Mini-storia
intelligenza vegetale
Perché i Breaders stanno cambiando il mondo (del pane e non solo quello)
Dal MIETITUTT alla rivoluzione del pane: cinque forni, un mulino collettivo e una rete fondata sulla biodiversità
Testo di
Greta Contardo
Foto di
Anna Corai
Perché i Breaders stanno cambiando il mondo (del pane e non solo quello)
12 minuti

C’è un grande prato verde dove nascono speranze. Questa storia potrebbe iniziare così, parafrasando Gianni Morandi e la sua Un mondo d’amore. Potrebbe, ma siamo a Nocciano, in Abruzzo, tra il Gran Sasso e la Majella, il prato è un campo di grano e le speranze non solo nascono ma germogliano, sono raccolte, macinate, impastate. E molte, ormai, sono già diventate pani, al plurale. Perché c’è tanta pluralità in questa storia, o meglio, c’è tanta biodiversità.

Questa è una storia di rete, di alleanza, di rivoluzione quotidiana ed è un pezzetto di storia dei Breaders.

Breaders che?

È la domanda giusta, perché la risposta non è semplice. Sono cinque forni, ciascuno con la propria storia, che hanno deciso di fare una cosa rara: smetterla di fare tutto da soli e mettersi insieme. Sono Forno Brisa a Bologna, Panificio Davide Longoni a Milano, Mercato del Pane a Pescara, Pandefrà a Senigallia e MAMM a Udine. Nocciano è il luogo che li riunisce da prima che sapessero di voler esistere, il luogo che ha fatto nascere una serie illimitata di sogni che sono stati messi a terra. È il luogo dove sono nati i Mietitour, “il capodanno dei forni e del grano”. Ed è proprio all’ultimo Mietitour – che per quest’anno è diventato MIETITUTT – di un mesetto fa tra i campo di grano di Nocciano, che cerchiamo di capire meglio che diamine sono i Breaders, cosa stanno facendo, cosa faranno e soprattutto come lo faranno. “Nello spirito di Nocciano, luogo di ispirazione che invita a ripensare e ripensarci, a costruire relazioni” per rubare una citazione al nostro collaboratore Luca Martinelli.

Il nome è intrigante ed è una sorta di crasi tra le parole inglesi “brother” e “bread”, entrambe con la radice etimologica “br” comune a tante parole che implicano un’azione di rottura, di frizione, di cambiamento. I Breaders sono partiti da un’idea ambiziosa: cambiare il mondo partendo dal pane e cambiare il modo di fare ed essere impresa, artigiana. Nessun vertice, nessun centro. Solo radici condivise, coordinamento distribuito, alleanza orizzontale in cui ognuno mantiene la propria voce, ma canta in un coro. Hanno creato una alleanza, una “holding” comune, condividendo risorse e visione, ma senza rinunciare alla propria identità. Un passo che equivale a un ribaltamento culturale. Un po’ come una confederazione. Sicuramente un’impresa collettiva. O una micorriza, quella particolare forma di simbiosi mutualistica tra il micelio di un fungo e le radici di una pianta che apporta benefici multipli a entrambe le parti e al terreno.

Sono un “miscuglio evolutivo” di forni, contadini, mugnai, artigiani, filosofi, sognatori. E come ogni miscuglio che si rispetti, sfuggono alla classificazione. Ma convergono, si intrecciano, mettono radici comuni, condividono. E vogliono dimostrare che è possibile fare della diversità e della forza della rete, i valori più grandi su cui rifondare le strutture. Breaders è il modo per realtà artigianali di panificazione di riunirsi in un gruppo e riuscire a fare ciò che da soli non riuscirebbero a fare.

“Breaders rappresenta il cambio di paradigma”.

Dice Pasquale Polito, uno dei founder di Forno Brisa. “Si tratta di un gruppo che ha le sue fondamenta nella biodiversità e nel localismo, che paradossalmente significa abbandonare l’idea dello spazio lineare standard, della ripetizione uguale, del franchising e significa poter abbracciare un pensiero della globalità”. Non capita spesso di vedere dei forni che ragionano come se fossero un’Unione Europea in miniatura ed è proprio a Pasquale che chiediamo di spiegarci come è nato il progetto.

