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Imprenditrici di successo
Pordenone al femminile
Cultura, enogastronomia e storie di protagoniste
Da Cook_inc N. 43
Pordenone al femminile
15 minuti

Scrive Federica Manzon, pordenonese, vincitrice del Premio Campiello 2024 con Alma:

Federica Manzon: “È a lei che suo padre riserva i discorsi importanti, quelli sulla libertà o sui confini, convinto che le ragazze sappiano cavarsela meglio nella vita e che spetti a loro indirizzare il mondo“.

Alma (Feltrinelli, 2024)

Pordenone da scoprire. Portus Naonis, suo nome antico, significa “porto sul Noncello”,
il fiume che l’attraversa, cruciale per la sua storia commerciale e industriale. La Manchester d’Italia si è sviluppata tra opifici, cotonifici, cartiere fino a industrie famose – tra tutte la Zanussi – e con molti primati imprenditoriali sconosciuti al resto d’Italia.

Eppure, Pordenone è molto di più del suo operoso e intraprendente tessuto industriale. Bella, colta, vivace ma discreta, con una posizione defilata rispetto alle rotte turistiche, mostra un’anima positivamente irrequieta, con un’inattesa vivacità nella scena artistica, musicale e letteraria. Corso Vittorio Emanuele
II sinuoso e ondulatorio attraversa il centro storico; più che un cuore è un’arteria, a ribadire che qui non si sta fermi a contemplare o a perdersi in chiacchiere, ma si è sempre in movimento. È una quinta stupefacente, mezzo chilometro di portici ininterrotti in una successione di archi a sesto acuto e ribassati, bifore medievali e oculi barocchi e quegli affreschi che resero la città famosa come Urbs Picta. Qui nacque GiovanniAntonio de’ Sacchis, “il Pordenone”, celebre pittore rinascimentale i cui capolavori possono essere ammirati nel Museo Civico d’Arte, lungo lo stesso corso della nostra passeggiata.

Pordenone stupisce per l’energia che emana, per una vitalità culturale straordinariamente intensa: ecco un cartellone della mostra della prima fotografa Magnum, Inge Morath. Poco più avanti il manifesto di La scena delle donne, tra le prime in Italia a valorizzare la creatività teatrale femminile, con una rassegna specifica. Mi piace immaginare quando la città diventa tutta gialla per Pordenonelegge, una festa del libro totalizzante che mette euforia. Più selettivo il Dedica Festival, manifestazione internazionale rivolta a un unico scrittore, tra i quali molti Nobel per la letteratura. Vorrei anche partecipare con quel gruppo di persone che vengono da tutto il mondo al Pordenone Silent Film Festival, dedicato al cinema muto. Per chi ha il cinema nelle vene, può divertirsi anche con i cortometraggi della rassegna FMK International Short Film Festival oppure guardare i documentari al Pordenone Docs Fest. Meta irrinunciabile il Palazzo del fumetto, tempio delle mostre comics dei più grandi fumettisti, per poi partecipare alla manifestazione Pordenone Comics. E la musica? Imperdibili il Pordenone Blues Festival e la Segovia Guitar Week. Pordenone è davvero sorprendente! E ben si merita di essere la Capitale Italiana della Cultura 2027. 

La direttrice di Pordenonelegge

Michela Zin, occhiali da intellettuale e sorriso di rara empatia, ci accoglie nel suo ufficio di direttrice di Pordenonelegge, vivo dei colorati manifesti della festa del libro, delle shopper rigorosamente giallonere (i colori istituzionali).

Ha i capelli grigi, non fa nulla per nasconderlo e ti guarda dentro, mentre i suoi occhi s’illuminano raccontando la storia dal principio. C’era una volta nel 2000, un inizio con venti incontri su tre giorni. Voliamo sulle ali dei libri e guardiamo ora dall’alto Pordenone durante il festival: tutta la città si veste in giallo, per cinque giorni vibra di un’energia e di un entusiasmo che accende le stelle. I libri salvano, ti portano in mondi diversi, aprono le porte dell’immaginazione, ti fanno viaggiare per il mondo, ispirano la mente e l’anima. Qui ci sono persino gli angeli, i ragazzi con la maglietta gialla dalle ali che sono un libro aperto, volontari che si occupano di aiutare gli anziani, i disabili e presidiano i luoghi per aiutare i partecipanti. Come sempre l’appuntamento è il terzo mercoledì di settembre per cinque giorni.

