Mini-storia
Home of Yoga
Vivere, Hoy
Una declinazione di wellness hotel con vibe mediterranee, latine e scandinave
Testo di
Elisa Teneggi
Foto cortesia
Vivere, Hoy
7 minuti

Su alcuni dettagli è meglio riflettere dopo. Dopo essersi alzati da tavola, dopo aver incontrato una città, dopo aver conosciuto qualcuno che ci ha lasciato con un luccichio addosso. Così non mi viene subito in mente, che effettivamente nella mia stanza di albergo a Parigi non c’è la televisione. Sono circondata di verde acquamarina e all’ingresso c’è uno specchio con una sbarra da ballerina. Niente minibar, al suo posto una brocca d’acqua con un bizzarro monolite kubrickiano: apprendo trattarsi di carbone binchotan, ricavato dal leccio giapponese di Kishu (antica provincia, oggi divisa tra Wakayama e Mie). Una targhetta di stoffa applicata mi spiega meglio: rimuove le impurità e rilascia minerali utili al mio benessere.

È solo l’accoglienza di quello che si rivelerà un coup de coeur. 68 rue des Martyrs, propaggini meridionali del quartiere di Pigalle. Quello che un tempo si distingueva come il covo di piacere dei parigini oggi è un quartiere sì con la sua storia discinta ancora apppiccicata addosso (e non dubitiamo in maniera performativa), ma soprattutto quello che le riviste appropriate definirebbero un trendy neighbourhood. “Sta diventando un po’ un secondo Undicesimo”, mi dice Stefano De Carli, cuoco e co-fondatore di Trouble, un wine bar – come tutti i sedicenti wine bar italiani dovrebbero essere, ma lasciamo perdere – dove si beve, si mangia (davvero bene) e ci si gode questo rinnovato vicinato da una prospettiva privilegiata. De Carli intende ovviamente l’arrondissement che negli ultimi anni ha fatto sospirare i viaggiatori e la clientela cool: sotto al Père Lachaise, ma pure sulle collinette di Belleville, il giovane mondo trendy aveva costruito un suo tempio (basti pensare che Septime, si trova proprio qui). Ma questa è un’altra storia.

La rinnovata anima di Pigalle è confermata anche da Charlotte Gomez de Orozco, fondatrice di Hoy, nella cui camera non ho trovato la televisione ma un monolite di carbone giapponese. Charlotte nasce in Messico e arriva a Parigi a tredici anni. Non è per nulla nuova, alle questioni dell’ospitalità: la decisione di aprire un suo posto è maturata tra il 2017 e il 2020, portandola ad aprire subito dopo l’inizio della pandemia di Covid-19, e come albergatrice di quarta generazione. “Pigalle mi ha sempre affascinato, è un quartiere di contrasti. Oggi è uno dei più creativi di Parigi, che fa convivere la sua eredità storica con caffè indipendenti, gallerie, ristoranti e artigiani locali”. È dunque al cuore di tutto che Gomez dedice di aprire Hoy, non solo un hotel.

Acronimo di Home of Yoga ma anche “oggi” in spagnolo, Hoy è ospitalità orientata al benessere.

Una declinazione di wellness hotel ispirata agli ambienti del Mediterraneo, alle vibrazioni latine e all’influenza scandinava nel design degli ambienti. Ospita un fiorista, una boutique, uno studio yoga e pilates, sale riservate a trattamenti olistici che vanno dai massaggi alla lettura dei tarocchi. E poi Mesa, un ristorante plant-based. “Ho deciso di portare il mio progetto nel centro della città perché non credo che wellness voglia dire scappare dalla realtà, ma navigare meglio la quotidianità”. Soggiornando a Hoy, si capisce facilmente che Charlotte ha centrato il bersaglio.

“Hoy è nato da una domanda molto intima. Mi chiedevo: perché viaggiamo? Spesso perché vogliamo scoprire una nuova città, oppure per riconnetterci a noi stessi. Mi sembra che ormai l’ospitalità sappia offrire soggiorni decisamente confortevoli, che però non per questo significano benessere per gli ospiti”.

Così continua a raccontarmi, spiegandomi che è stata la scoperta dello yoga, nei primi vent’anni, a permetterle di cambiare prospettiva sul suo ritmo nel mondo. Da lì, l’idea di aprire uno spazio che potesse contenere tutto, parlando la stessa lingua e muovendosi in una sola direzione: accoglienza, movimento, cibo, design, cura.

“Abbiamo disegnato le camere pensando di creare dei nidi urbani. Abbiamo cercato di comunicare dalla sensazione che avremmo voluto provocare nell’ospite, non dall’estetica di come potevamo immaginarci una bella camera d’albergo. Allora abbiamo deciso di togliere tutti gli elementi che avrebbero generato rumore: come, appunto, le televisioni. Abbiamo scelto texture naturali, legno di quercia, lino, colori ispirati alla calce e forme stondate. Per far respirare un po’ di più”.

