Ci sono storie che non seguono una traiettoria lineare, né tantomeno rassicurante. Somigliano piuttosto a un sentiero di montagna: salgono, scendono, si interrompono, ripartono. E ogni tanto ti chiedono conto se è il caso di proseguire. La storia di Simone Menichetti, anima dell’azienda Terre Alte di Pietramala, comincia proprio così. O forse ricomincia. Dopo anni passati a lavorare sul pinot nero in Mugello, tra le esperienze più precoci e coraggiose dell’Appennino, la scelta è stata quella di salire ancora più in alto. Non per cercare scorciatoie, ma per complicarsi la vita. Nel 2017 prende in mano un vecchio podere di famiglia, a Firenzuola, 850 metri sul livello del mare, e decide che lì, dove l’agricoltura sembrava ormai un ricordo, si può tornare a coltivare.
All’inizio non c’è il vino. Ci sono le patate di montagna, i legumi, il grano Verna, i marroni da trasformare in farina dolce. C’è un’idea di agricoltura concreta, etica, quasi ostinata. Terra difficile, stratificata, minerale, con quell’arenaria appoggiata su argille, calcari e antiche intrusioni laviche che raccontano un passato oceanico. Un luogo che non regala nulla, ma che, forse proprio per questo, restituisce tutto.
Poi, inevitabilmente, arriva la vigna. Il primo amore, quello che non si dimentica. Nasce così la Vigna del Sorriso: poco più di mille piante, a quasi 900 metri di altitudine. Pinot nero, pinot bianco e pinot grigio. Una scelta che è sia tecnica che sentimentale. Tecnica, perché a quelle altezze serve un vitigno capace di arrivare a maturazione senza perdere slancio. Sentimentale, perché il pinot, semplicemente, è casa.
Da quelle prime 1.200 viti, oggi si è arrivati a circa 6.000 piante, distribuite su un ettaro scarso. La produzione resta piccola, quasi raccolta: seimila bottiglie ma anche meno a seconda della stagione. Le prime annate sono uscite nel 2021 e sono vini ancora in cammino, in definizione. Hanno quella giovinezza un po’ ruvida, ma viva, che non chiede permesso.
Poi ci sono gli imprevisti, che in montagna non sono mai eccezioni ma regola. Nel 2024 una grandinata compromette gran parte della produzione. È uno di quei momenti in cui si potrebbe anche mollare. Oppure cambiare strada, senza tradire se stessi.


Nasce così Viavai. Il nome dice già tutto: andare e tornare, su e giù tra la vigna di Pietramala e una vecchia parcella nel basso Mugello, impiantata tra gli anni 50 e 60, recuperata e rimessa in produzione. È un progetto che tiene dentro movimento e necessità, fatica e intuizione.
Il bianco è un trebbiano con malvasia, attraversato da un tocco di pinot grigio salvato dalla grandine. Il rosso è ancora più “antico” nell’idea: sangiovese e altri autoctoni, ma con una presenza importante di uve bianche, come si faceva una volta. Un vino che guarda indietro per trovare una strada in avanti.
Nel frattempo, Menichetti continua a muoversi anche come consulente. Dopo il Covid torna a studiare e segue diversi progetti tra Rufina e Mugello e altre realtà emergenti. Il filo rosso resta sempre lo stesso: il vino come ricerca, non come formula. E allora viene da chiedersi se tutto questo abbia senso. Fare vino a queste altitudini, senza riferimenti, senza una tradizione recente a cui appoggiarsi. Se sia visione o follia.
Forse la risposta sta nei vini stessi. Hanno acidità tese, profumi sottili, una trama che parla chiaramente di montagna. I Pinot si riconoscono, pur nella loro fase ancora giovane. E soprattutto c’è un’energia che non si può costruire a tavolino: quella di qualcosa che sta nascendo davvero. L’emozione, alla fine, è tutta lì. Non tanto nell’idea di un progetto “estremo”, ma nel sorso. Vini che pulsano, che si muovono, che non sono mai fermi. Imperfetti, se vogliamo. Ma vivi.
E forse è proprio questo il punto. In un tempo che cerca continuamente certezze, Terre Alte di Pietramala è un luogo di domande. E di strade che, anche quando sembrano fragili, continuano ad andare. Sempre. Avanti e indietro. Come un viavai necessario.





