Testo di Letizia Gobio Casali

Se l’antico detto nomen omen (nel nome c’è il destino) ha un fondamento, una nativa di Mel (Belluno) era predestinata a occuparsi di mele. Invece per Enrica Balzan l’idea di coltivare un meleto è stata frutto, ci passi il gioco di parole, di una scelta precisa e audace, come può apparire il lasciare un impiego sicuro in un’industria alimentare per occuparsi, da sola e a poco più di 30 anni, di circa 1,5 ettari di terreno, di cui 5000 mq dedicati alla coltivazione del melo e 4000 alle orticole. Inizialmente Enrica accarezzava l’idea di impiantare un laboratorio di succo e aceto di mele per sfruttare la produzione locale. “Peccato che le rimanenze non bastassero ad alimentare la mia ipotetica attività di trasformazione – ricorda – e che per di più impiantare un’attività come quella che sognavo richiedesse investimenti che non potevo permettermi“.

Ridimensionati i progetti, ma sempre mossa dal desiderio di produrre qualcosa di suo, nel 2014 Enrica si licenzia e coltiva prima un terreno cedutole gratuitamente e poi, grazie a un finanziamento europeo per imprese fondate da under 40, prati non utilizzati dalla sua famiglia. Ha ben chiaro il proposito di seguire il metodo biologico e pianta filari di mele, ma anche orticole “perché il frutteto richiede 4 anni per rendere, mentre gli ortaggi si vendono dopo poco tempo e la diversificazione riduce il rischio in caso di un cattivo raccolto”. Seleziona varietà di mele, come le rosse brina, crismson crisp e red topaz e la gialla golden rush, particolarmente resistenti alla ticchiolatura, la principale malattia fungina, quella che in genere si cura con la chimica, e le protegge con una rete anti-insetto che copre tutto il filare e le difende dalla grandine e dalla carpocapsa, il verme delle mele.

Quanto ai vegetali, riprendendo l’oggetto della sua tesi di laurea in Tecnologie dell’Alimentazione all’Università di Padova, pianta varietà autoctone, dai nomi evocativi: come la zucca santa bellunese, di aspetto simile alla delica, e i fagioli gialét, dal tipico colore giallognolo che all’inizio del Novecento venivano coltivati unicamente per  il Vaticano e le tavole dei signori. E poi i fagiolini striati, i borlotti bala rossa e le fasole, dette anche mame. Sono varietà “di nicchia”, ma anche di pregio, le cui sementi passano esclusivamente di mano in mano, secondo i principi della cosiddetta “agricoltura relazionale”, in cui si condividono risorse e conoscenze e si tutelano collettivamente il paesaggio e la biodiversità. Grazie ad associazioni locali come Coltivare condividendo, Enrica riceve qualche seme in dono dai contadini che si impegnano a mantenere in vita specie altrimenti destinate a una rapida sparizione. Sono agricoltori tenaci, la cui resistenza delinea “una linea del Piave” (che scorre non lontano) dell’industrializzazione agricola: non guardano al profitto, ma alla solidarietà, e si sentono comunità per il fatto di condividere e amare un territorio, provato dallo spopolamento in cui una crisi antropologica si è tramutata in crisi ecologica. I contadini regalano i semi a Enrica perché anche lei, come i membri dell’associazione, vuole rivalutare un territorio che è stato snaturato quando la zootecnia ha preso il sopravvento sull’agricoltura e le coltivazioni estensive hanno reso insostenibile il mantenimento delle tipicità bellunesi. “Dopo il secondo dopoguerra la richiesta di cibo spingeva a privilegiare varietà vegetali molto produttive, senza considerare l’ambiente e la qualità dei prodotti” spiega Enrica. “Eppure, pur venendo incontro alla necessità, a un certo punto bisognava fermarsi. Ora, da un lato siamo sommersi di frutta e verdura belle, ma insapori; dall’altro ci illudiamo di pagarle poco mentre ignoriamo il costo di quella produzione su vasta scala per l’ambiente e per la salute dei suoi consumatori e produttori, dimenticando che iI cibo ha un valore, oltre che un prezzo”.

Per questo i 25 euro al chilo dei gialét non le paiono una richiesta esosa: al contrario, essendo rampicanti, impongono un lavoro interamente manuale, che giustifica il costo. Per di più, Enrica non mira ad accumulare guadagni per ampliarsi su nuovi terreni; al contrario, coltivare molti ettari impone l’uniformità di colture, rinunciando alla biodiversità, e aumentando il rischio di perdere tutto in un colpo solo, se un parassita o una malattia attaccano il raccolto. Appagata da quello che riesce a produrre da sola, Enrica non si compiace nel constatare con quale velocità i suoi prodotti vanno a ruba o nell’essere stata prescelta da tanti Gas (Gruppi di Acquisto Solidale) dopo assaggi comparati. La sua massima soddisfazione nasce, invece, quando le persone capiscono che il valore del prodotto non deriva dalla sua bontà o bellezza, ma dal modo in cui è ottenuto. “Per esempio, le mie golden rush non sono esteticamente attraenti” ci spiega. “Per la raccolta tardiva sviluppano la fumaggine, un fungo che non modifica il gusto o i valori nutrizionali, ma crea sulla buccia una patina scura. Potrei toglierla se facessi qualche trattamento o se investissi in una macchina che lava le mele. Ma preferisco venderle così, raccomandando di passarle sotto l’acqua con un po’ bicarbonato per far sparire la patina. Sono felice quando le persone preferiscono una mela nerastra a una lucida, ma coltivata a pesticidi. Vuol dire che apprezzano il gusto più dell’apparenza, i metodi naturali più di quelli industriali, un prodotto che devono venirsi a prendere fin qui più di quello che trovano in ogni supermercato”.

I clienti preferiscono i prodotti di Enrica perché credono nella sua battaglia: quella di chi ha rifiutato un destino che sembrava segnato per un territorio. Esaltandone le varietà vegetali più tipiche, lei ha fatto di un’area condannata all’emarginazione una riserva per visionari, di un’origine geografica un sigillo di qualità, di un approccio antico la strada per un futuro sostenibile. Nomen (w)omen.

Azienda Agricola Enrica Balzan

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