Non sono mai stato un cattolico esemplare. Le rare volte in cui ho varcato la soglia di una chiesa è stato per un funerale o per curiosità turistica. Eppure anche io mi chiedo perché mai mi accompagni costantemente un senso di colpa, sottile ma onnipresente, in ogni cosa che faccio? Per gli orrori del mondo su cui non prendo abbastanza posizione. Per i programmi che guardo in televisione. Per il vino bevuto la sera prima. Per il privilegio occidentale di cui godo. Ma, più di tutto, per ciò che mangio.
A volte la colpa mi assale quando sono troppo stanco per andare al mercato e la dispensa è vuota: allora infilo nella friggitrice ad aria qualche bastoncino di pollo surgelato comprato per i miei figli. Mi vergogno: sono un ragazzino? Perché mi riduco a mangiare così? E soprattutto: perché il mio corpo ne trae tanto piacere? Altre volte, invece, cedo all’eccesso con qualcosa di ricco e peccaminoso, come caviale adagiato su pelle di pollo fritta.
Il termine guilty pleasure, quando applicato al cibo, rimanda spesso a qualcosa che amiamo mangiare pur sapendo che è “sbagliato”, per una ragione o per l’altra. Un cibo che può apparire vergognoso per ciò che rappresenta. Per quello che infligge al nostro corpo. Per l’impatto che ha sul pianeta. O anche solo per l’immagine che restituisce di noi agli occhi degli altri.
In fondo, pochi sono puristi fino in fondo. Anche i grandi chef del mondo hanno i loro vizi di gola. David Chang non ha mai nascosto la sua passione per la pizza di Domino’s, mentre Dominique Crenn predilige una baguette con merguez d’agnello. Si racconta che Anthony Bourdain amasse il pollo fritto di Popeye’s. Ferran Adrià ha confessato che il suo guilty pleasure è il Bollycao, una merendina industriale ripiena di cioccolato. E chissà, magari Alain Ducasse si nutre segretamente di vol-au-vent comprati in un’area di servizio.
Alla domanda, molti risponderebbero indicando qualche prodotto industriale che li conforta: un sacchetto di caramelle gommose o le patatine fritte di McDonald’s, come loro guilty pleasure. Oppure potrebbe trattarsi di una ricetta di famiglia unica, che evoca la nostalgia di un tempo più innocente della nostra vita, anche se preparata con ingredienti economici da supermercato. O magari qualcosa di bizzarro, come un panino di spaghetti canadese o lo spam musubi delle Hawaii.
Ma davvero ci sentiamo in colpa perché mangiare queste cose può intaccare il nostro status sociale? Perché sono “al di sotto” di noi? Davvero smettiamo di essere cool se ci piacciono i vermetti gommosi alla frutta?
Io per primo ho giudicato e preso in giro persone per le loro scelte di cibo o di bevande. Probabilmente lo hai fatto anche tu. Una volta ho visto qualcuno ordinare una Coca Cola al Noma, convinto che fosse l’unico modo per calmare lo stomaco durante “il pasto della vita”. Non ho mai smesso di prenderlo in giro per quella scelta. E credo che non lo farò mai.
Ma davvero ci sentiamo in colpa perché mangiare queste cose può intaccare il nostro status sociale?
A volte il nostro guilty pleasure è qualcosa che infrange la tradizione. Come l’ananas sulla pizza. È davvero così terribile? Oppure scegliere il burro al posto dell’olio extravergine in un classico piatto napoletano. E poi c’è l’eccesso. Dabiz Muñoz, ad esempio, potrebbe servirti tutti i sapori più rari e deliziosi insieme, su un unico piatto da DiverXo, invece di distribuirli nell’arco del pasto.
Il senso di colpa si annida ovunque: in ogni menu degustazione e su ogni scaffale di supermercato. Se glielo permettiamo, ci porterà via tutta la gioia.
“Non credo nei guilty pleasures” ha dichiarato una volta, in un’intervista, Dave Grohl, chitarrista dei Foo Fighters. “Se una cazzo di cosa ti piace, allora ti piace. Il problema della nostra generazione è proprio questa colpa residua da punk rock, tipo: Non dovresti apprezzare quella roba. Non è fottutamente cool. Ma non pensare neanche per un attimo che non sia cool amare Toxic di Britney Spears. È assolutamente cool amare Toxic di Britney Spears! Perché cazzo no? Vaffanculo! Questo è ciò che sono, dannazione!”
“Tutta questa storia dei guilty pleasure è una cazzata colossale”
Dave Grohl
E quello che dice Grohl, anche se non è un parallelo perfetto, ha un suo senso. Possiamo semplicemente goderci il cibo senza preoccuparci ogni volta di cosa pensino gli altri? Se ci regala piacere, non possiamo semplicemente lasciarlo essere? Davvero deve spuntare la pattuglia della purezza ogni volta che addentiamo un pezzo di cioccolato?
Se mangiare fosse soltanto questione di sostentamento, mangeremmo sempre e solo pollo bollito con broccoli al vapore. È naturale invece cercare piacere in ciò che mangiamo. Scoprire combinazioni di sapori e tecniche capaci di risvegliare un po’ il cuore e il cervello. Tutti abbiamo bisogno di questi piccoli frammenti di estasi.
Eppure, un limite deve pur esserci. Mangiare qualsiasi cosa ci venga in mente, in qualsiasi momento, senza curarci di quanto faccia male a noi o al pianeta, ignorando tutte le conseguenze che comporta, non significa essere cercatori di piacere. Significa soltanto essere degli stronzi. Con quasi ogni cibo, infatti, esiste un modo per abusarne: puoi cucinarlo fino a rovinarlo, puoi sprecarlo senza pensarci, puoi ingozzartene fino a odiarlo. Forse il problema non è nemmeno la colpa, ma la nostra visione troppo limitata del piacere.
Non proviamo forse più piacere nel desiderare qualcosa? Nel capire cosa significa vivere con quella cosa e senza di essa?
Un pomodoro heirloom perfetto a fine estate – selezionato per decenni da generazioni di contadini per esaltarne il sapore, raccolto dalla pianta nel momento esatto in cui è maturo – non dovrebbe darci un piacere pari se non superiore a quello di una combinazione di sostanze chimiche assemblate in laboratorio per ingannare il nostro cervello? Se quel pomodoro fosse disponibile ogni giorno dell’anno, forse non ci darebbe la stessa gioia. Ma, quando gli astri si allineano, poche cose riescono a esprimere meglio un tempo e un luogo.
E se ci limitassimo un po’? Uno studio ha dimostrato che il 12% degli americani è responsabile di quasi la metà del consumo totale di carne bovina nel Paese. E non si tratta certo di manzo allevato al pascolo, ma del peggiore tipo, in gran parte proveniente da bovini cresciuti in allevamenti intensivi o su terreni che un tempo erano foresta pluviale in Brasile. Davvero riescono a provare lo stesso piacere da hamburger, bistecche e barbecue quando li ingurgitano più volte al giorno? Noi che magari gustiamo la coda di bue un paio di volte l’anno non dovremmo avere il diritto di assaporarla, o spetta soltanto a quei coglioni il piacere di divertirsi?
Che tu ti ispiri al punk rock o a Gesù Cristo, il piacere dovrebbe nascere da ciò che nutre i nostri corpi, le nostre anime. In fondo, non si tratta di godimenti a buon mercato, ma di amore.





