Mini-storia
vino artigianale
Il vino pop non è mica una brutta cosa
Parola di Francesco Quarna, deejay-vignaiolo
Testo di
Elisa Teneggi
Foto cortesia
Il vino pop non è mica una brutta cosa
9 minuti

La cosa divertente, o almeno ironica, è che l’azienda della famiglia Quarna non l’ho incrociata in radio, nei racconti di deejay Francesco Quarna (lo ascoltate su Radio Deejay), anche se sarebbe stato possibile. E un po’ di radio l’ascolto. Non l’ho nemmeno trovata nella sezione podcast di Spotify e sì che un po’ di quelli li ascolto. Se digitate, troverete il Deejay Wine Club, una produzione One Podcast in cui proprio Quarna (che per l’esattezza si definisce deejay-vignaiolo) si mette insieme alla sommelier-divulgatrice Adua Villa per dieci puntate attorno alle gioie e alle fatiche di Bacco.

Ci voleva un’altra freccia propizia: una giornata al Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti tenuto della FIVI a Bologna, lo scorso novembre. Quarantamila metri quadrati di quattordicesima edizione, mille vignaioli, ottomila vini artigianali, quasi trentamila visitatori. Ma un’unica modalità di visita: affidarsi a un sentiero dell’intuizione più che del pensiero. Funziona come una festa: di capannello in capannello, ci si trattiene sulle conversazioni che fanno scoccare la scintilla. Perciò serve una buona dose di fortuna. E la buona stella ha fatto sì che incontrassi una famiglia di vignaioli bella inusuale dell’Alto Piemonte.

Dico inusuale perché vigneti con decine di anni alle spalle si sono sposati con una nuova generazione: quella dei fratelli Mattia, Maddalena e Francesco Quarna. Sono loro che, dieci anni fa (correva proprio il 2016), hanno preso in mano da zero un’attività del territorio, senza una storia generazionale alle loro spalle.

“La nostra famiglia non si era mai occupata di agricoltura. Nelle nostre zone tutti hanno una piccola produzione famigliare di vino, per sussistenza, dato che una volta era considerato un alimento. Non per nulla la penisola italiana si chiamava anticamente Enotria. In particolare, nella nostra zona, l’Alto Piemonte e Ghemme, ai piedi del Monte Rosa, ci sono testimonianze di vitivinicoltura fin dai tempi dei celti”.

Ma poi è arrivato il secondo Novecento, il miracolo economico e la crescita dell’industria, vista come panacea dell’incipiente società borghese di massa. Negli anni Ottanta, lo sappiamo tutti, non si mangiava della gran roba. Il vigneto, risalente ai Sessanta, ha resistito. E con il nuovo millennio, nuove visione e nuove idee del prodotto e della tavola hanno dato il La a una rinascita nel grande e nel piccolo.

Dalle colline di Ghemme il Monte Rosa osserva come una montagna sacra, protettrice di popoli e iniziative lodevoli. I primi cinque anni di Quarna sono agricoltura pura, preparazione al lavoro che verrà. Mattia, il fratello minore, sta finendo di studiare, il lavoro in cantina lo seguirà poi lui. Con precisione maniacale:

“Siamo dei control freak del vino. Preferiamo definirci vignaioli artigianali e non naturali, perché la prima ci sembra una parola più precisa. Che sta a indicare l’intervento nullo o scarno che applichiamo una volta che l’uva arriva in cantina. Il nostro obiettivo non è trasformarla, ma portarla a diventare vino con le migliori condizioni di partenza possibili”.

Risultato? Una grande espressione di ogni annata nel bicchiere. Ghemme DOCG (Nebbiolo 90%, Vespolina 10%), Vinöt (uvaggio di vitigni storicamente coltivati in Alto Piemonte in proporzione variabile in base all’annata, principalmente Uva Rara e Croatina), Colline Novaresi DOC Vespolina, Colline Novaresi DOC Spanna (100% Nebbiolo), Vino Rosato Rosa (Nebbiolo 70%, Vespolina e Uva Rara), Vino Bianco Lüm (100% Erbaluce): ecco la scuderia Quarna.

