Quattro milioni di visitatori all’anno per appena settemila residenti stabili. I numeri di San Gimignano fotografano un paradosso contemporaneo sfacciato: quello di un borgo medievale stretto dentro le sue mura, dove l’abbraccio del turismo di massa rischia costantemente di ridurne l’identità a una serie di post sui social media. Questo flusso costante ha alimentato per decenni un turismo rapace, frettoloso e armato di bastoni per i selfie: un movimento “mordi, fuggi e digerisci male” che sbarca dai pullman bi-piano, calpesta i ciottoli di Piazza della Cisterna per le due ore concesse dal cronoprogramma turistico, scatta tre foto tutte uguali e riparte senza aver capito assolutamente nulla del luogo. Eppure, San Gimignano non è un museo imbalsamato. Dietro l’orizzonte monumentale delle sue quattordici torri si nasconde un laboratorio culturale, gastronomico e agricolo. Lo era secoli fa, quando accoglieva viandanti e spezie da tutta Europa lungo la Via Francigena; lo è oggi, in un ecosistema dove l’avanguardia artistica internazionale convive con forti identità rurali.
Per comprendere questa complessità, bisogna abbandonare i flussi della massa e seguire tre fili conduttori che si intrecciano indissolubilmente tra la terra, la pietra e l’intelletto umano: il vino, lo zafferano e l’arte contemporanea.

Il vero baricentro attorno cui ruota l’anima profonda di San Gimignano è la Vernaccia di San Gimignano, l’archetipo liquido del territorio. In una Toscana storicamente e culturalmente “sottomessa” al dominio rosso del Sangiovese e delle sue denominazioni regine, San Gimignano ha saputo rivendicare la propria totale unicità coltivando un bianco fiero, introverso, aristocratico e incredibilmente longevo. La sua storicità vive un momento di celebrazione straordinario quest’anno, come abbiamo raccontato qui. La Vernaccia di San Gimignano festeggia infatti un doppio, storico traguardo: i 750 anni dalla prima attestazione documentata della sua esistenza e i 60 anni dal riconoscimento della DOC, ottenuta nel 1966 come primissimo vino in Italia a potersi fregiare di questo titolo.
Questa attitudine fiera e controcorrente viene celebrata ogni anno nel cuore del borgo con il wine fest “Regina Ribelle”, un evento firmato dal Consorzio della Vernaccia di San Gimignano e dal Comune che trasforma le piazze medievali in un grande palcoscenico di degustazioni, masterclass e confronti enoturistici. Il Regina Ribelle – Wine Fest 2026 ha registrato la presenza di circa 850 wine lover con 7000 assaggi tra i banchi delle aziende del territorio che hanno preso parte all’evento e l’ormai consueta proclamazione del Miglior sommelier della Toscana di AIS, quest’anno assegnato a Patrizia Morlacchi.
“750 anni di Vernaccia di San Gimignano e 60 anni come prima DOC italiana non sono numeri: sono la radice da cui tutto è partito, e che ogni anno ci ricorda perché vale la pena fare bene questo lavoro. Vedere giornalisti e appassionati riempire le piazze di San Gimignano, condividere un calice di Vernaccia di San Gimignano con la stessa curiosità e la stessa passione di chi la produce, è il modo più bello di celebrare questo anniversario. Regina Ribelle è diventata la casa di questo vino: un appuntamento dove il passato non è nostalgia, ma energia per andare avanti” commenta Manrico Biagini, Presidente del Consorzio del Vino Vernaccia di San Gimignano. La Vernaccia non ha mai cercato la piacevolezza rassicurante e ruffiana dei profumi esotici o delle dolcezze facili e commerciali.
È un vino d’intelletto e di materia: sa di pietra focaia, di mandorla amara, di fieno estivo, e vanta una sapidità quasi salmastra che spiazza i non iniziati. Le vigne affondano le proprie radici in terreni pliocenici unici al mondo, composti da sabbie gialle, tufi friabili e argille fitte di conchiglie fossili. Tutti i produttori raccontano che camminando tra i filari, non è raro imbattersi in piccoli frammenti di molluschi preistorici emersi dal suolo dopo una pioggia.
Sorseggiare una Vernaccia di San Gimignano significa bere la storia geologica di questo luogo.
Il momento migliore per accostarsi a questo vino è adesso, come hanno potuto constatare gli oltre 70 giornalisti stranieri e italiani che hanno scoperto le sfumature della Vernaccia 2025 nei Press Day che hanno anticipato il wine fest. Un’annata, quella dello scorso anno, che rappresenta un vero e proprio capitolo di consolidamento qualitativo per la denominazione.
