Chiara Ciavolich è una donna determinata e per nulla scontata, non passa inosservata per l’energia che emana e la passione che le illumina gli occhi quando in giro per il mondo parla dell’Abruzzo e di Loreto Aprutino attraverso i suoi vini. Una misteriosa connessione scandita dal senso di responsabilità verso il passato, ma anche verso il futuro la lega alla sua terra natia con l’obiettivo di mantenere intatto un patrimonio agricolo, enoico e storico da tramandare alle future generazioni.
Chiara è alla guida della cantina di famiglia, una piccola realtà produttiva dal taglio sartoriale e fortemente identitario. I Ciavolich arrivano dalla Bulgaria, erano illustri mercanti di lana, che per scampare all’avanzata delle invasioni saracene, si rifugiarono nel 1560 a Miglianico, vicino Chieti. Divennero proprietari terrieri, di fronte al palazzo di residenza fu edificata una delle più antiche e suggestive cantine d’Abruzzo. Al termine della Seconda guerra mondiale – e dopo l’occupazione tedesca – l’asset produttivo è stato gradualmente trasferito a Loreto Aprutino grazie all’eredità ricevuta dalla nonna Donna Ernestina Vicini.
“Una storia di famiglia sulle spalle è un onore e un onere” afferma Chiara Ciavolich. “L’onore è custodire una storia che dura da cinque secoli e portare avanti un nome che in Abruzzo ha un peso e un’identità. L’onere è non tradire quella storia. Quando si ha la fortuna di appartenere a una famiglia con radici così profonde, non ci si muove mai da soli: si dialoga continuamente con chi c’è stato prima e con chi verrà dopo. È una responsabilità che sento ogni giorno, ma è anche la mia forza”.

A partire dal 2004, in qualità di figlia unica, ha preso in mano le redini dell’azienda di famiglia. Perché ha deciso di dedicarsi a tempo pieno alla viticoltura e di cosa si occupava prima?
Prima di rientrare in azienda studiavo legge a Roma, dove mi sono laureata nel 2002. Quando ho terminato, rientrata a Pescara, mentre praticavo presso uno studio penalista, ho iniziato ad affiancare mio padre nel verificare i conti dell’azienda agricola. Lui era stato colpito da un ictus nel 1995 e da allora in campagna e in amministrazione diverse persone avevano iniziato ad approfittarsi della situazione. Il dolore di vedere mortificato mio padre, un uomo dal guizzo geniale che per gli altri aveva sempre fatto tanto, è stato il motore che mi ha portato a prendere in mano la situazione. Oltre naturalmente al fatto di avere una naturale predisposizione all’intraprendenza. Ho capito che la gestione dell’azienda agricola di famiglia era il mio posto naturale. È stata una decisione consapevole, frutto del desiderio di dare continuità e allo stesso tempo nuova vita all’eredità della mia famiglia.
Loreto Aprutino è un antico e meraviglioso borgo nell’entroterra abruzzese e un’area dalla indiscussa fama vinicola. Cosa rende unico questo territorio e il suo terroir per gli enoturisti?
Loreto Aprutino è un luogo in cui il tempo si stratifica. È un paesaggio intatto, sospeso tra il Gran Sasso e l’Adriatico, dove la vite convive con ulivi secolari. Le contrade del vino sono 7, disposte su tre terrazzamenti dagli 80 ai 440 m slm intorno al fiume Tavo, che nasce alle pendici orientali di Campo Imperatore ed è il protagonista assoluto del nostro areale insieme al Gran Sasso, il massiccio più alto con i 2900 metri e maestoso di tutta la catena appenninica. Le contrade, che si estendono sulla sinistra (Cecalupo e Palazzo) e destra del fiume (Scannella, Cocciapazza, Colle Cavaliere, Cordano, Cancelli).
Il suo dirimpettaio è Francesco Paolo Valentini, un altro storico artigiano del vino. Esiste tra voi una sana concorrenza o con lui e gli altri produttori locali riuscite a fare rete per valorizzare l’area?
La verità è che a Loreto Aprutino esiste un senso di appartenenza comune: sappiamo che la forza dell’area cresce se cresciamo tutti. Confronto, rispetto e scambi sono quotidiani. La qualità individuale fa bene al collettivo e viceversa. Nel 2019 è nata una rete d’impresa dal nome ‘Custodes Laureti’ ne fanno parte le aziende vinicole: Amorotti, Ciavolich, Talamonti, Torre de Beati e Valentini per sventare una grave minaccia di industrializzazione selvaggia di aree agricole di altissimo pregio. Raro esempio di associazionismo virtuoso in agricoltura, in cui la visione di valore non si ferma al vino, abbiamo portato avanti nel nostro Comune diverse battaglie e progetti volti alla rinascita del territorio sul piano agronomico, culturale, sociale e artistico. Abbiamo investito (e continueremo a farlo) nel sociale con progetti destinati alle scuole e ai giovani come passeggiate ecologiche, orti didattici ed eventi per far conoscere ai giovani le antiche tradizioni contadine. Tra i tanti progetti realizzati sicuramente il più importante è quello in collaborazione con il Gal Terre Pescaresi e all’interno del progetto In Vino Lauretum, ovvero una ricerca scientifica materializzatasi nel volume Le Contrade Del Vino di Loreto Aprutino un primo censimento del territorio da un punto di vista viticolo in un’ottica di creazione di valore globale, che permetta di comunicare tanto un vino ed il suo terroir quanto il loro radicamento nella storia della comunità.





Fare vini identitari in un mercato critico e dinamico come quello attuale è possibile senza scendere a compromessi?
Tutti i vini sono identitari perché’ identificano, per chi sa leggerli, il pensiero del produttore che li produce (che il produttore abbia un pensiero o meno). Se poi per identitari si intende “vini di territorio”, io credo che il pensiero che sottende alla creazione di questi vini debba essere quello di lavorare in sottrazione, partendo da una materia prima perfetta, in modo pulito e al fine di raccontare un luogo e una varietà’. In merito ai compromessi, negli ultimi anni credo che il termine compromesso sia abusato tanto quanto il termine terroir. Purtroppo, però di questi termini non si può fare a meno, nella narrazione sul vino. In quanto ai compromessi, io non sono né dogmatica né fanatica. Aborro il concetto di vino naturale, che trovo di una presunzione e narcisismo unici. E sostengo che per fare vini che vogliano raccontare un territorio non si possa prescindere da un pensiero di fondo e francamente non credo che tutti i produttori ne abbiano uno.
Fosso Cancelli è la linea più importante, cosa cambia nella produzione rispetto al passato?
I Fossi traggono origine dalle parcelle di vigneto più antiche, da selezione massale piantate negli anni 60 e 70. Si tratta di micro-fermentazioni spontanee in anfore, tini o botti medie, cemento e acciaio. Lontani dalla stereotipizzazione del processo, evolvono nella loro concezione procedendo per contrasti. Tutto è nato con il Montepulciano nel 2007, vino fotografia delle vinificazioni di mio padre degli anni 60 in cemento. A cui poi si sono aggiunti il Trebbiano, Il Pecorino ed il Cerasuolo per i quali ho scelto di lavorare con diversi nuovi materiali. Sono vini ad alta sartorialità in vigna, in vendemmia e in fase di creazione del blend finale. Sono vini dai molti strati, unici e assolutamente irripetibili. Sono i vini della trascendenza.