“Non c’è continuità nelle annate del vino. Ultimamente è dovuto soprattutto al cambiamento climatico, è un game changer epocale perché ti priva della prevedibilità che ti servirebbe per sapere con precisione che cosa fare e quando, nel ciclo di produzione del vino. Quello che possiamo e che vogliamo fare noi è creare il miglior vino possibile. Anche se non è perfetto”.

Funziona così anche con le persone, sottolinea Francesco. Ci si migliora, ma sono i difetti a emozionarci. Non è un aneddoto volante: nei vini Quarna c’è tanta perizia quanta poesia. Un altro esempio: “Le nostre vigne non sono filari regolari. Il territorio è sghembo, e il bosco si inserisce tra le piante, soprattutto in estate. È un elemento fondamentale, per noi. Ci dà l’aspetto di un arcipelago. Tutto questo significa biodiversità, ricchezza del selvatico, insetti, umido”. Quindi cose ottime, ma pure il rovescio della medaglia. “Per questo bisogna essere minuziosi e lavorare bene sempre, tenere la cantina pulitissima. Così si arriva a un’espressione spontanea delle uve”.

Stiamo ancora sul geografico: Ghemme rimane sotto le Alpi. Il che vuol dire che l’umidità forma una cappa, sale, si scontra con le montagne e scarica, portando piovosità diffusa e, a volte, anche la grandine. Una collina stretta tra le montagne più alte e le risaie, avvicinata dal Lago Maggiore. Cinquanta minuti di auto da Milano, un mondo inaudito. La città di riferimento, da queste parti, non è mai stata Torino. Gli Sforza e i Visconti, a Ghemme, venivano a prendere il vino da mettere sulle loro tavole.

È questo ecosistema che Francesco Quarna ha sempre cercato di comunicare.

Diviso tra campagna e città, l’Alto Piemonte è le sue ossa, da come ne parla non esistono dubbi. Ma poi ci sono i problemi di carattere, la dispersione delle forze, il voler fare da sé e per sé. “Anche se, finalmente, non ti dico che si sta creando un movimento, ma i giovani vignaioli della nostra zona stanno lavorando come noi. Quindi rimettendo il territorio e la sua espressione al centro della loro attività”.

Come ogni espressione umana nel tempo della società delle immagini e della connessione ubiqua, è anche una questione di comunicazione. Non dico tra piemontesi, io sono emiliana e non mi voglio impicciare delle antropologie altrui. No, è un tema di vino, che soprattutto Francesco, tra i Quarna, ha a cuore e chiara.

“Il discorso si è evoluto in modo positivo, negli anni. Ma a volte se ne è parlato in modo troppo tecnico, mentre la narrazione pop piace, mi piace, e funziona. Attaccarsi ai vecchi manuali da sommelier è noioso, lo noto benissimo in radio: se ti prendi troppo sul serio, le cose non funzionano”.

Segue breve ma esplicativa lista di tecnicismi effettivamente spiazzanti, a non essere del giro: succhioni, femminelle, barbatelle… e poi lo senti anche tu il pepe di Sichuan in questo bicchiere? O forse è torba con un pizzico di tabacco?

“È troppo. Per rivolgersi al grande pubblico, bisogna commisurarsi al contesto. Io credo che i vignaioli artigiani o naturali che dir si voglia riescano a farlo bene, a cominciare dall’estetica, dove hanno rifiutato le vecchie muffe come le araldiche. Poi per carità, il contenuto varia da prodotto a prodotto, e sono il primo a dire che alcuni “naturali” non sono fatti bene, secondo me. Però sono accattivanti, tutti. Sono riusciti a mettere in primo piano valori che i consumatori, anche giovani, condividono”. In altre parole: al vino mancava la coolness. E ora, anche i produttori sono fighi. Il vino si è fatto da alimento, veicolo: per parlare di territorio, arte, musica…

