Ognuno ha le sue piccole fissazioni e la mia ruota attorno al burro d’arachidi. Lo metto sulla pasta condendolo con peperoncino del Sichuan (e una manciata di altre cose), lo frullo con banane, latte d’avena e spezie per aperitivo, o insomma quando me ne viene voglia. In un mondo che vedo già alzare il sopracciglio con fare giudicante, la buona notizia è che il secondo comportamento diventa via-via più sdoganato. E che a Milano chiunque volesse provare la combinazione può passare da The Seed e provarla sul proprio palato. Specialmente per aperitivo, specialmente abbinandola a un roll alla cannella. Così sembra di tornare daccapo a fare colazione.
Non è l’unica motivazione per passare dalle parti di viale Monte Nero. Chi ha seguito i trend degli ultimi dieci anni, lo sa: è stata la rincorsa ad aprire il locale più salutista – la parola è proprio quella, non ci sono altri modi per definirlo. Usare l’inglese healthy è un abbellimento e fa solo notare di più il pasticcio in cui ci siamo cacciati. Dalle insalatone delle tavole calde agli avocado toast dei Millennial convinti di abitare in California, avere un rapporto positivo con il proprio corpo (qualsiasi cosa voglia dire) è stato declinato in più o meno qualsiasi macchinazione. Ognuna di esse aveva un obiettivo: convincerci che non stavamo facendo abbastanza.
Tanto la Generazione Z (che se ne frega di più) che la mal sopportazione del rapporto vessatorio che costringe a leggere minacce nella frase “guardarsi allo specchio” hanno portato a un cambiamento di vibrazione. E a una conclusione: che si possa mangiare in modo armonioso senza fustigarsi le papille.
E che un locale “healthy” sia comunque possibile, però fatto in modo diverso e con principi diversi.


Questa appare l’intenzione dietro The Seed, fondato da Flavia Abbadessa e Adriana Masserini. Le quali, però, hanno fatto le cose al contrario, dunque non cercando di far passare il cibo come la panacea di tutti i mali e dei girovita sottili. Ma aggiungendolo in un luogo di altri ritmi e altra vita. Tenendo tutto insieme; mettendo in circolo le lezioni apprese da una parte e dall’altra; e lavorando sì sulla magrezza del prodotto, a tratti, ma soprattutto creando legami con bravi artigiani locali, riempiendo i cuori e rimpinzando l’ecosistema di positività.
In altre parole, Abbadessa e Masserini hanno creato uno spazio aperto tutta la giornata (fino alla zona cena), che potesse essere caffetteria la mattina, lunch spot a pranzo, e via dicendo. Lo hanno anche creato affinché fosse il primo contatto – il seme, come recita il nome – ma anche il corollario di The Garden, studio di yoga, Gyrotonic e benessere fondato dalla stessa Abbadessa. Così in un certo senso, in questa equazione, il benessere si demanda a qualcun altro.
Gli spazi, sia del Garden che del Seed, sono notevoli. Il primo si sviluppa al piano -1 sul livello della strada, presenta diversi ambienti articolati e una suggestiva sala (cioè, un salone) centrale con lucernario e attrezzi per tante diverse attività. Sullo stesso livello, anche uno spazio di coworking del tutto ovattato e lontano dallo scorrere della città. Quest’ultimo è replicato anche nello spazio di The Seed, la cui vetrina si apre sì sul corso, ma sviluppandosi poi all’interno del cortile del proprio palazzo, creando anche in questo caso una nicchia distaccata dal flusso cittadino. Oltre al coworking, un’area di detox digitale e una per le chiacchiere. I confini sono sexy, si legge sui profili Instagram che promuovono nozioni di psicologia spicciola. Antropologia a parte, la verità rimane: perché non si sta parlando di linee di divisione nate per escludere (borders, in inglese), ma della necessità di dare a ogni cosa la propria collocazione spaziale (boundary). All’interno di un caffè che serve ogni momento della giornata e che invita a fermarsi anche più ore, è una bella idea.
Come lo è avere affidato il reparto pasticceria e lievitati a Benedetta Bigoni, in arte Bibi Lab: ottimi cinnamon roll (li citavamo prima), torte delle rose, sfogliati, brownie e insomma, c’è di che divertirsi. Anche perché “Bibi”, classe ’92, si è formata all’Alma – Scuola Internazionale di Cucina Italiana, perfezionando una passione di sempre, e prima di approdare al suo “marchio” è passata dal ristorante di Claudio Sadler a Milano, ma anche per Parigi. Ed eccoci al 2020. Anche qui, insomma, c’è una storia da scoprire.



Negli ultimi mesi, inoltre, The Seed ha voluto allargare queste identità diffuse anche alle “stazioni” attraverso cui accompagna i visitatori. Da marzo, quindi dall’apertura, dalle 11:00 alle 17:00 della domenica è attivo il brunch: al costo fisso di 26 euro, una formula che permette di scegliere tra pancake al naturale, ai frutti di bosco, con sciroppo d’acero, ma anche al cioccolato con banana e burro di mandorle, e poi spremute fresche, bevande calde, e piattini tra cui quiche alle verdure, pan con tomate (rivisitazione del classico spuntino spagnolo), banana bread, carrot cake, brownie al burro d’arachidi o power ball, stuzzichini dolci-ma-non-troppo composti di solito da datteri e frutta secca, più gusti a piacere.
Alcuni elementi si ritrovano anche nel menu “classico” di The Seed. Soprattutto durante la colazione, a cui si aggiunge anche l’overnight oat, porridge lasciato riposare una notte intera. Non mancano gli smoothie e i centrifugati in diversi gusti. A pranzo insalate, zuppe, torte salate e tanti cereali integrali. Ma anche i tasty toast: una base di pane artigianale farcita sia in versione salata, che dolce.

Ultima novità è invece quella legata all’aperitivo, diventato più strutturato a partire da inizio novembre. La nuova formula, disponibile a partire dalle 18:00 circa, comprende una piccola selezione di vini, kombucha targata Legend Kombucha, birre by Malaspina (produttori artigianali a Segrate, alle porte di Milano) e analcoliche, quelle di Gimme More. Anche qui si tratta di produttori di assoluta prossimità, dentro i confini metropolitani del capoluogo lombardo. Chiude il tutto una piccola proposta di piatti freschi e vegetariani, per esempio hummus, tzatziki, formaggi. Per nulla male.
Le somme da tirare portano a una domanda: che sia arrivato il momento di dire au revoir ai “posti healthy” spersonalizzati, catenizzati e pure, diciamolo, un po’ castrati nel gusto?
L’alternativa, lo dimostrano progetti come The Seed, è possibile. Come lo è lavorare di palato e di fino sulla selezione dei prodotti, componendo non solo una squadra di qualità, ma pure una che dialoghi con il territorio e dia risalto a piccoli operatori indipendenti.
Questo seme, insomma, ha tutte le carte per germogliare. E la prossima volta, magari, ci fermeremo anche per due saluti al sole in quella magnifica sala.





