Spider-Man è da solo. Superman pure, così come lo sono Batman, Wonder Woman, Iron Man, Capitan America. Vero è che ogni tanto si ritrovano nella stessa squadra, ma di solito il riflettore è puntato su uno solo. È il suo talento, la sua intuizione, il suo sacrificio a salvare il mondo. Qualche aiutante ce l’hanno tutti, certo, ma resta sullo sfondo. Il fatto è che abbiamo un debole per gli eroi solitari. Nella finzione, ma anche nella realtà quotidiana e ce lo portiamo dietro anche quando parliamo dell’universo cibo. Ci piace raccontare il cuoco che riscrive la cucina tradizionale, il produttore che rivoluziona un territorio. È una narrazione che non ha nulla di concettualmente sbagliato ed è efficace perché è semplice: una persona, un’intuizione, una visione. Il talento, da solo, sembra bastare a spiegare tutto.
Però, ci sono anche i Fantastici Quattro, che non sono quattro protagonisti che condividono la scena, ma sono un organismo in cui ognuno compensa il limite dell’altro. La loro forza non nasce dall’essere eccezionali, ma dall’essere eccezionalmente complementari. Ecco, i Breaders sono un po’ come i Fantastici Quattro, solo che a differenza dei supereroi della Marvel sono nati come gruppo di cinque bakery e ora sono diventati sette e la sensazione è che la rete sia destinata ad allargarsi ancora.
Per chi non conosce Breaders: non è un franchising di panifici, non è un marchio e nemmeno una holding costruita per uniformare aziende diverse. È una comunità imprenditoriale nata dall’unione di alcune delle realtà più interessanti dell’artigianato contemporaneo – dal Panificio Davide Longoni a Forno Brisa, passando per Mercato del Pane, Pandefrà e Mamm – con l’idea di mettere in comune tutto ciò che non ha senso affrontare da soli, continuando però a custodire gelosamente ciò che rende unica ogni impresa. È il motivo per cui Breaders ama definirsi una comunità di imprese sorelle, non gemelle. Le sorelle condividono una storia, si influenzano, crescono insieme, ma nessuno si aspetta che diventino la copia l’una dell’altra. È in questa biodiversità che il progetto trova la propria forza.
La riprova è arrivata un mesetto fa durante l’ultimo Mietitour, quando è stato annunciato l’ingresso nel gruppo di due nuove realtà: Faro e Allegra. Il Mietitour è il raduno che ogni anno porta Breaders a ritrovarsi a Nocciano, nel cuore dell’Abruzzo, per celebrare il raccolto del grano ma anche per raccogliere ciò che di buono si è fatto e pensato e immaginare i progetti ancora da mettere a terra.
Questa è una notizia che si può raccontare in due modi.
Il primo è quello dei numeri. Si potrebbe dire che il gruppo cresce arrivando a 31 insegne, supera i 400 collaboratori e continua a espandersi, aggiungendo due realtà tra le più interessanti del panorama contemporaneo nei rispettivi settori: Faro (Luna e Aliena, i progetti satellite dell’azienda), che da Roma ha contribuito a cambiare il modo in cui in Italia si parla di specialty coffee, e Allegra, bakery, specialty coffee, bistrot ed enoteca bolognese che in meno di tre anni si è ritagliata un’identità precisa, essenziale e riconoscibile. Sono informazioni corrette, ma anche la parte meno interessante della storia. L’altro modo è capire perché questa non è la storia di un gruppo che diventa più grande, ma è la storia un’idea che comincia ad attirare persone che quella stessa idea l’avevano immaginata da tempo, senza credere che fosse davvero possibile costruirla.



In Breaders non sono entrati due puntini in più sulla mappa, ma due modi di pensare, due culture aziendali, due modi di formare le persone, di affrontare gli errori, di costruire un prodotto e un luogo. È entrata esperienza. Una ricchezza che aumenta quando viene condivisa; perché una competenza, più circola, più diventa solida; più persone la mettono alla prova, più si affina. Come commenta Pasquale Polito, CEO di Breaders:
“I nuovi ingressi sono una vera iniezione di talento. E per questo oggi ci sentiamo tutti più ricchi”.