Francesco mi aggiunge anche questo: “A monte di tutto questo, credo che il consumatore debba essere educato. E che da parte dei vignaioli debba esserci un approccio sincero, che si traduce nel: dare a chi beve qualcosa di pronto e corretto. Facendo così si intercettano anche nuove generazioni che magari, per motivi anagrafici dei loro genitori, non venivano da famiglie che avevano l’abitudine di mettere il vino in tavola due volte al giorno”. Questo era anche l’intento di Deejay Wine Club. Progetto nato nello iato della pandemia del 2020 e passato, per stessa ammissione di Francesco, purtroppo in sordina. “Siamo stati anche troppo precursori dell’esplosione del podcast educational. In quel periodo mi ero connesso con Adua Villa, bravissima narratrice e sommelier, l’abbiamo prodotto senza autori e tutta la grammatica che circola oggi. Però arrivavano complimenti. Mi piacerebbe rifarlo, ma il panorama mi pare saturo”.

Saturo come i vini che impone di produrre il cambiamento delle stagioni e delle temperature. Ma spieghiamolo meglio: ci aiuta Mattia. “Abbiamo problemi di maturazione dell’uva, e quindi dei tannini. Sono questi ultimi a doversi sviluppare per bene prima di poter portare l’uva in cantina. Se li raccogli verdi, ruvidi, immaturi non te li scolli mai di dosso. Ma c’è un problema, perché, per attendere lo sviluppo del tannino, si finisce con l’avere una concentrazione zuccherina più alta, e di conseguenza una gradazione alcolica più alta per il vino. Questo è un problema, perché il mercato non chiede vini a gradazioni alte”.

Anche qui, però, l’Alto Piemonte viene in aiuto. “C’è un parametro, nel nostro territorio, che ci salva, che rende più agile la beva di vini con gradazioni che aumentano: l’acidità. Quasi unica, dato che la nostra uva cresce su terreni a reazione acida. E anche un pizzico di mineralità. Quindi, anche nelle annate sfavorevoli, tendiamo ad avere vini con una spalla acida importante, che sgrassa l’alcol pure, mettiamo, di una Croatina di quindici gradi. Lo senti poi nelle gambe, ma non in bocca. C’è una certa eleganza nei nostri vini, che non è data dalla struttura o dalla morbidezza tipica di certi grandi rossi”.

C’è un’ulteriore territorialità antropologica, qui. “In passato”, continua il racconto dei fratelli Quarna, “i vini dell’Alto Piemonte potevano anche avere problemi di maturazione ma in un altro verso, ce li si poteva ritrovare molto acidi o bruschi. Ora l’acidità è rimasta, ma è sorretta da un corpo maggiore. E sono diventati più interessanti”.

Identitario di questo cambiamento, e pure della gente del posto, è proprio la Vespolina. Un vitigno ruvido, chiuso, scontroso, che rispecchia e rispetta il carattere degli “autoctoni”. “Racconta il territorio come nessuno. È un po’ rognosa nel vigneto, bisogna raccoglierla quando l’appassimento c’è ma non è eccessivamente sviluppato. I nostri vecchi, vuole l’adagio, piantavano Nebbiolo per venderlo e bevevano Vespolina. È un vino gastronomico, da piatti grassi, li pulisce bene. Non è per tutti a livello di gusto. Ma ci gasa proprio per questo, e infatti la imbottigliamo anche in purezza. Come caratteristiche ha tanta rotondità e un bellissimo pepe”.

Tutte cose di casa, di cui non ci si può dimenticare. Che i vini di Quarna aiutano proprio a portare con sé: mica un museo vivente, ma una linea ereditaria brillante e vibrante. Nemmeno gli hipster (esistono ancora?) e la Generazione Alfa riusciranno a scalfire queste convinzioni.

Così Quarna lives on, tra una Vespolina e un nebbiolicidio.

Che è quella volta che si sono messi in testa di vinificare in rosato il Nebbiolo… ma questa è un’altra storia. Una da scoprire nella bottiglia.


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