La direttrice ci descrive un 2025 da record: la città ha ospitato 400 incontri, 670 autori, 56 anteprime nazionali con 160mila presenze, in una cittadina di 52mila residenti e ben 22mila libri venduti! Zin ammette che nessuno avrebbe mai potuto immaginare che il sogno sarebbe potuto diventare così grande, peraltro vissuto da Pordenone con una partecipazione totale. Gli autori restano sorpresi dal calore umano e dal coinvolgimento delle persone, in un clima gioioso e di fermento culturale. La direttrice ha ricevuto nel 2025 l’onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana per il significativo contributo alla promozione del territorio attraverso l’organizzazione del festival Pordenonelegge.

Gli obiettivi originari sono stati raggiunti: far conoscere Pordenone e portare stimoli di conoscenza alla città attraverso il confronto con autori e personalità di rilievo nazionale e internazionale. Ai giovani che Zin ha molto a cuore, dedica tre mattine sui cinque giorni del festival, in parallelo con l’evento principale. Michela Zin sorride soddisfatta. Pordenonelegge ha dimostrato di essere un’eccellenza: sarebbe una case history di successo da studiare nelle sue molteplici sfaccettature.

La libraia custode della comunità

Italo Calvino nelle sue Città Invisibili suggerisce che le città non siano solo spazi fisici, ma anche proiezioni dei desideri, dei ricordi, delle paure e delle emozioni umane. Pordenone non è stata ferma a guardare che una sua libraia, operante da 31 anni in una sua via, chiudesse le serrande. Un bisbiglio è corso di casa in casa: il ricordo di Cosetta Gariup, del suo sorriso e delle sue parole sempre appropriate e affettuose ha fatto spalancare una nuova porta nel cuore cittadino.

Cosetta ci accoglie ancora incredula: sembrava che tutto fosse finito e invece, a sessantaquattro anni, può rimettersi ancora dietro il banco ad accogliere e consigliare i clienti. Già il nome che il padre volle darle, pensando a I Miserabili di Victor Hugo, era presagio di una vita per-e-con i libri. Entra una cliente nella nuova libreria aperta da pochi mesi nell’arteria centrale, Corso Vittorio Emanuele II. Viene accolta in modo affettuoso, con un calore sincero da Cosetta, mentre il marito Cornelio Giavedoni sorride da dietro il computer. In quel momento, ho capito che questa libreria non è fatta solo di scaffali, ma è un luogo dove tutto sembra magicamente fermarsi per abbracciare un incontro umano. La libraia è lì, con tutto il suo bagaglio di esperienze professionali e umane per creare delle relazioni, per intessere scambi di pensiero, con parole e gesti pratici ma delicati e per dar vita a una comunità che si prenda cura l’uno dell’altro.

Cosetta ha costruito delle amicizie vere con i suoi clienti, che chiama la sua famiglia, non le è bastato consigliare un libro, ordinarlo qualora non ci fosse, recapitarlo a casa anche in altre città quando la persona fosse impossibilitata a tornare. Quel seme di cultura, di altruismo, quella luce che ha saputo accendere nell’incontro, sono rimasti dentro le persone che ha conosciuto. Oggi, ancora commossa, racconta la solidarietà sorprendente che ha ricevuto quando, contro la sua volontà, ha dovuto lasciare la libreria di via Mazzini. È stato un suo cliente a trovare il nuovo locale dove ora, con un’empatia toccante, Cosetta ci racconta la sua storia. Una vita in cui ha incontrato Giulio Einaudi, tanti famosi scrittori del festival Dedica, grazie alla collaborazione ventennale con il direttore Claudio Cattaruzza, altri scrittori di Einaudi con i quali è andata nelle scuole per promuovere la lettura e i libri. Cosetta racconta tanti intrecci umani che potrebbero finire nelle pagine di un libro. Chissà. 