Dopo un ciclo vendemmiale precedente fortemente penalizzato dalle complessità climatiche e fitosanitarie, la produzione che arriva sul mercato in questo 2025 “traccia un bilancio positivo di un’annata caratterizzata da un andamento climatico articolato, che ha richiesto attenzione e flessibilità in ogni fase del ciclo produttivo”, come segnalato dal Consorzio stesso. Grazie a un sistema avanzato di monitoraggio agro-meteorologico implementato dal Consorzio della Vernaccia di San Gimignano, i viticoltori hanno potuto ridurre drasticamente gli interventi in vigna, nonostante l’imprevisto che ha segnato la stagione: “una grandinata nella prima decade di luglio con impatti sul piano quantitativo in alcune zone. Fortunatamente, data la fase fenologica della vite, l’evento non ha compromesso la qualità delle uve”. Il 2025 ha messo nuovamente in luce la straordinaria capacità di adattamento della Vernaccia di San Gimignano, decisamente ultracentenaria, quest’anno con un grado alcolico appena inferiore agli anni precedenti. Naturalmente in linea con la contemporaneità enologica, come sempre.
Al palato, la Vernaccia 2025 si distingue per un’acidità vibrante e una colonna vertebrale minerale nettissima. Le note giovanili di fiori bianchi, acacia e mela verde croccante lasciano spazio sul finale alla tipica, pulitissima chiusura ammandorlata. Se le versioni d’annata sono perfette per una beva immediata e scattante, le Riserve promettono un’evoluzione monumentale nei prossimi anni, dove la struttura del vino sfiderà il tempo virando verso complessi sentori di idrocarburo e pietra bagnata. Per dare una dimensione all’ecosistema produttivo, i numeri parlano chiaro:nella vendemmia 2025 sono stati prodotti 3.851.717 litri di vino, con un lieve decremento rispetto all’anno precedente. Le aziende che hanno rivendicato la denominazione nella vendemmia 2025 sono state 147, di cui 81 associate al Consorzio. Il numero di litri immessi nel mercato nel 2025 è di 3.155.293, in crescita rispetto ai 2.617.294 del 2024.
La Vernaccia rappresenta la linfa antica e trainante della città, ma la spinta verso il futuro si manifesta anche nell’unione indissolubile tra il borgo e l’arte contemporanea.
Un legame che a San Gimignano si respira ovunque e che vede la sua massima espressione nella celebre Galleria Continua. Fondata nel 1990 da tre amici visionari – Mario Cristiani, Lorenzo Fiaschi e Maurizio Rigillo – questa galleria d’arte ha compiuto un miracolo culturale e geopolitico: ha scardinato completamente le rotte tradizionali dell’arte contemporanea. Solitamente, le grandi installazioni, le mostre d’avanguardia e i mercati dei collezienisti prediligono le metropoli ipermoderne, le capitali finanziarie come New York, Londra, Parigi o Milano. Galleria Continua ha fatto l’esatto opposto, decidendo di radicarsi nella provincia più profonda, all’interno degli spazi suggestivi e insoliti di un ex cinema teatro degli anni Cinquanta situato nel cuore del centro storico. Da quella scommessa iniziale, la galleria è diventata un impero culturale con sedi in tutto il mondo (da Pechino all’Avana), ma il suo cuore pulsante è rimasto lì, nel cuore di San Gimignano. Negli spazi di Galleria Continua si assiste a un continuo cortocircuito emotivo e visivo meraviglioso. I pesi massimi dell’arte mondiale – come Ai Weiwei, Anish Kapoor, Michelangelo Pistoletto – sono stati invitati negli anni non solo a esporre le proprie opere, ma a soggiornare nel borgo, a farsi contaminare dalla sua luce e dalla sua storia per creare installazioni site-specific. Al momento, le mura medievali ospitano le esibizioni di Antony Gormley (“What holds us”) e di Nikhil Chopra (“Embers/Braci”).


Questa osmosi tra arte e spazio pubblico è ormai un tratto genetico della città, capace di uscire dalle gallerie per invadere il tessuto urbano. Questa osmosi tra arte e spazio pubblico è ormai un tratto genetico della città, capace di uscire dalle gallerie per invadere il tessuto urbano. Ne sono un esempio le grandi sculture diffuse che Stefano Bombardieri ha donato alla città in occasione del Regina Ribelle Wine Fest 2026, posizionate tra Piazza del Duomo, Piazza della Cisterna e la Rocca di Montestaffoli. Il contrasto è formidabile: l’architettura vernacolare toscana, fatta di mattoni cotti dal sole e muri scrostati dal tempo, diventa lo sfondo per provocazioni visive contemporanee, come il colossale rinoceronte appeso in Piazza del Duomo che interpreta “Il peso del tempo perduto”.
La ricchezza finanziaria e commerciale che tra il XII e il XIV secolo permise alle famiglie nobili sangimignanesi di edificare le proprie torri deriva però dal controllo di un altro tesoro biologico: lo Zafferano di San Gimignano DOP.
Se la Vernaccia di San Gimignano è indubbiamente l’oro bianco di queste colline, il prezioso croco è senza dubbio il suo oro rosso.
