudi, 2023)
Essenzialmente dice che l’ingresso nella società, senza una parallela redistribuzione del lavoro domestico e di cura, ha significato una sola cosa: un raddoppiamento delle fatiche.
Ad oggi, alcuni Paesi hanno tentato di intervenire sulla questione, introducendo congedi di paternità, politiche di remunerazione più eque, strumenti di tutela e di welfare. Eppure, siamo ancora lontani da ciò che de Beauvoir e Sontag avevano già osservato.Come dice la scrittrice Benedetta Tobagi nella prefazione all’edizione italiana di Sulle donne: “Cinquant’anni e non sentirli – purtroppo viene da dire”, ovvero che i testi di Sontag, scritti agli inizi degli anni Settanta, conservano ancora oggi una spiazzante attualità.
Questa tensione viene colta con brutale chiarezza anche da Virginie Despentes – scrittrice e regista francese – nel suo libro King Kong Theory (Grasset, 2006), smontando l’ideale irraggiungibile della donna perfetta.
“Perché l’ideale donna bianca, seducente ma non troia, sposata bene ma non spenta, che lavora senza fare troppa carriera per non mortificare il suo uomo, snella ma non maniaca delle diete, che rimane indefinitamente giovane senza farsi sfigurare dalla chirurgia estetica, mamma realizzata ma non ostaggio di pannolini e compiti a casa, buona padrona di casa ma non la classica sguattera, colta ma meno di un uomo, questa donna bianca felice che ci sventolano continuamente sotto il naso, quella a cui dovremmo fare lo sforzo di assomigliare, a parte che ha l’aria di farsi due palle così per poco o niente, poi io non l’ho mai incontrata, da nessuna parte. Mi sa che tanto non esiste”.
Virginie Despentes. King Kong Theory (Grasset, 2006)
È in questo squilibrio irrisolto tra lavoro, riconoscimento e cura che la cucina diventa uno spazio emblematico.
Dalla cucina domestica a quella professionale
La cucina è sempre stata considerata un reame femminile. Donne a casa, donne ai fornelli, donne che nutrono e che curano, che tengono insieme i ritmi della famiglia. Un sapere quotidiano, tramandato, spesso invisibile e dato per scontato.
E allora la domanda si impone quasi da sola: perché, nel momento in cui la cucina diventa professione, prestigio, carriera, quello stesso spazio si trasforma in un territorio prevalentemente maschile?
Quando cucinare smette di essere un atto di cura e diventa lavoro retribuito, riconoscimento pubblico e potere simbolico, le gerarchie si riorganizzano. Il gesto che a casa è scontato, nella ristorazione diventa tecnica; ciò che era quotidiano si fa straordinario; ciò che era femminile viene riscritto al maschile. Nasce così la figura dello chef come autorità, genio, leader: un ruolo storicamente modellato su tempi, linguaggi e dinamiche, escludendo chi, per secoli, aveva cucinato senza titolo.
In questo scarto si concentra una delle contraddizioni attuali più evidenti del lavoro femminile: la donna è autorizzata a lavorare, ma non a comandare. In una recente intervista a tre chef di rilievo della scena contemporanea internazionale – Karime López, Chudaree Debhakam e Sara Aqel – sono emerse con chiarezza alcune delle difficoltà legate al ruolo di chef donna.
La prima difficoltà riguarda la leadership. Trovare una propria voce non è immediato: molte raccontano di aver sentito, all’inizio, la necessità di imporsi, di adottare modelli di comando esistenti, spesso appresi in contesti dominati da uomini. Un’idea di forza, di autorità, di controllo che non sempre coincide con il proprio modo di stare in cucina. Solo con il tempo diventa possibile lasciar andare standard che non appartengono, per costruire uno stile di leadership personale, capace di affermarsi senza mimetizzarsi: guidare una brigata usando la propria voce, alla propria maniera, portando avanti una visione senza chiedere permesso, né scusa.
Accanto a questo, emerge inevitabilmente il tema della maternità, non come limite individuale ma come cartina di tornasole di un sistema. La domanda non è se una donna possa essere madre e chef, ma perché un lavoro come quello della ristorazione sia ancora strutturato come se la vita – tutta la vita – potesse coincidere esclusivamente con il lavoro. Come osserva Karime López, la possibilità esiste ed è reale. A dover essere ripensati sono piuttosto i modelli organizzativi, i tempi, le aspettative: ciò che rende alcune scelte praticabili solo a costo di rinunce sproporzionate.


Tornare indietro?
Oggi alcune donne sembrano voler “tornare indietro”. Negli Stati Uniti è nato il fenomeno delle tradwives (abbreviazione di traditional wives, ovvero “mogli tradizionali”), come analizzato anche nel podcast Critics at Large del The New Yorker. Si tratta di donne che rivendicano uno stile di vita conservatore e promuovono, spesso sui social media (TikTok e Instagram in primis), un ritorno ai ruoli di genere: l’uomo come principale sostegno economico, la donna dedicata alla casa, alla cucina e alla cura della famiglia, richiamando spesso l’estetica e l’immaginario degli anni Cinquanta.