Il cioccolato e la sua musa

Resto incollata alla teca-vetrina addobbata con i biglietti d’oro, quelli del celebre film Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato. Pregusto l’incontro con la guida che ci porterà alla scoperta del locale storico di prelibatezze dolciarie Peratoner, fondato nel 1873, mentre nella mente appaiono i coloratissimi Umpa Lumpa, le creature immaginarie del film, addette alla produzione del cioccolato.

Appare Anna Friolo, affascinante nella sua bellezza muliebre. Scopriamo poi che è stata Miss Trieste 1982, indossatrice e che si trasferì negli anni Novanta – lei triestina – a Pordenone per guidare il punto vendita di Max Mara. Conosce Giuseppe Faggiotto, talentuoso maître chocolatier e insieme, l’artista e l’imprenditrice, uniti da un’alchimia magica, costruiscono il nuovo Peratoner. Faggiotto, originario di San Donà del Piave a Venezia, vuole, infatti, salvare questo pezzo di storia della città che stava per morire. Anna, già conosciuta e benvoluta in città, diventa il volto di Peratoner, e come la bella Vianne di Chocolat, attira in questo luogo di perdizione dei sensi, gli amanti del bello e del buono.

Mentre ammiro il bancone in stile viennese con innumerevoli tipi di praline e pâtisserie, immagino la fontana che per decenni, al centro del locale, lasciava colare a getto continuo trentacinque chili di cioccolato fondente. L’unicità dell’opera, replicata solo in cinque esemplari nel mondo, un capolavoro di golosa sensualità, comportò anche l’impossibilità di riparazione quando, purtroppo, mal funzionò.

Camminando nella gremita sala centrale, con sedie e divani rivestiti di pelle bordeaux e i tavolini in marmo, alcuni ancora risalenti al 1880, si osservano i visi allegri degli ospiti. Per Anna e suo marito, insieme oramai da più di trent’anni, e sempre pronti a nuove sfide, tutto ciò che conta è rendere felici le persone che frequentano Peratoner, riservando loro il meglio, sia come materie prime, sia come ricerca (il laboratorio nella galleria a fianco è una fucina di novità), sia come creatività e accoglienza. Anna ci guida dietro un séparé: alle pareti sono incorniciate fotografie del famoso salotto Peratoner, di cui avevo letto tanto. Per dieci anni Anna e Giuseppe, in un luogo unico, a partire dagli arredamenti fastosi, ricevevano ospiti importanti e connettevano relazioni, mentre si degustavano cioccolate. Purtroppo, l’incendio del laboratorio un tempo limitrofo, mise la parola fine all’iniziativa. Anche Joanne Harris, la scrittrice di Chocolat, fu ospite e chissà se riportò delle suggestioni di questo magico salotto nel suo libro.

L’amministratrice country

Pioviggina quando arriviamo a Vivaro, a circa venti minuti in auto da Pordenone. Eppure, l’energia contagiosa di Chiara Trevisanutto, amministratrice delegata del country resort Gelindo dei Magredi, è capace di far brillare il sole. Iniziamo la visita con la zona dedicata allo spaccio di verdure, prendiamo un caffè al bar mentre vediamo l’osteria, nella stessa sala. Poi Chiara ci mostra il grande salone per le feste con caminetto, la “Corte dei Venti” e una sala più piccola, il “Tinello dei gourmet”. I cuochi sono i fratelli Elena e Tiziano, cugini di Chiara. La cucina è tradizionale, la pasta è fatta in casa, e qui vige il motto “dalla terra alla tavola”. Tutt’attorno, infatti, ci sono quindici ettari, dedicati a orti (sia all’aperto sia in serra), cereali, pascoli, foraggere, vigna, frutteti e anche all’allevamento di suini, pollame e manze.

