Lunedì 11 maggio 2026, presso la propria azienda di Prepotto (UD), Le Due Terre, Flavio Basilicata e Silvana Forte hanno organizzato, in ristrettissimo comitato, una degustazione verticale volta a celebrare i trent’anni del Sacrisassi rosso (1994-2023), vino iconico che unisce due grandi vitigni rossi del territorio: Schioppettino e Refosco.
Per un vignaiolo, ripercorrere trent’anni del proprio vino non è solo l’occasione di apprezzare il percorso fatto in bottiglia da trenta annate; è anche un modo di interrogarsi circa i timori, i sogni, le speranze. In un’espressione: cercare il futuro nel proprio passato. In francese esiste un detto, “le hasard fait bien les choses”; che può pressappoco tradursi così: “il caso fa le cose nel modo giusto”. Nel modo giusto, certo; ma, soprattutto, con intelligenza. Succede allora che in certi viaggi, gli inciampi e le deviazioni, così come le soste forzate, finiscano per essere più importanti del luogo verso cui ci si sta dirigendo. E così è stato anche per noi. Cominceremo allora il racconto con uno di questi inciampi.
Infatti, una volta versato nel calice, il Sacrisassi rosso 2012 appariva – già all’occhio – molto evoluto: il vino era opaco, il suo colore virava al marrone e l’unica lucentezza di cui disponeva proveniva dalla sua unghia, comunque color mattone. Eppure, anche quella bottiglia, come tutte le altre, era stata verificata con cura all’apertura. Il naso confermava l’evoluzione percepibile all’esame visivo; introducendo, però, un elemento cruciale che definiremmo così: un grazie decadente. La bocca, infine, trasformava, in un lampo, la delusione per un colore così poco vivace in un momento di rapimento: la materia del vino era profonda, e, in ragione dei suoi dolci tannini, di una mollezza quasi lasciva; e tutto l’insieme profumava di spezie – cannella in testa – e fava tonka.


Al netto dell’incanto che contribuiva a far sorgere nei nostri animi, quella bottiglia era, tuttavia, fuorviante, poiché il vino in essa contenuto non collimava con i suoi nemmeno quattordici anni: quel Sacrisassi presentava troppe rughe per la sua età anagrafica. Ci decidemmo perciò a stappare una seconda bottiglia di 2012, ritenendo che un secondo esemplare potesse sicuramente essere più significativo e probante e così avvenne. Ma, al di là di tutto, ciò che fu straordinario, è che anche dopo aver assaggiato il vino conforme, il primo vino continuava a rivelare un’aria di famiglia. Curiosamente, la seconda bottiglia non stravolgeva la percezione che avevamo avuto della prima. La seconda bottiglia non rendeva il primo vino irriconoscibile.
Anzi: quel primo 2012 mostrava ciò che il Sacrisassi era comunque destinato ad essere – solo, molto più tardi. Il contatto involontario con l’ossigeno, l’evoluzione prematura che questo aveva comportato, qualunque fosse la sua ragione, non aveva avuto solo conseguenze negative. Nel suo anticipare drasticamente il futuro, il contatto con l’ossigeno produceva un effetto particolarmente commovente: inseriva il vino e il suo avvenire in una rappresentazione prospettica. Di colpo, era come guardare una madre e sua figlia. La bellezza del genitore appariva come realtà modellata dal tempo; quella del figlio, come promessa di gioventù: da un lato, già in procinto di sbocciare; dall’altro, non ancora apparita.
Ora, la freschezza, la vivacità, l’equilibrio tra maturità e acidità hanno per ogni vignaiolo un volto diverso.
A casa, nell’intimità della tavola, quando incappa in un vino rosso che non riesce ad amare, generalmente perché poco vivace o privo di freschezza, Flavio vi aggiunge un goccio di aceto. Silvana e Cora sorridono. Potrebbe parere un gesto provocatorio, quasi irrispettoso nei confronti dei colleghi che quel vino lo hanno concepito. Addirittura dissacrante. Ma, d’altro canto, il vino si fa con la bocca. Avendo a che fare col gusto, tanto le predilezioni quanto le idiosincrasie del vignaiolo transitano direttamente dalle papille al vino. Non stupisce quindi che il Sacrisassi presenti di norma un’acidità volatile rinvigorente (che altro non è se non la frazione di acido acetico – e, in misura minore, di altri acidi volatili – misurata in grammi per litro). Per il proprio vino, Flavio stima che la quantità adeguata sia intorno agli 0,7-0,8 g/L. E pazienza se in alcune annate – per esempio la 2000 e la 2001 – la volatile appare come un po’ più pungente del solito; il vino deve essere vispo, come svelto e di spirito mordace è la persona che lo fa.