Ecco che cambia il punto di vista. Non sono due aziende a entrare in un gruppo, ma è il gruppo a diventare più ricco grazie alle competenze che quelle aziende portano con sé. Si consolida, allo stesso tempo, un’idea di impresa in cui l’indipendenza non coincide con la solitudine.
Che cosa hanno riconosciuto Faro e Allegra dentro Breaders da convincersi a “sedersi allo stesso tavolo”? Oppure, perché proprio Faro e Allegra?
La risposta, ovviamente, non parla di numeri ma di visione, condivisione, comunità, talenti. Arturo Felicetta – co-fondatore della galassia Faro/Luna/Aliena – racconta che “l’affinità, il rispetto e l’ammirazione per Breaders sono iniziati ormai dieci anni fa” e che l’ingresso nel gruppo è arrivato semplicemente perché “questo era il momento giusto”. Ma è quando spiega il perché che il ragionamento cambia livello: “Quello che ci ha spinto a entrare a far parte di questa famiglia è la condivisione di un sogno. Era qualcosa che avevamo sempre immaginato, ma non pensavamo fosse possibile costruirlo in una dimensione così ampia, con aziende diverse capaci di unirsi”.
Anche Dafne Spadavecchia (co-fondatrice di Faro) racconta la stessa storia da un’altra prospettiva. “Dopo dieci anni in cui siamo sempre stati molto coesi tra noi, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti che era arrivato il momento di circondarci anche di altri interlocutori”. È una parola scelta con cura: interlocutori. Non partner, non investitori ma persone con cui continuare a confrontarsi. Perché, come dice, “viviamo in un mondo governato dall’incertezza e oggi, più che mai, la comunità, l’associazionismo e la capacità di cooperare sono gli strumenti con cui affrontare le sfide del futuro”. Dario Fociani (co-fondatore di Faro) spiega cosa significhi entrare in Breaders: “Già questa parola, Breaders, ci riempie di orgoglio, soddisfazione ed emozione. Adesso c’è soprattutto tanta voglia di fare. Fare, fare e ancora fare”. Cosa porta Faro in Breaders oltre a un modo di guardare il caffè? Dafne: “Arturo porta pragmatismo ed equilibrio, due qualità fondamentali. E io porto energia, quella sicuramente”.
Faro racconta che cosa succede quando un progetto maturo decide di aprirsi agli altri, mentre Allegra dimostra che questa non è una scelta dettata dall’esperienza, ma un modo diverso di immaginare la crescita fin dall’inizio. È una differenza importante, perché Benedetto Linguerri (fondatore di Allegra) e Martino Monti (responsabile produzione della bakery) arrivano a Breaders con una realtà che deve ancora compiere tre anni e che, proprio per questo, avrebbe potuto scegliere la strada più prevedibile: consolidarsi, crescere da sola, rimandare qualsiasi confronto a un domani. Succede invece il contrario. “Dopo questi due giorni di Mietitour” racconta Benedetto, “il pensiero che ci torna in mente più spesso è che probabilmente non abbiamo ancora compreso fino in fondo tutte le opportunità e le occasioni che nasceranno da qui in avanti”. Una frase più importante per quello che sottintende che per quello che dice: le opportunità più interessanti non sono quelle che si possono mettere in un business plan, ma quelle che nascono dall’incontro con persone che affrontano gli stessi problemi da prospettive completamente diverse. Continua: “Tutto questo ti arricchisce profondamente”. Non rende più grandi, non rende più forti, non rende più competitivi; arricchisce.











Alla domanda su quale talento Allegra porterà nel gruppo risponde Martino, non elencando ciò che sanno fare meglio, ma spostando immediatamente l’attenzione sugli altri: “Abbiamo la fortuna di poter lavorare accanto a grandissimi panificatori e pasticceri, dai quali possiamo continuare ad apprendere esperienza e sapere”. È una risposta quasi controintuitiva. Ci aspetteremmo un elenco di competenze da mettere a disposizione della comunità e invece emerge un’idea molto più interessante, cioè che il talento non si misura soltanto da ciò che si è in grado di insegnare, ma anche dalla disponibilità a continuare a imparare.