Alla fine degli anni Sessanta i nonni Gelindo e Attilia avevano campi e allevavano il bestiame e già pensavano a un agriturismo. Oggi le stanze sono ventitré e ci sono anche vari alloggi agrituristici, con piscina, un agricampeggio per venticinque camper. La gestione è familiare, sono in nove a curarsi di questo podere che è una scoperta continua.Chiara ci porta a vedere il mulino a pietra dove lavorano il mais per la polenta, il laghetto ornamentale con le oche, la casetta a forma di botte con camera matrimoniale, le scuderie con quaranta cavalli e qualche pony e il maneggio coperto (siamo in una scuola d’equitazione affiliata alla FISE – Federazione Italiana Sport Equestri) con possibilità di apprendere dalla scuola di base, fino allo stage agonistico. E poi c’è la fattoria didattica, che richiama quattromila presenze all’anno.

Chiara ha raccolto il testimone da papà Piero cinque anni fa, intorno ai quarant’anni, con un passaggio generazionale molto naturale, anche perché è aiutata da tutta la famiglia. Il podere è un luogo partecipativo, dove si organizzano incontri, degustazioni, cacce al tesoro, passeggiate in carrozza, caccia alla volpe, gare di equitazione, vendemmie didattiche, visite al museo contadino… Chiara è instancabile, già pensa di realizzare una Spa per il prossimo anno. In questo microcosmo immerso nel verde, alla confluenza dei fiumi Cellina e Meduna, Chiara ci ha fatto sentire il legame con la natura e la terra. Vulcanica com’è, pensa anche al divertimento dei propri ospiti, attraverso lo svolgimento di varie attività (ha creato il laboratorio di mosaico, di cucina, di confezionamento confetture e conserve). Con lei è impossibile annoiarsi e di conseguenza la creatura Gelindo dei Magredi sarà sempre un’attività viva e propulsiva.

L’amante del vino tra cuori e valori

L’apostolo Simone, nella tradizione orientale bizantina, sembra sia stato identificato con lo sposo delle nozze di Cana, al cui cospetto Gesù tramutò l’acqua in vino. L’azienda agricola San Simone, rossa negli esterni e abbracciata dal verde delle vigne, si chiama così per mantenere il fil rouge delle tradizioni legate a un vissuto. In effetti, più di 110 anni di storia fa, l’inizio dell’unione della famiglia Brisotto con il vino, nasce a Prata, piccolo comune con una chiesa dedicata ai Santi Simone e Giuda.

Ora siamo a Porcia, accolti da Anna Brisotto in quella che è la sede da più di trent’anni e che porta proprio il nome del santo di quella chiesa del paese dove tutto ebbe inizio. Anna ha un sorriso dolcissimo, modi delicati e un eloquio introspettivo. Sembra che sia stata temprata da sofferenze profonde tramutate in un cuore ancor più grande e aperto al prossimo. Una sollecitudine che oltre a coltivare vigne e a produrre vino, la porta a stringere relazioni umane. Non a caso è stata presidente del consorzio Doc Friuli Grave (prima donna a ricoprire questa carica), perché sente forte l’impegno per il territorio e desidera fare la propria parte. Sostiene anche Pordenonelegge come partner, realizzando edizioni speciali di vini in apposite bottiglie color giallo che riportano in etichetta il manifesto dell’edizione, ogni anno diverso ma sempre divertente.

Mi colpisce ciò che leggo su un pannello, a fianco dei coloratissimi cuori disegnati dall’artista Antonio Visentin:

“Bevete i vini del cuore, i vini legati ai bei ricordi e a belle persone incontrate nella nostra vita. Un calice di vino diventa così un viaggio in luoghi visitati, nella memoria, tra volti, storie e incontri”.