“Nasce da un’urgenza intima, imprenditoriale, di non sentirsi soli nei momenti di difficoltà. È la cosa più complessa da dire, perché è la più profonda. Questa è una delle urgenze che ci ha portati a mettere a sistema le imprese, con la perdita di controllo totale legata alla proprietà su quella che una volta chiamavamo la nostra impresa che in realtà è diventata un’impresa collettiva perché ci sono mille soci, con il totale controllo legato alle competenze. Non è una fusione perché le società sono autonome, è un’impresa che grazie a Stefano Mancuso oggi chiamiamo impresa vegetale che fino a qualche anno fa chiamavamo impresa a rete. È un sistema di imprese dove la proprietà ha un’importanza leggermente minore e tutte sono proprietarie sia della società controllante sia della società controllata. C’è un processo di simmetria dove però il principio è quello dell’autonomia e della responsabilità diffusa. Sia a livello di architettura societaria sia delle imprese. Questa è la grande scommessa che abbiamo affrontato”.

Il Mulino Collettivo e Diffuso

Breaders nasce anche per fare quelle cose che da soli non sono possibili, o meglio, non sono sicure. “Tipo per un panificio farsi un mulino è una scelta abbastanza rischiosa invece in cinque lo è meno e questa forse è stata la scintilla”, continua Pasquale. Ma attenzione: fare gruppo con un investimento comune per creare un mulino che può accrescere le competenze dei panificatori non significa che l’ambizione sia quella di smettere di lavorare con i fornitori con cui hanno sempre lavorato, anzi. “Volevamo aumentare la nostra competenza da panificatori e panificatrici sulla materia e l’anello mancante è proprio quella della molitura”. Piccola parentesi necessaria. A Nocciano sta nascendo un mondo, a partire da quel mulino di cui parla Pasquale. Un Mulino Collettivo, con annessa azienda agricola (la Breccia srl) principalmente per la coltivazione di grano (in miscuglio evolutivo), che farà da centro di formazione, di ricerca e sviluppo più che di produzione di farine, in termini quantitativi. Però il grano di Nocciano andrà in un magazzino che fungerà da centro di stoccaggio e pulitura a Pescara – a fianco a Mercato del Pane – e i grani poi verranno smistati nei vari forni. Ogni forno avrà un piccolo mulino interno da laboratorio per macinare il proprio grano, fresco. E il Mulino da Collettivo si farà così anche Diffuso.

Breaders è quindi un gruppo di persone che si è messo insieme in maniera così radicale che farà nascere qualcosa di innovativo. Ma è anche: forza, socialità, famiglia, condivisione, comunità, sogno, rivoluzione pensata, emergenza, stimolo, impatto positivo condiviso, responsabilità collettiva, connessioni, collettività, artigianato, collaborazione, legami, cooperazione, innovazione, opportunità, interscambio, cambiamento, fare le cose in un’altra maniera, alternativa, impegno, tanta passione, conoscenza, coraggio, collaborazione, eliminare il superfluo, possibilità, intersezionalità, speranza, futuro.

È qualcosa di nuovo, che non c’era, non c’è e che farà la storia.

È il modo di innestare nei nostri tempi moderni, nella nostra economia, che deve avere a che fare con il sistema e trova un proprio metodo di renderlo utile a tutti. Perché per cambiare le cose bisogna arrivare al sistema e da piccoli si rischia solo di rimanere idealisti.

C’è qualcosa di profondamente poetico in questa impresa. E insieme, di estremamente concreto. Perché alla fine si parla di lavoro, di economie locali, di filiere agricole, di cibo vero, di luoghi e di persone. “Breaders è concretezza” dice Luca Martinelli. “È la capacità di prendere un sogno, allargarlo nel senso di condividerlo con altri e poi realizzarlo ponendosi domande, ma senza porsi limiti ideologici rispetto anche alla capacità di farlo crescere”.

