A 120 chilometri dalle coste del Marocco, l’isola di Fuerteventura si rivela un avamposto selvaggio dove la natura regna ancora sovrana, riuscendo a preservare la sua anima ancestrale restando lontana da quell’eccessiva urbanizzazione che ha segnato altre isole Canarie. Qui, la terra non è un semplice scenario immobile, ma una materia vibrante scolpita da vulcani ormai spenti e dagli Alisei, dove le dune del deserto incontrano la forza dell’oceano in un equilibrio primordiale. È un’isola che non nasconde la sua natura arida e sferzata dai venti, svelando un fascino scarno che nasce dalla sua autenticità e dalla storia di chi ha imparato a interpretarne i ritmi ostinati.
Questo spirito indomabile è racchiuso in alcuni dei suoi prodotti d’eccellenza, come il Queso Majorero DOP, un formaggio che deve il suo nome a Maxorata, l’antica denominazione dell’isola. Il termine richiama i sandali in pelle di capra utilizzati dai pastori, evidenziando un legame ancestrale con la razza caprina Majorera. La produzione segue ancora metodi tradizionali: il latte viene filtrato e coagulato con caglio naturale, per poi essere inserito in stampi che richiamano l’intreccio delle foglie di palma. La crosta – spesso unta con olio, paprika o farina di granturco tostato per proteggerla durante l’invecchiamento – nasconde una pasta compatta e cremosa dal sapore piccante e acidulo. È un alimento che racconta la storia di un habitat eccellente per il pascolo, dove la scarsità di risorse si traduce in una straordinaria concentrazione di sapori.


Proprio l’olio, utilizzato storicamente per proteggere il formaggio, rappresenta un’altra colonna portante del retaggio agricolo isolano. Gli olivi arrivarono a Fuerteventura nel XV secolo e oggi disegnano il paesaggio non solo come coltura, ma come ingegnosa difesa naturale: le piante vengono usate come frangivento nelle gavias, proteggendo le coltivazioni più fragili. Località come Betancuria o Tuineje, e il comune di La Oliva stesso, portano nel nome l’eredità di varietà come la Verdial canaria, che l’associazione Olivafuer sta studiando per ottenere una propria DOP. Grazie a frantoi comunitari che lavorano tonnellate di frutti ogni anno, l’olio majorero è oggi un prodotto d’eccellenza che sfida l’aridità, beneficiando delle lunghe ore di sole e dei terreni vulcanici.
Il segreto di questa intensità risiede in un terreno vulcanico straordinariamente fertile e ricco di nutrienti, che rende l’isola un paradiso non solo per l’olio e il pascolo, ma anche per la botanica curativa.
Fuerteventura è infatti considerata il luogo d’elezione per la coltivazione dell’aloe vera. Sebbene esistano oltre 300 specie di questa pianta originaria dell’Africa desertica, quella che cresce nell’isola sviluppa proprietà uniche al mondo. Grazie a un’esposizione solare prolungata, alle scarse precipitazioni e alla costante influenza degli Alisei, l’aloe di Fuerteventura arriva a contenere più di 250 sostanze nutritive tra vitamine, minerali e amminoacidi. In termini di qualità, è ritenuta la migliore al mondo: una vera farmacia naturale che affonda le radici nella terra scura e porosa dell’isola.


Parallelamente, lo stesso suolo accoglie il miracolo della viticoltura eroica della Bodega Conatvs, sita nei pressi di La Oliva. Questa realtà riveste un ruolo storico fondamentale, essendo stata la prima cantina di Fuerteventura legalmente riconosciuta e aderente alla DOP Islas Canarias. Pedro Antonio Martín ha dedicato trent’anni al recupero di viti centenarie che sopravvivevano quasi dimenticate tra i burroni e le dune, sfidando la siccità e il pascolo delle capre. Dal 2013, insieme all’enologo Alberto G. González Plasencia, ha ridato vita alla storica Viña de Anibal, il primo vigneto piantato nelle Canarie nel 1412. Le loro bottiglie sono veri distillati di territorio: il rosso Conatvs combina Hoja Moral (40%), Verijadiego negro, Castellana (30%) e Tintilla (30%) in un sorso complesso, mentre il bianco Airam esprime l’anima marina dell’isola attraverso Malvasia Vulcanica, Diego, Albillo, Verdello e Listan Blanco, regalando note tropicali e saline. Completano la produzione il rosato Conatvs Pink e un vino limpido e dai riflessi violacei che si distingue per i suoi profumi nitidi di frutti rossi e un palato sapido, fresco e armonico.
Questa ricerca dell’essenza prosegue nella distilleria Agua Guanches, situata a Corralejo e guidata da Paolo Stefani. Bolognese d’origine, Paolo ha scelto Fuerteventura dodici anni fa per un cambio di vita radicale, passando dalla gestione di un bar alla sfida di guidare l’unica distilleria artigianale dell’isola. Nonostante oggi gestisca l’attività in autonomia, quando Paolo racconta del suo progetto predilige l’uso del plurale, quasi come se volesse dar voce al coro di collaborazioni e sinergie locali – come con Finca Mahani e Vidaloe – che rendono possibile ogni creazione, attenuando la solitudine che spesso accompagna il distillatore tra gli alambicchi.
La sua filosofia produttiva rifiuta le scorciatoie e si concentra sul potenziale inespresso delle materie prime locali, come spiega lui stesso parlando della carruba: “Di solito è un alimento che si dà da mangiare alle capre, però se utilizzato in un certo modo ti dà un profilo aromatico, per esempio di cacao e vaniglia, che è estremamente interessante”. Lo stesso approccio viene applicato a nuove coltivazioni: “La pitaya non è autoctona di Fuerteventura, ma stanno iniziando a piantarla in varie realtà, è comunque un prodotto subtropicale, per cui è estremamente interessante. C’è uno sviluppo del prodotto per cercare di capire come utilizzarlo all’inizio”.






La produzione si divide in diverse anime: il pilastro è il Gin 72, un London Dry distillato con maracuja, alga autoctona e sale delle saline del Carmen. Accanto troviamo la linea Beso de la Mulata, proposta sia in versione macerata a freddo che in versione London Dry con la preziosa aloe vera locale, e l’Alma del Desierto, un gin aromatizzato con pitaya, tuno indio – frutto del cactus che cresce nei paesaggi aridi e selvaggi dell’isola – e fiori di ibisco. Paolo tiene a precisare che non usa coloranti artificiali: l’eventuale instabilità cromatica è la firma di una naturalezza assoluta.
Anche nel mondo dei liquori, Paolo ha portato la scuola italiana adattandola ai gusti moderni, mantenendo una gradazione del 18% perfetta per la mixology. Le sue scommesse più audaci restano però il Kalima, un bitter che unisce il tuno indio all’aloe vera, il tutto arricchito da note di china e rabarbaro. A questo si affianca la Cola del Diablo, un amaro nato dal recupero creativo delle “code” di distillazione del gin. Una produzione limitata a sole 120 bottiglie, numerate e sigillate a mano con la ceralacca, che restituisce un sorso rotondo e armonioso. Nonostante i pesanti costi di logistica e una burocrazia doganale rigorosa, Paolo guarda avanti. Il suo sogno è delocalizzare l’attività verso l’interno, tra La Oliva e Lajares, per coltivare direttamente le proprie botaniche e promuovere un turismo sostenibile che valorizzi l’artigianalità rispetto all’edilizia sconsiderata.
In questo racconto coerente, formaggio, olio, Aloe, vino e distillati si uniscono per celebrare un’isola che sa trasformare la propria natura selvaggia in una rara e preziosa forma di bellezza.