Non è firmato, la sensazione però è che sia quello che pensa Anna. Pensava di diventare avvocato, ma la scomparsa prematura del padre prima, della madre poi, per malattia, l’hanno riportata a casa, in famiglia, con i fratelli Chiara e Antonio a proseguire, con naturalezza, l’eredità familiare. Ascoltare la voce di Anna raccontare la sua storia, che è la storia dei legami familiari che hanno accompagnato per oltre cent’anni quattro generazioni a fare vino nel modo migliore che conoscevano, mi riporta alla mente Luis Sepulveda. “Le parole sono come il vino: hanno bisogno di respiro e di tempo perché il velluto della voce riveli il loro sapore definitivo”. Per Anna è fondamentale che il loro vino trasmetta il segno di una cura e soprattutto di un valore che leghi la storia del territorio con il lavoro presente, testimone di una vicenda di amore e di dedizione. Questa volta non parliamo di ettari o di numero di bottiglie o di tanti altri aspetti tecnici, ma brindiamo alla bellezza e alla vita con un calice di Sugano 2022, Cabernet Franc in purezza, un esempio espressivo, ben riconducibile a questa terra.

La protettrice di antiche viti

Da Pordenone guidiamo per una quarantina di chilometri verso Valeriano, vicino al borgo medievale di Spilimbergo. Occhi vispi, favella veloce, carattere deciso: Alberta Bulfon mi stringe la mano e mi scorta al lungo tavolo di degustazione. In piedi, mi osserva e racconta.

Il padre, Emilio Bulfon, aveva visto oltre già negli anni Sessanta. Scopre nell’area pedemontana del Friuli occidentale, nei pressi del fiume Tagliamento, varietà dimenticate, neglette, senza un futuro. All’epoca non c’era molta attenzione verso i vitigni autoctoni, per Bulfon riscoprirli e riportarli in vita diventa una missione. Nel 1972 prende un appezzamento a Valeriano e nel tempo seleziona e reimpianta le cultivar ritrovate, con la collaborazione degli esperti ampelografi dell’Istituto Sperimentale di Conegliano. Sciaglin, Forgiarin e Piculit Neri vengono iscritte al catalogo nazionale delle varietà di viti e ottengono l’Indicazione Geografica Protetta. Bulfon non smette la sua ricerca e trova varietà quasi scomparse anche in altre zone del Friuli: Cjanorie, Cividin, Cordenossa e Fumàt. Sono nomi del dialetto friulano che Bulfon ha voluto mantenere per tutela della memoria locale. 

Alberta ha sempre aiutato il padre, diventando portavoce dello storico patrimonio viticolo di unicità che vive solamente qui. Dopo gli studi in Conservazione dei Beni Culturali, con almeno una settantina di pubblicazioni all’attivo, diventa il trait d’union tra il lavoro del padre e il territorio. Trasmette gli aspetti storici e culturali dell’areale, oltre a quelli vitivinicoli, creando un racconto ben contestualizzato: l’intento è di sviluppare relazioni e rapporti umani. Ama la vigna, è responsabile della fattoria didattica e dell’accoglienza ed è profondamente coinvolta a tramandare il valore di questo tesoro ampelografico e vinicolo.

Mentre mi versa i vini resto colpita dalle etichette: sono stilizzate, tratte da un affresco dell’ultima cena di una chiesetta vicina, Santa Maria dei Battuti. Un dettaglio che rende immediatamente riconoscibili questi vini così rari e preziosi, che parlano di un racconto antico, ma vivo e vibrante. Alberta spiega i vini e mentre li assaggio mi perdo nei profumi e sapori mai assaggiati prima: un’esperienza straordinaria. Alberta tutela un patrimonio prezioso, che riporta in vita antiche memorie. Dopo aver bevuto quei vini, non ti sentirai più la stessa persona. 

Pordenone, nella sua dimensione particolare, tra paese e città, è il luogo d’incontro con storie femminili di avanguardia e di umanità, di cambiamento e di cultura.

Si respira aria nuova, guardando i piedi delle montagne, talmente vicini che sembra di poterli toccare con la punta delle dita. Un posto abitato da gente concreta, amante della cultura e della bellezza, dotata di sensibilità e intuizione. Pordenone, ora che ti abbiamo abbracciata, è difficile lasciarti andare.


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