È Davide Longoni (presidente di Breaders) a dare la definizione più precisa di quello che è Breaders senza nemmeno nominarlo. Parlando del pane e rimarcando che parole come compagnia, company e compagnon hanno tutte la stessa origine: condividere il pane. È un’etimologia antica, ma dentro c’è un’idea di futuro. “Il pane è inclusivo”, dice. “È un prodotto profondamente simbolico, perché implica una tavola attorno alla quale possiamo accogliere nuovi partner e nuovi amici. Il nostro è un lavoro che parla di cibo, di filiera e di ospitalità. Avere con noi Allegra e il gruppo Faro significa allargare quella tavola, avere ancora più possibilità di creare connessioni e generare impatto”.
C’è una grande sintonia, spiega ancora Longoni, “perché siamo uomini e donne che abitano questo tempo e condividono una stessa visione del mondo. È proprio questa visione che orienta ogni giorno le nostre scelte di lavoro. Ed è anche la base su cui può nascere un modo diverso di fare impresa. Quando condividi i valori, anche il business cambia significato”.
Breaders sta realizzando molti sogni. Ma su quale sta lavorando oggi? Continua Longoni: “Noi seminiamo utopie per raccogliere realtà. I nostri sogni hanno sempre il carattere della visione. Oggi il più grande è quello di creare, qui in Abruzzo, un’azienda agricola (l’Azienda Agricola Breccia, ndr) che possa essere fonte di ispirazione per chi lavora con noi e per i nostri clienti”.
Chi semina utopia raccoglie realtà è la citazione di Carlo Petrini diventata emblema del suo operato dopo la scomparsa de fondatore di Slow Food a fine maggio. Quest’anno il Mieititour aveva inevitabilmente un sapore diverso e non poteva non aprirsi con un omaggio a una figura che, prima ancora di cambiare il modo in cui mangiamo, ha cambiato il modo in cui pensiamo il cibo, come fatto culturale, agricolo e politico. Un momento celebrativo, sì ma anche simbolicamente un passaggio di testimone. Rimane impresso uno dei suoi moniti per il futuro, pronunciati in un discorso del 2016, durante la laurea magistrale honoris causa a Michael Pollan all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (CN). Parlava di gioia.
“Non si cambia il mondo con la mestizia. Non si cambia il mondo con la tristezza. Ragazzi, siate gioiosi. Divertitevi. È proprio nel divertimento che il cambiamento diventa possibile. Non dimenticate mai che le grandi battaglie sono state vinte da chi aveva la gioia nel cuore ed era capace di trasmetterla agli altri. Non si può cambiare il mondo con la tristezza. Questa è una virtù tipica dei giovani. Coltivatela. E fate in modo che anche noi, negli ultimi anni della nostra vita, possiamo continuare a goderne”.
È difficile immaginare una sintesi migliore dello spirito del Mietitour. Perché la gioia di cui parlava Petrini non ha nulla a che vedere con l’entusiasmo o con l’ottimismo. È piuttosto il piacere di stare insieme a persone che condividono una visione, la curiosità di ascoltare qualcuno che fa il tuo stesso mestiere in modo completamente diverso, la disponibilità a mettere in discussione le proprie certezze senza viverla come una sconfitta. Le comunità non resistono nel tempo soltanto perché condividono una visione ma anche perché le persone continuano ad avere voglia di stare insieme.


C’è un piccolo rito che si ripete alla fine di ogni Mietitour. Pasquale Polito, quasi scherzando, dice sempre la stessa cosa: “Lo dico ogni anno: questo sarà il Mietitour migliore di sempre. E ogni anno riusciamo a sorprenderci. Anche questa volta è stato davvero il Mietitour migliore di sempre”. Sarà perché invece di fare qualcosa di straordinario, si stanno costruendo le condizioni perché quella straordinarietà possa durare?
Con l’arrivo in famiglia di Faro e Allegra, i Breaders dimostrano ancora una volta che i sogni, a forza di essere condivisi, smettono di sembrare utopie. È un superpotere questo. Che coincide con quello dei Fantastici Quattro: la loro superpotenza non è l’invisibilità, l’elasticità o la capacità di prendere fuoco, ma l’aver capito che il talento individuale basta a iniziare una storia, mentre per farla durare serve qualcuno disposto a mettere il proprio talento accanto al tuo senza pretendere di assomigliarti. E se l’ingresso di Faro e Allegra dice qualcosa del futuro di questo progetto, forse è proprio quello che Pasquale Polito sceglie come parola per descriverlo: “Siamo solo all’inizio”.