L’ha accennato Pasquale, ma diciamolo meglio: uno degli influssi più profondi sulla filosofia Breaders viene dal pensiero di Stefano Mancuso relativo all’impresa vegetale. Per farla brevissima: le piante non hanno cervello, ma sono estremamente intelligenti. Collaborano, si adattano, resistono; non hanno un capo, ma una rete. Pensano senza pensare, esistono in simbiosi. Coordinano la propria esistenza in modo distribuito, cooperativo, non gerarchico. Nessun centro, ma una rete di scambi continua e diffusa. Proprio il pensiero di Mancuso è stato parte centrale del Mietitour ’25 (l’undicesimo) a Nocciano, appunto, che del neurobiologo ha visto anche un illuminante contributo video. Un Mietitour che, lo dicevamo, quest’anno è diventato MIETITUTT: la prima edizione collaborativa, made by Breaders.

Mietitour e MIETITUTT: la festa del grano

Che è il Mietitour/MIETITUTT? “È il momento in cui si raccoglie e noi raccogliamo idee ed energie, ci apriamo alla comunità, scambiamo le idee, le mettiamo in discussione, le impastiamo, balliamo, facciamo il karaoke, ci divertiamo”. È una sorta di operazione di biomimesi collettiva, un modo concreto di sperimentare la potenza dell’intelligenza vegetale collettiva o della forza di pensare e fare le cose insieme. Il primo Mietitour è stato fatto nel 2014, proprio a Nocciano, ancora prima che nascesse il Forno Brisa di Bologna ed è stato proprio lì, da quella mietitura di parcelle di grano sperimentali che sono nate le basi del progetto di impresa collettiva che si sono concretizzate prima nell’equity crowdfunding di Forno Brisa e che si stanno evolvendo ancora di più con Breaders con l’obiettivo di fare impatto, positivo, per davvero, con un modello di impresa artigianale applicato su larga scala. Artigianale non significa “piccolo è bello”, ma “dominio del processo produttivo” per dirla come Sennet; quindi, significa conoscenza di tutta la filiera.

“Il Mietitour è toccare con mano la realtà di quello che facciamo, è catartico”, dice Francesca Casci Ceccacci, fondatrice di Pandefrà, una delle società di Breaders. È incredibilmente rigenerante per una comunità grande che ogni anno cresce si incontra, intreccia relazioni da cui nascono belle pratiche. È l’occasione di sentirsi parte di una comunità di persone che vogliono vedere il mondo in maniera diversa e cercano di renderlo un posto migliore. Si mischiano momenti di festa e di convivialità a momenti di riflessione, pensiero e lavori di gruppo. Con interventi sempre stimolanti per i partecipanti: quest’anno con Arianna Occhipinti a parlare di “limite fertile” e di Salvatore Ceccarelli e Stefania Grando a raccontare di miscuglio evolutivo, base fondante della filosofia collettiva Breaders sia a livello agricolo, sia a livello umano.

Un laboratorio vivente

E Nocciano è, ancora, l’epicentro senza essere il centro. Che cosa succede qui? In quella che viene chiamata, scherzosamente e internamente, la Nuova California, per strizzare un occhio alla Silicon Valley. Sta diventando un laboratorio vivente. Qui si coltiva, si panifica, si discute, si immagina. C’è un’azienda agricola, la Breccia srl, e ci sarà il Mulino Collettivo. È il centro simbolico. È e sarà un “luogo sacro”. “Vorrei che fosse la Mecca del Pane”, dice Francesca. Sì, perché Nocciano sta cambiando e si sta facendo luogo collettore di gran parte dei sogni divenuti realtà.