La centralità del benessere nella progettazione di Hoy dialoga con riassestamenti più ampi nel mondo dell’ospitalità. Si tratta di una ridefinizione a tutto tondo dell’idea di lusso, mi dice Charlotte: una volta, per fregiarsi di un’offerta benessere bastava una zona spa. Ora, il cliente cerca qualcosa di diverso. “Quando abbiamo iniziato con Hoy, l’ospitalità rivolta al wellness era ancora relativamente piccola in Europa, come fetta di mercato. Oggi, vediamo sempre più viaggiatori alla ricerca di esperienze che li lascino arricchiti, e più pieni, di quando erano arrivati. Ed è bello vedere che stanno nascendo concetti sempre nuovi, dagli studi verticali ad altri hotel in giro per il mondo. Questo però non vuol dire che l’evoluzione del settore sarà dettata da chi potrà offrire di più, dalla quantità. Credo anzi che sarà sempre più importante mostrarsi autentici, offrire esperienze in cui si crede davvero. Non si possono prendere in giro i clienti: se si sta facendo un ragionamento promozionale solo perché ora va di moda, l’ospite se ne accorge subito. Per Hoy, ogni decisione che prendiamo parte proprio dal cencetto di benessere. E poi non ci fermiamo mai, non smettiamo mai di evolvere. La bellezza dell’accoglienza è proprio questa: essere un progetto in continuo movimento”.

A proposito, non si può non lodare il lavoro portato avanti nella cucina di Mesa (tavolo in spagnolo). “Con Mesa abbiamo sempre voluto sottolineare un concetto: la cucina vegetale può essere generosa, emozionante e soddisfacente. E narrativa: non abbiamo mai voluto restringerci in questo o quel campo, abbiamo sempre creato con la massima libertà. I nostri cuochi provengono da background latini e mediterranei: siamo molto fortunati in modo quasi serendipico, perché questo significa avere un menu ricco e sfaccettato. Sono culture che celebrano i vegetali, le erbe, i legumi, l’olio d’oliva e la stagionalità”, esordisce Charlotte.

Si comincia dalla colazione, disponibile anche in combinazione brunch dolce o salato: pancake, granola, banana bread; olive, labneh, ajoblanco, patate con salsa al matcha. O perché non un taco ripieno di kefta di tofu? Il pranzo ricalca la struttura della colazione-brunch, con maggiore enfasi sui piatti “cucinati”. E per la cena, prepararsi a stare bene-bene: Hummus del giorno con focaccia, Zuppa fredda di piselli, Carpaccio di pomodori con emulsione alla verbena e pesche arrostite, ma anche Arancini con cuore di pesto filante. Tra i piatti principali, Tacos con funghi orecchioni BBQ e salsa verde, Cavolfiore arrosto, Noodles in curry thai con verdure, Milanese di melanzana con salsa al pomodoro. Un paio di scelte per dessert, Assoluto di pistacchio o di Ciliegia e lavanda. Entrambe le scelte si riveleranno corrette.

Gotthold Ephraim Lessing, filosofo e drammaturgo nato in Sassonia e vissuto nel Diciottesimo secolo, scriveva che l’attesa del piacere è essa stessa il piacere. Spesso, mi pare, in cucina si deve però ribaltare tutto. L’attesa del piacere, in questo campo, può solo creare frenesia, salivazione e aspettativa. Al tavolo, meglio arrivarci con i pensieri svuotati. Di sicuro è consigliabile nel caso di questa Mesa, dove ogni preconizzazione è solo perdita di tempo e inquinamento dello spirito. Ordinate liberamente: vi alzerete con la stessa meraviglia dell’accorgervi di non aver notato l’assenza della televisione nella vostra stanza d’Hoy. “Anche qui, il benessere guida tutto. Non in maniera dogmatica” – sottolinea Charlotte, e io ci leggo: calorie, nutrienti, parole oscure come queste – “ma chiedendoci: come può un pasto nutrire, dare energia e rendere felici?”. La strada della ricerca prosegue ora con una fase più ricca di fermentazioni, cotture a fuoco vivo, e protagonismo del vegetale.

Alla fine, quasi d’ufficio, chiedo a Charlotte che cosa pensa che i clienti amino particolarmente, dell’angolo che ha creato. In realtà, forse, la risposta non mi interessa. Perché nei posti in cui torneremo, quelli veramente speciali, la sensazione personale sulla pelle è tutto quello che conta. Una stanza senza televisione, proprio come quella in cui ho vissuto la quasi interità della mia vita adulta, mi aveva già detto tutto. Certe cose non possono fare altro che essere vissute.


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