La cucina, l’atto stesso del cucinare per sé o per altri, è un tratto che accomuna tutti gli esseri umani. A chiunque di noi è capitato, presto o tardi nella propria vita, di avvicinarsi a fuochi e pentole per passione o necessità. Coloro che hanno saputo vedere oltre lo scandirsi monotono di singole azioni ripetute, sono riusciti a convertire questa routine in creatività, evolvendosi verso la costruzione di un mestiere.
Quello che per molti è solo un vacuo tempo di attesa dell’acqua che bolle, un lento sciogliersi del burro prima della frittura, o il forno che sbuffa arrivare a temperatura, per altri è invece una quotidianità finalizzata a un obiettivo. Essere un cuoco.
C’è chi nel pirlare un impasto trova compiacimento, chi gode nel veder sfrigolare il proprio sugo, chi si compiace al gusto di una forchettata di pasta al ragù. Tuttavia nessuno vede nella cucina un potere salvifico, terapeutico, alchemico, sensuale, artistico, quanto un cuoco. E non parliamo di chef perché in questo caso la dimensione dell’operatività, del contatto diretto e sempre in prima linea con l’oggetto, sono costanti e concreti. Nella vita da cuoco c’è verità, c’è umanità, ci sono delusioni e sacrifici, ma c’è anche grandissima libertà di espressione. “Una cosa è certa, con soli quattro tavoli se vieni qui a mangiare sei in casa mia a tutti gli effetti. Ti comporti in un certo modo e ti adatti al nostro credo altrimenti, è presto detto, non siamo il posto che fa per te”. A parlare è Matteo Monti, cuoco piacentino dalla personalità straripante, a tratti caricaturale e con un senso del dovere instancabile. Custode, proprietario e anima di Razdora, uno dei locali più piccoli – ma più fruttuosi – della città di Milano. A differenza di colleghi con percorsi più lineari, la carriera di Matteo è stata bene o male sempre scandita da atti di grande rilevanza e al contempo di grande criticità.
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