Questo ritorno alla vita domestica, tuttavia, presenta un elemento tipicamente contemporaneo. In molti casi, non è una rinuncia all’autonomia economica: la vita domestica viene riconfigurata come spazio mediatico, produttivo e visibile. La “tradizione” si trasforma così in una forma di imprenditorialità personale, monetizzabile. Una possibilità che però – va detto – resta legata a condizioni di sicurezza economica, spesso garantite da un reddito familiare stabile e senza le quali questa scelta difficilmente potrebbe essere vissuta come libera.
Accanto a queste narrazioni, esiste però un fenomeno più ampio e meno spettacolarizzato, non mediatico. La scelta di dedicarsi prioritariamente alla cura della famiglia non risponde a un impulso nostalgico né a un’adesione passiva ai ruoli tradizionali, ma una scelta consapevole di formare le generazioni future. Un lavoro reale, complesso e cruciale, soprattutto in un presente segnato da instabilità sociale, politica e ambientale.
E quindi, cosa succede? È comprensibile che molte donne pienamente inserite nel mondo lavorativo – che si riconoscono come emancipate – guardino a questo ritorno con perplessità, se non con una certa diffidenza. Sembrano chiedersi: dopo decenni di lotte collettive, perché tornare indietro? Eppure, non serve guardare troppo lontano per intuirne le ragioni. Se l’autonomia femminile ha spesso coinciso con un raddoppio delle fatiche – come osserva Sontag – senza una trasformazione altrettanto radicale delle strutture (salari ancora diseguali, opportunità differenti, discriminazioni persistenti), si spiega perché alcune scelgano di sottrarsi. Non come rinuncia ideologica, ma come gesto di rifiuto, quasi a dire: se questo è il prezzo, fatelo voi.
È ancora Sontag, però, a lasciare uno dei messaggi più lucidi e necessari, valido oggi più che mai: la liberazione non è solo individuale. Richiede immaginazione, ma anche alleanza.
“La prima responsabilità di una donna “liberata” è quella di vivere la vita più piena più libera e più immaginativa possibile. La seconda è la solidarietà nei confronti di altre donne”.
Susan Sontag. Sulle donne (Einaudi, 2023)
È a partire da questa idea di alleanza, più che da una risposta univoca, che diventa possibile osservare dove queste tensioni prendono forma concreta, nel lavoro quotidiano e negli spazi che abitiamo.
Restare in cammino
Alla fine, tutto torna lì. Alla cucina come spazio reale e simbolico: luogo di lavoro, di cura e di potere. Non più soltanto la cucina domestica o quella professionale, ma uno spazio che oggi tiene insieme entrambe le dimensioni. È lì che molte donne stanno ridisegnando, giorno dopo giorno, il senso stesso del lavoro: non attraverso la conquista urlata del comando, ma tramite una pratica diversa dell’autorità, del tempo e della responsabilità.
È quello stesso spazio pubblico, visibile e riconosciuto, che abitano le protagoniste di Cook_inc. 43: professioniste che hanno costruito il proprio posto con competenza, determinazione e visione, senza rinunciare alla propria identità, né adattarsi a modelli che non le rappresentano.
Dalla filosofia alla letteratura, dal lavoro alla vita quotidiana, ciò che emerge è una traiettoria non lineare, fatta di avanzamenti, arresti e ritorni apparenti.
Non c’è una soluzione definitiva, né una conquista irreversibile. C’è piuttosto un movimento continuo, che chiede di essere ripensato ogni giorno, nelle scelte individuali come nelle strutture collettive.
Lo rivendica apertamente Virginie Despentes, nell’ultimo paragrafo di King Kong Theory.
“Il femminismo è una rivoluzione, non una riorganizzazione delle indicazioni di marketing, non una vaga promozione del fellatio o dello scambismo, non si tratta soltanto di migliorare stipendi integrativi. Il femminismo è un’avventura collettiva, per le donne, per gli uomini e per gli altri. Una rivoluzione, ben avviata. Una visione del mondo, una scelta. Non si tratta di opporre i piccoli vantaggi delle donne alle piccole conquiste degli uomini, ma di far saltare tutto”.
Virginie Despentes. King Kong Theory (Grasset, 2006)
Quindi: siamo ancora il secondo sesso?
Finché la domanda resta necessaria, sì. Ma forse è questo il punto: non dichiararsi arrivate, restare in cammino.
E, come chiude Despentes: “E con questo, ciao, ragazze, fate buon viaggio…”

di un aereo Avro 504 • Attribuzione ignota, 1918. Pubblico dominio.
Fonte: Imperial War Museum (via Wikimedia Commons)





