Intervista di Fabio Pracchia

Foto tratte da Cook_inc. 7

Ciao Elisabetta, siamo tornati a trovarti virtualmente per permettere ai nostri lettori di leggere l’articolo che Cook_inc. 7 ti ha dedicato e che potete scaricare gratuitamente qui. Come stai vivendo questo tempo?

Grazie dell’opportunità. Credo che questo sia un periodo non solo di riflessione ma di azione. I limiti che sono stati imposti dal virus sono un incentivo a compiere alcuni passaggi a lungo pensati da noi vignaioli e, in parte, avviati da molte aziende viticole.

Che tipo di passaggi?

Si tratta di rivedere il modello di monocoltura viticola. Sia chiaro il vino è quello che ci permette di campare; ma lavorare in modo naturale in questi anni ci ha avvicinato a un sistema complesso di produzione agricola che abbiamo cercato di tradurre nel ciclo chiuso. È il momento di fare un passo ulteriore. Per quanto mi riguarda abbiamo preso altri due ettari in montagna, nei pressi del monte Baldo straordinaria oasi di biodiversità botanica; aumenteremo la produzione orticola che andrà ad arricchire l’offerta di vino e formaggi.

Cosa comporta ampliare le attività agricole?

Significa entrare a far parte di una comunità agricola più ampia. Il vino ha sempre giocato un ruolo a sé nell’immagine e nella portata commerciale, inutile stare a specificare questo aspetto. Le altre colture invece portano a una dimensione locale di confronto che ha più necessità di scambio e soprattutto è in grado di riconnettere quei tessuti sociali ed economici locali dai quali credo sia necessario ripartire. Spero questa tragedia sia l’occasione per ripensare certi modelli economici e scientifici che hanno evidentemente sbagliato direzione e influenzato scelte politiche poco lungimiranti.

L’azienda come si è organizzata?

Siamo fortunati, siamo nei campi, all’aria aperta. In questo strano periodo in azienda non ci sono ruoli specifici. Anche chi lavora in ufficio va in vigna o nell’orto. Un esercizio che fa bene. Ti dirò, meglio che chi lavora in ufficio passi tempo nei campi e non il contrario (ride). Io ho fatto delle consegne personalmente, seguendo tutte le restrizioni di sicurezza del caso. Sarà stato trent’anni che non portavo il vino personalmente dai clienti. Mi ha fatto piacere perché si torna a un rapporto diretto. In più c’è una dimensione famigliare molto diversa portata alla riflessione e alla pazienza necessaria. I miei figli lavorano con me tranne quello di 16 anni che studia: se la stava passando male quest’anno. Forse con la promozione assicurata avrà avuto la solita fortuna.

Com’è il tuo rapporto con il vino in questi giorni?

Beviamo parecchio in questo periodo. L’altra sera ero nell’orto al tramonto con la luce dell’ultimo sole che illuminava i monti. Avevo un calice di Ageno 2012 de La Stoppa insieme a un riso fatto con le erbe di campo. È stato un momento di gioia. Un altro buonissimo è stato un vino rosato da aglianico de I Cacciagalli, 2017 l’annata. Davvero fantastico. Il vino in questi momenti è veramente il compagno ideale.

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