Introdotto in zona nel Medioevo – probabilmente grazie ai contatti commerciali con l’Oriente favoriti dai pellegrinaggi sulla Via Francigena – lo zafferano divenne rapidamente il motore economico della città. La sua coltivazione richiedeva (e richiede tuttora) un’abnegazione e una pazienza che rasentano la devozione religiosa. I fiori violacei del Crocus sativus si raccolgono a uno a uno, rigorosamente a mano e alle prime luci dell’alba nei mesi autunnali, prima che il calore del sole faccia dischiudere i petali rischiando di rovinare gli stimmi interni. Successivamente, nella stessa giornata, si procede alla sfioratura: le dita sapienti degli artigiani separano i tre filamenti dal resto del fiore, per poi metterli ad asciugare delicatamente.


Nel Medioevo, lo zafferano locale era così pregiato da essere equiparato all’oro zecchino: veniva utilizzato come valuta per pagare i mercenari, saldare i debiti di guerra del Comune e costituire le doti matrimoniali delle fanciulle nobili. Oggi, lo Zafferano DOP (riconosciuto nel 2005) continua a essere coltivato seguendo lo stesso identico disciplinare medievale. Ma l’anello rurale che cinge le mura è un trionfo di biodiversità integrata. Qui l’olivo cresce promiscuo accanto alla vigna. L’olio extravergine d’oliva toscano IGP di queste sottozone collinari, grazie alle altitudini e al microclima ventilato, mantiene livelli altissimi di polifenoli, traducendosi in un profilo sensoriale caratterizzato da note erbacee nette di carciofo e cardo selvatico, con un piccante deciso e pulito. Più in là, dove la collina sfuma verso i boschi, il terreno si trasforma nella culla ideale per il tartufo e nel pascolo perfetto per la Cinta Senese allevata allo stato brado.
L’immensa complessità storica, artistica, geologica trova un punto di convergenza accessibile anche al turismo “mordi e fuggi”: in Piazza della Cisterna, la Gelateria Dondoli, un antro del gusto guidato dal Maestro Gelatiere Sergio Dondoli, figura di riferimento della gastronomia artigianale italiana ed ex campione del mondo di gelateria (e fervente tifoso della Fiorentina, come si intuisce in ogni angolo viola della gelateria), nonché punto di “pellegrinaggio” per i milioni di turisti che non disdegnano di mettersi in coda a lungo per una coppetta gelato (viola). Il capolavoro assoluto della casa, il gusto che da solo vale il viaggio a San Gimignano, è la crema di Santa Fina. Il nome è un omaggio delicato e filologico alla giovanissima e sfortunata santa patrona della città, le cui vicende sono mirabilmente affrescate da Domenico Ghirlandaio all’interno del Duomo. Sergio Dondoli ha preso la ricetta classica della crema all’uovo e l’ha nobilitata inserendovi due ingredienti fortemente territoriali: lo Zafferano di San Gimignano DOP e i pinoli di Pisa biologici. Il risultato è un’alchimia pazzesca in cui lo zafferano conferisce al gelato un colore giallo dorato carico e un profilo aromatico profondo, speziato che spezza immediatamente la grassezza e la dolcezza della crema mentre i pinoli interi regalano una consistenza masticabile, croccante e una nota resinosa che pulisce la bocca. Questo gusto rappresenta la perfetta sintesi dell’identità cittadina: è un prodotto pop che possiede radici filologiche che affondano direttamente nel ricettario della seicentesca Spezieria di Santa Fina.
Per scoprire davvero San Gimignano, insomma, bisogna praticare la sacrosanta arte del rallentare.
Solo così si scardina il paradosso dei numeri da capogiro e si scopre che, a tre metri dal caos dei selfie-stick, pulsa ancora un borgo fieramente ostinato.

Lo si scopre visitando gli appassionati produttori del Consorzio nelle loro magnifiche tenute ricche di Storia e storie dove difendono la Vernaccia come se fosse l’ultimo baluardo di civiltà contro l’omologazione del gusto e sempre più creano meravigliosi punti di intersezione tra i turisti e il luogo con agriturismi di filiera o boutique country resort e nuovi glamping mozzafiato. Ma stupendosi davanti a un’installazione di arte contemporanea che sembra caduta da Marte tra le mura medievali. Si può anche scegliere di fare i puristi e rimettersi in cammino sul tratto più spettacolare della Via Francigena (che da Canterbury porta a Roma) imitando i pellegrini di un tempo e godendosi lo skyline delle torri che spunta tra le vigne per poi arrivare a San Gimignano e ritrovarla tutta dentro un bicchiere di Vernaccia di San Gimignano: una splendida, instancabile e magnifica ribelle. E come tutte le regine, non ha nessuna fretta di svelarsi a chi non sa aspettare.
Materiale promozionale realizzato nell’ambito dell’intervento SRG10 “Promozione dei prodotti di qualità” annualità 2025 del Complemento per lo sviluppo rurale della Toscana 2023-2027, cofinanziato con il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (Feasr)