Insomma, Flavio non ama i vini abulici. Ragione per cui anche nelle annate più calde, nelle annate solari o in quelle naturalmente concentrate, il Sacrisassi rosso presenta una tonicità e una freschezza ammirevoli. Ecco allora che, al netto del calore che ne ha accompagnato la nascita, dalla 2007 si sprigiona una nota corroborante di noce di cola; o che, sull’annata 2006, di per sé molto calda e siccitosa, soffia un alito di anice stellato a rinfrescare l’insieme. 2011, poi, anch’essa molto calda ed asciutta, è vivificata da una brezza che, ancor più che di oliva, profuma di salamoia. 2015 e 2018, infine, accolgono la sensualità delle rispettive annate – entrambe calde e molto soleggiate – esibendo quel filo di ossidazione che, dinoccolato, si insinua tra uno sbuffo d’agrume e uno spiffero di genziana, rammentando così i grandi vermouth piemontesi e i preziosi chinati.
D’altro canto, nelle annate fredde, in quelle piovose e in quelle tardive, Flavio e Silvana dimostrano la pazienza e la tenacia necessarie per attendere la perfetta maturazione delle loro uve. Così, nonostante il continuo gioco di dadi imposto da un clima incline ai capricci, l’umida 2013 regala una concentrazione eccellente, e la fredda e bagnata 2010 è seria, ma rifiuta ogni severità: e si offre con un naso di grande bellezza, di straordinaria classicità e una bocca scolpita.


L’eccezionalmente fresca 1995 ha visto una maturazione lenta e una vendemmia tardiva; e se da un lato è vero che tutta la pazienza del mondo non è riuscita a toglierle di dosso una leggera nota pirazinica di peperone crusco, dall’altro è altrettanto vero che questo Sacrisassi ci delizia con una grazia molto francese – specificamente girondina. La piovosa 1998 è stata testimone di una pressione fungina insidiosa, ma l’ammaliante profumo di liquore di datteri che emana dal bicchiere dimostra che la selezione operata durante la vendemmia ha conferito al vino un potere di seduzione che sta attraversando i decenni con una disinvoltura irresistibile. Il Sacrisassi 1996, infine, abbraccia il profilo austero dell’anno sorprendentemente freddo che l’ha visto nascere e invita al viaggio. Con i suoi tannini mentolati e delicatamente piccanti ci esorta a sedere e a sorbire un bicchiere di thé alla moda nordafricana. Non con la menta fresca e tanto zucchero, però: prerogativa dei ricchi; bensì con quella essiccata, e senza dolcificazione: alla maniera degli umili. Come a dire: anche in un’annata disadorna, il vino non rinuncia ad una certa poesia nella ritrascrizione gustativa del suo profilo climatico.
In sintesi, quando si pensa al Sacrisassi rosso, la ricerca dell’equilibrio è una delle avventure più belle ed appassionanti. Alle Due Terre, la fune sulla quale si è deciso di procedere porta nella direzione di un’armonia delicata tra la compiuta maturità del frutto e il mantenimento di una sua necessaria – tanto anelata – freschezza. Ad un certo punto, poi, Flavio esclama:
“Si può scrivere con questo vino”.
Probabilmente, gli ricorda il pennino e l’italiano imparato da bambino, una lingua che per quella generazione era tinta di inchiostro. D’altronde, in gioventù, il Sacrisassi possiede ancora un colore profondo e tannini fitti e pastosi. Nell’esuberanza dei primi anni, è un vino masticabile. E, curiosamente, proprio ricche di tannini erano le noci di galla utilizzate per secoli nella fabbricazione di inchiostri. La pagina, il bicchiere, la mano, la bocca. Mai tutte queste cose erano state così vicine.

Prima ancora che un capitolo di storia della vitivinicoltura friulana e italiana, il Sacrisassi è espressione e racconto di una famiglia, quella di Flavio Basilicata e di Silvana Forte. Ad affiancare Silvana e Flavio c’è, già da qualche anno, la figlia Cora. Quali saranno la bocca e la mano di Cora? La sua mano – ci dice lei stessa – si muove ancora nel solco tracciato da Flavio: rispetto alla conduzione della vigna, figlia e padre vivono una profonda comunione di idee. Quanto alla bocca – poiché con quella si fa il vino –, Cora, com’è normale che sia, definirà nel tempo il suo apporto. Un apporto che, le auguriamo, sarà, come ama dire un grande giornalista francese, Roberto Petronio, “nella continuità, non nella riproduzione”: non la ripetizione identica di quel qualcosa che ci ha fatto amare i vini del padre; bensì la forma nuova di una medesima fedeltà allo spirito delle cose. Una forma nuova che Cora metterà a punto esplorando i confini del proprio – personale – gusto.