Come sarà in futuro (un futuro vicino)? “Me lo immagino come un luogo della possibilità” dice Pasquale, che è di casa a Nocciano essendo della sua famiglia quel pezzo di terra con casolare che ha dato origine a tutto e che ora è condiviso. “Ci siamo lasciati un pezzo di progettazione vuota, abbiamo imparato a non progettare tutto e quindi questo luogo ospiterà probabilmente una scuola di formazione con un comitato scientifico per la formazione professionale, ci saranno degli eventi legati alla gastronomia, ci sarà l’ospitalità per tutti quelli che fanno parte del gruppo per venire a vivere la campagna. Questo luogo deve essere un nodo della rete fondamentale attraverso cui passa la linfa, l’informazione, il sogno e soprattutto l’energia. Tutto quello che non si vede. Deve rappresentare un nodo portante ma non un centro, perché nel nostro sistema ogni nodo della rete ha un centro e questo è uno dei centri”. Sarà un posto vivo tutto l’anno, un luogo di stacco anche per vedere quello che si sta facendo, un luogo di interscambio tra le persone che lavorano nelle realtà del gruppo, luogo di apertura, di ricerca e sviluppo, di formazione. Un luogo, notare bene, non uno spazio. Per approfondire la sostanziale differenza cercare le lezioni del professor Franco Farinelli.

“Cosa succederà a Nocciano? La rivoluzione”.

Afferma sicurissimo Andrea Frigo, che vive quel luogo ogni giorno come amministratore dell’azienda agricola Breccia e come parte decisamente proattiva. “È cambiamento. Il mondo va avanti per piccole rivoluzioni. Imre Lakatos, filosofo della scienza, parlava delle rivoluzioni scientifiche, questa è una rivoluzione culturale, scientifica, economica, tutto. C’è urgenza di questo”.

Fare ed essere miscuglio evolutivo a Nocciano diventa una metafora culturale. I Breaders non sono identici, non seguono un’unica varietà di pensiero. Sono un miscuglio che si evolve, che si adatta, che cresce in relazione con il contesto. Ogni panificio è diverso, ogni campo ha il suo grano, ma insieme formano una rete resiliente, proprio come un campo seminato con varietà diverse.

Il loro valore sta nella diversità che si armonizza nel fare.

Riscrivere l’economia del pane con la forza della rete

C’è una grande forza vitale qui che fa girare le energie, le idee e fa cambiare il mondo. Una forza collettiva che rompe le logiche dell’individualismo produttivo. Che fa la rivoluzione, attraverso la Repubblica del Pane. E il pane, in questa visione, non è mai solo un prodotto. È un processo che riattiva il senso del luogo, della relazione, della responsabilità. Il pane è un dispositivo simbolico potentissimo perché chiama in causa tutte le fasi della filiera: la terra, il lavoro, la trasformazione, la comunità. Se cambi il pane, cambi tutto. E infatti i Breaders non si limitano a panificare. Costruiscono relazioni, smontano gerarchie, reinventano l’economia a partire da forme di cooperazione radicale.

“Comunque siamo dei panifici”.

Esordisce Davide Sarti in piena vinyl session notturna a cura di Alessandro Di Tizio (forager) e Riccardo Orlandi (responsabile di laboratorio Forno Brisa). “Dieci anni fa un panificio una situazione del genere non l’avrebbe creata. Mi piace pensare che anche un panificio, dei panifici, possano fare questo (con questo si intende tutto quanto raccontato sopra) così che molti ragazzi giovani possano avvicinarsi a questo tipo di mestiere e a questo tipo di realtà”.

Dove porta tutto questo? Forse a una nuova economia. Forse a una nuova cultura. Forse è presto per dire se i Breaders stanno davvero cambiando il mondo. Ma è certo che stanno cambiando il modo in cui alcune persone lo abitano. E questo, già di per sé, è un atto rivoluzionario.

Il futuro del pane passa dalla capacità di fare rete, di formare giovani fornai pensanti. Di fare ed essere miscugli evolutivi e di costruire micro-filiere resilienti. Di vedere il pane come commons, come bene relazionale, come istituzione sociale, che nutre, ma anche educa. Che racconta, ma anche costruisce. Che cambia il mondo, una pagnotta alla volta, o meglio 9 metri quadrati di terreno alla volta, per usare l’equazione della relatività del pane che ha creato Forno Brisa per comunicare l’impatto di 2 kg di pagnotta, fatta bene.


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